Il pubblico è decisamente sparuto sulle tribune dell’Estadio Municipal de Butarque, a Leganes, dieci chilometri da Madrid.
Nondimeno, all’estrema periferia della capitale spagnola è avvenuto domenica 15 marzo uno dei miracoli sportivi più incredibili della palla ovale, malgrado un periodo dove il rugby internazionale sembra non lesinare sorprese e meraviglie: il Portogallo ha battuto la Georgia nella finale del Rugby Europe Championship, interrompendo una striscia positiva di otto anni di trionfi consecutivi dei Lelos.
La squadra lusitana è l’unica, insieme alla Romania, ad essere stata capace di interrompere la totale egemonia georgiana sul torneo europeo: negli ultimi quindici anni la Georgia ha vinto quattordici edizioni su sedici. Un dato che dimostra la portata dell’impresa compiuta dalla squadra allenata da Simon Mannix, arrivata al termine di 80 minuti che sembravano andare come tante altre volte è accaduto.
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Georgia-Portogallo: la sintesi della finale
Sembrava la solita vecchia storia: la Georgia che non incanta ma che, sorniona, gode del proprio strapotere fisico nelle fasi ordinate e che schianta gli avversari di fronte a sé. E invece, stavolta, le è andata storta: merito di un Portogallo che è riuscito a rimanere attaccato alla partita con la precisione dalla piazzola di Manuel Vareiro, i cui calci di punizione hanno fatto sì che gli avversari non scappassero nel punteggio malgrado un conto delle mete che, fino alla marcatura del 72′, diceva Georgia 3 Portogallo 0.
La Georgia allenata da Marco Bortolami ha segnato prima da un devastante drive da rimessa laterale con il Portogallo costretto in 14 per un giallo al flanker David Wallis. Poi ha offerto la specialità della casa: una mischia ordinata devastante ha arato gli ultimi cinque metri di campo per portare il numero 8 Tornike Jalagonia a appoggiare la palla oltre la linea bianca. E così si è andati all’intervallo sul 12-3, con i lusitani contenti di aver potuto limitare i danni a sole due mete avversarie malgrado 20 minuti in inferiorità numerica (giallo anche al pilone sinistro Luis Lopes).
Nella ripresa, però, ai Lelos è mancata la capacità di uccidere la partita. Il Portogallo, pur non avendo grandissime occasioni per segnare punti pesanti, è riuscito a ricucire con due piazzati, al 48′ e al 60′ (12-9), prima di incassare al 66′ la meta del flanker Beka Gorgadze, appena entrato in campo. Tedo Abzhandadze, apertura georgiana, ha mancato la trasformazione che avrebbe mandato i suoi a +10: la sua giornata storta dalla piazzola è stata decisiva, con un 1/5 che ha cambiato le sorti dell’incontro.
Al 70′ il Portogallo ha avuto un nuovo calcio piazzabile ed ha avuto la freddezza di andare a prendersi solo tre punti per giocarsi il tutto per tutto nel finale. L’estremo georgiano Otari Metreveli si è preso un cartellino giallo e la partita è cambiata: solo un minuto più tardi il Portogallo, sospingendosi in avanti con cuore e audacia, ha trovato l’azione decisiva con il mediano di mischia Camacho abile a prodursi in un passaggio lungo per l’ala Vincent Pinto, bravo a eludere l’ultimo difensore e schiacciare oltre la linea. La trasformazione di Vareiro, da posizione non banale, ha completato una incredibile rimonta, coronata poi da sei minuti di strenua resistenza all’ultimo assalto georgiano.
Il fischio finale ha sancito un risultato storico, con le facce dei giocatori portoghesi che si sono trasformate in maschere deformate dall’incredulità e dalla gioia selvaggia.
Il Portogallo non è quello del 2023
Negli ultimi anni spesso il Portogallo è stata la squadra che più è riuscita a opporsi allo strapotere della Georgia nel Rugby Europe Championship: nel 2022 avevano acciuffato un pareggio per 25-25, nel 2023 alla Rugby World Cup nuova parità sul 18-18 in una delle gare più emozionanti della fase a gironi.
Proprio con la Rugby World Cup il Portogallo sembrava poter emergere come una delle nuove potenze della seconda fascia. Al mondiale aveva giocato un rugby divertente e ambizioso, aveva ottenuto ottimi risultati e si era guadagnato un certo appeal negli ambienti del tier 1, ottenendo una serie di partite molto rilevanti negli ultimi anni: Scozia, Irlanda e Sudafrica le avversarie che hanno sfidato i Lobos nell’ultimo biennio.
Tuttavia il movimento lusitano si è dimostrato più debole del previsto e non è sembrato pronto a cogliere la grande opportunità per il decollo. Dopo il mondiale è andato incontro, soprattutto, a una decrescita di risultati e prestazioni, anche per via di un ricambio generazionale all’interno della squadra nazionale, che da una parte ha fisiologicamente perduto i giocatori più esperti e dall’altra ha visto alcuni protagonisti svanire nel nulla.
Prendete Jeronimo Portela, ad esempio, talentuoso mediano di apertura classe 2000. Protagonista al mondiale in Francia, si è preso poi una pausa dal rugby che perdura tutt’ora.
Il Portogallo ha quindi dovuto ricostruire sotto l’egida del nuovo head coach Simon Mannix, arrivato dopo un mezzo pasticcio della federazione al momento di sostituire l’uscente Patrice Lagisquet al termine del mondiale. La fortuna del movimento lusitano è fatta dai legami del paese con la Francia, non solo dal punto di vista rugbistico e sportivo. Ecco dunque che nel grande calderone del rugby professionistico transalpino trovano spazio sia giocatori portoghesi che giocatori francesi con radici portoghesi, o portoghesi ma di formazione francese.
Rispetto alla RWC 2023, nel gruppo odierno permangono giocatori come il flanker Nicolas Martins, che fu grande scoperta del mondiale, il forte centro Rodrigo Marta, il metaman Raffele Storti (che però ha saltato quasi tutto il Rugby Europe Championship), i trequarti Tomas Appleton e Vincent Pinto, il seconda linea Jose Madeira.
Nel frattempo sono emersi nuovi giocatori, come il tallonatore Luka Begic, nato e cresciuto in Francia da madre portoghese, titolare dello Stade Montois in ProD2. Jose Monteiro è un interessantissimo numero 8 classe 2005 con un passaggio anche dalla nazionale di rugby a 7. Il brevilineo Hugo Camacho, 21enne del Beziers, ha ereditato da Samuel Marques la maglia numero 9, lui nato a Bayonne da genitori di Madeira. Un altro classe 2005, Manuel Vareiro, cugino del succitato Jeronimo Portela, milita a Provence in ProD2 dopo una carriera nel rugby iniziata a 14 anni, prima giocava a calcio nelle giovanili dello Sporting Lisbona.
🏅 🇵🇹 A clutch performance in the final from Manuel Vareiro as @PortugalRugby take the trophy home! #REC26 pic.twitter.com/J9EcYboh4t
— Rugby Europe (@rugby_europe) March 17, 2026
Il Portogallo ha cambiato facce ma non ha modificato il proprio volto: rimane una squadra che trae la propria forza dalle qualità individuali dei propri attori, in particolare tra i trequarti, dove l’impronta del rugby sevens, disciplina dove i lusitani si sono storicamente distinti, si fa notare trasversalmente. Una squadra costretta, in qualche modo, a giocare tanto negli spazi e a muovere la palla. Una squadra che sembra pronta, in più, a scaldare il motore per un altro anno e ripresentarsi al mondiale con le stesse, se non più grandi, ambizioni di quattro anni prima.
