DUBLINO – “Grazie Italia” dice la scritta luminosa sul negozio di souvenir dell’aeroporto di Dublino. Grazie di cosa? Di non avervi battuti? Di avervi fatto prendere solo un po’ di paura? O grazie di essere venuti qui in quattromila almeno per seguire la Nazionale? Un bel po’ di euro, alla fine, in una città fra le più care d’Europa. Comunque grazie all’Irlanda, che ci fa giocare in uno stadio favoloso, di quelli che in Italia ci sogniamo.
L’Aviva Stadium è forse lo stadio più bello del Sei Nazioni. È costato 410 milioni di euro e lo ha progettato lo studio dublinese Scott Tallon Walker con lo studio Populous di Kansas City, USA, specializzato in centri congressi e grandi impianti sportivi. 700 dipendenti, lavori in tutto il mondo, soprattutto in Europa. Populous ha rifatto Wembley, il Millennium di Cardiff, sempre a Londra lo Stadio Olimpico, più altre decine di megaimpianti in tutto il mondo. Ma qui a Dublino forse Populous ha fatto il suo capolavoro. Sostituire Lansdowne Road non era impresa facile.

In Italia chissà che sarebbe successo se una federazione sportiva avesse deciso di abbattere uno stadio costruito nel 1872. Invece nel 2000 la decisione è presa, serve un impianto che possa ospitare sia rugby che calcio, che sia accettato dalla Uefa per le maggiori competizioni. Il 31 dicembre 2006 lo stadio chiude e inizia la demolizione.
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A costruire l’Aviva ci hanno messo tre anni, e già qui ci viene in mente quanto, in Italia, ci si mette a costruire una qualsiasi opera pubblica, figurarsi uno stadio. Italia ’90 insegna. Durante la costruzione (2007-2009) il rugby fu spostato al Croke Park, lo stadio del calcio gaelico, con un problema storico, anche questo a noi sconosciuto come paese propenso a dimenticare anche le più atroci barbarie. 21 novembre 1920, The black sunday: l’Irlanda è ancora sotto dominio del Regno Unito, la polizia ausiliaria inglese entra sul terreno di gioco durante una partita di calcio gaelico e spara sulla folla in tribuna. Dodici morti fra gli spettatori, più un giocatore in campo. Tredici morti in tutto.
L’Irlanda deve ospitare l’Inghilterra in casa nel 2007 e nel 2009. Possiamo farli giocare dove hanno ucciso irlandesi inermi? Un dibattito non da poco. Alla fine si opta per il sì, e il rugby irlandese, quello che accomuna sotto un’unica maglia chi vive a sud e chi nell’Irlanda del Nord, risponde da par suo con numeri che sono simboli. Vittoria irlandese per 43-13 nel 2007 e per 14-13 nel 2009. L’Inghilterra non supera mai 13 punti come 13 furono i morti al Croke Park.
L’Aviva Stadium è in mezzo alle case e per questo, dal lato in cui sono più vicine, i progettisti hanno deciso di fare la curva più bassa, alta quasi come le case a schiera che facevano da sfondo ad alcune scene di This must be the place, bellissimo film di Paolo Sorrentino ambientato in parte proprio qui a Dublino. Dentro ci sono bar ovunque e la birra scorre letteralmente a fiumi. Sia nera, il simbolo d’Irlanda, sia chiara o rossa. Sempre comunque birra. Si calcola che per ogni partita di rugby si vendano all’Aviva oltre 160mila pinte di birra, per un incasso che supera ogni volta il milione di euro. E gli spettatori sono al massimo 51mila, fate voi la media.

Ieri erano almeno quattromila gli italiani in tribuna, ma si sono fatti sentire come fossero stati 10mila. Si è capito all’Inno di Mameli quando il coro dei tifosi italiani è stato forte. E durante la partita più volte è partito l’incitamento nel silenzio stupito e impaurito degli irlandesi, che fino al 60′ vedevano lo spauracchio della seconda sconfitta nel torneo agitarsi su di loro. Poi, via via che il tempo passava e l’Irlanda si faceva più presente a ogni coro “Italia, Italia” seguiva subito un imponente “Ireland, Ireland”, anche se qualche volta c’è voluto lo speaker a chiamare il pubblico al sostegno.
Uno stadio dove si vendono alcolici, dove si può entrare con le bottigliette d’acqua senza dover togliere il tappo, dove si mangia di tutto (c’è anche l’Aviva chicken burger) non può che essere amato e arrivarci è sempre una festa. Anche se l’Italia qui non ha mai vinto, pur andandoci molto vicino. Come sabato scorso.
In copertina: uno dei lati dell’Aviva Stadium di Dublino – ph. Fabrizio Zupo
