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Federico Ruzza Italia Sei Nazioni

Federico Ruzza, seconda linea del Benetton e dell’Italia al suo decimo Sei Nazioni, 32 anni ad agosto, lo sa e lo spiega bene: è l’avanti 2.0, quello che ragiona in campo, che ha mani e cervello per rendersi utile in ogni situazione di gioco.

“Sì, se dovessi definire il nuovo modo di essere una seconda linea, come si è evoluto il gioco per noi, direi proprio questo: anche noi avanti ormai sappiamo fare un po’ di tutto, non siamo solo utili dei punti di incontro o in touche e mischia. Dobbiamo avere, e abbiamo, una competenza rugbistica in tutti i momenti. Buone mani, visione, utilità del nostro apporto, capacità di lettura della situazione. Mi sento sicuro in questo, poi certo c’è sempre da imparare”.

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Viene in mente quell’incrocio con Brex l’anno scorso contro la Francia.

“Sì, è stato bello dargli la palla per andare in meta. In questo, lo ammetto, aver giocato fino a quindici anni estremo o apertura, mi ha dato delle skills particolari”.

Sei in nazionale dal 2017, esordio proprio contro la Scozia nell’ultima del Sei Nazioni. L’allenatore era Conor O’Shea, poi sono venuti Franco Smith, Kieran Crowley e infine Gonzalo Quesada. Quali sono stati i cambiamenti in questi nove anni?

“Più che differenze fra gli allenatori, che naturalmente ci sono, parlerei di cambiamenti di sistema, di organizzazione. Quando io ho esordito c’era, in campo e fuori, un’altra generazione, e non parlo di anagrafe. Il sistema delle franchigie, quello delle accademie, i rapporti con il massimo campionato, lo sviluppo dei giovani, era tutto ancora in fieri. Si cominciava a delineare un percorso che in questi nove anni ha permesso a chi arriva ora in nazionale di essere più preparato, più competente, più pronto per l’altissimo livello. Conor è stato l’uomo della transizione generazionale e per primo ci ha fatto conoscere gli sviluppi che il sistema aveva, Franco si è trovato a gestire un momento difficile (Covid), Kieran ha saputo costruire delle basi anche grazie a quello che aveva fatto a Treviso. Poi è arrivato Gonzalo che ha consolidato il nostro sviluppo e ha impresso forza al cambiamento. Ma la cosa più importante secondo me è la solidità di tutto il sistema, lo sviluppo e la crescita dei giovani che vengono dall’Under 20. Poi certo ci sono state anche annate favolose, penso ai nati nel 1998, che hanno dato alla nazionale molti campioni. Della mia generazione, 1994-95, siamo rimasti in tre, mi pare: io, Ferrari e Negri”.

È appena finito l’allenamento in campo: grande intensità, ma anche grande sintonia e divertimento, se posso azzardare.

“Quando Gonzalo è arrivato, a fine 2023, c’è stata subito sintonia fra gruppo e staff. Noi vediamo il loro impegno nel farci progredire, nel presentarci sempre cose nuove. La disponibilità della squadra a imparare è sempre alta, vogliamo impegnarci a migliorare. Quando l’allenatore propone qualcosa che può funzionare siamo subito partecipi. Fra noi c’è bella sintonia, siamo un bel gruppo e l’impegno dello staff contribuisce a rendere il raduno un posto speciale”.

Ho visto che a bordo campo avete un grande televisore in cui riguardare gli schemi e preparsi a metterli in pratica. Una novità di quest’anno?

“No, è un po’ che usiamo lo schermo per rivedere le cose, la novità è vederlo sul campo durante il contrapposto. Molto utile analizzare le azioni e correre subito a provarle. E anche leggere quasi in diretta le immagini del drone che, dall’alto, mostrano spostamenti e linee di corsa”.

Italia Sei Nazioni 2026
Alcuni Azzurri davanti allo schermo assieme all’allenatore della difesa Richard Hodges

Un raduno è un momento importante nella vita di un giocatore?

“Intanto non devo cucinarmi e fare lavatrici (ride). No, seriamente: è importante prepararsi insieme a un evento come il Sei Nazioni. Ma è bello il clima che si respira, lo stare insieme anche fuori dal campo, a pranzo, a cena. Certo ci possono essere anche giornate lunghe, faticose, ma qui c’è un’alta intensità emotiva, soprattutto preparando le partite del Torneo che non hanno bisogno di motivazioni per essere affrontate, ci sono già tutte nell’importanza delle squadre avversarie. Anche questo posto, l’Acqua Acetosa, aiuta. Dormire nello stesso luogo, mangiare insieme: il Giulio Onesti è un bellissimo centro sportivo”.

Quando è stata la prima volta che ci sei venuto?

“Forse nel 2014, in preparazione del mondiale Under 20. Di quel gruppo ricordo solo Simone Ferrari. In questo raduno siamo compagni di stanza. Ci conosciamo dal 2011, nazionale Under 18, prima partita insieme ad Avignone contro la Francia, perdemmo”.

Clima rilassato. Ci sarà anche chi fa scherzi. Penserei a Fischetti.

“Invece il vero mattatore in questo è ‘Nicco’ Cannone. Tanto serio e impegnato in campo, quanto allegro fuori. Devi chiudere sempre bene la camera, ti puoi ritrovare con il materasso spostato, il letto ribaltato. Ma sempre senza strafare, scherzi accettabili”.

Quando hai iniziato a giocare e perché?

“Allora parto dal perché. I miei, Lorenzo e Sabrina, erano pallavolisti, non rugbisti. Io non sapevo niente del rugby, non conoscevo nemmeno la parola. Un mio amico, parliamo di elementari, mi dice dai vieni a giocare con me. Sono andato al Cus Padova e non ho più smesso. Era il 2000.  Ha iniziato anche mia sorella Valentina ed era più brava di me, anche lei all’inizio giocava 10 o 15, ma era forte anche nei calci, in nazionale qualche volta ha piazzato, da seconda linea. Più brava, lo dico sempre”.

La tua competenza di analisi farebbe pensare a un futuro nel rugby anche quado smetterai di giocare.

“Intanto ho un contratto con Benetton fino al 2028 che vorrei onorare fino alla fine e cercare di prendere tutto quello che posso. L’anno prossimo ci sarà la Coppa del mondo in Australia, mi piacerebbe far parte anche di quel gruppo, per me sarebbe il terzo mondiale dopo Giappone e Francia. Mi sto per laureare in Scienze motorie e management sportivo, mi piacerebbe restare nell’ambiente dello sport, fosse rugby anche meglio”.

Cosa ti aspetti da questo Sei Nazioni?

“L’esperienza mi ha insegnato a guardare partita dopo partita, sempre con grande umiltà. Ma c’è la consapevolezza che, se facciamo bene quello che abbiamo preparato, possiamo stare bene in ogni partita. Dare il 100% è quello che serve: rispettiamo i nostri avversari, sappiamo chi sono, la loro forza, ma siamo coscienti della nostra”.

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