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Ci ha lasciato Luciano Ravagnani, grande maestro di giornalismo, memoria storica del rugby italiano e fondatore della prima versione di Allrugby, negli anni Ottanta. Un nome ripreso e rilanciato negli anni Duemila da questa nuova compagine editoriale alla quale Luciano non ha mai fatto mancare il proprio sostegno e contributo. Aveva 88 anni. Riproponiamo qui il suo ultimo articolo, pubblicato giusto un anno fa sul numero 196 di Allrugby. Gli sia lieve la terra.

Clicca qui per leggere il ricordo di Luciano di Giorgio Cimbrico.

Qui invece il ricordo dei colleghi e degli amici di ALLRUGBY

Il rugby secondo Luciano Ravagnani. Di Paolo Ricci Bitti

L’ultimo saluto a Luciano sarà a Lonato del Garda presso la camera ardente della Fondazione Madonna del Corlo via Giuseppe Garibaldi 3 mercoledì 07 01 alle 11.

Nel prossimo week end la Federazione Italiana Rugby ha disposto in memoria di Luciano Ravagnani un minuto di silenzio su tutti i campi di gara.

Quando l’autunno era un’attesa

di Luciano Ravagnani

È il solito “una volta accadeva che …”? Un richiamo al rugby che non c’è più? No, è una realtà che rischia di riempirci di eventi così numerosi da svilire l’Evento più atteso. Insomma si gioca troppo; e a livello internazionale è facile perdere le coordinate, tanto più che l’offerta viene diffusa al “colto e all’inclita” dalle tecnologie. Tra televisione, internet e diavolerie smartphoniche, il rilancio di immagini e notizie è tale da perdere la tramontana. Quello che fino a qualche anno fa si acquisiva, in conoscenza, con lunghe ricerche, lettura di libri e giornali, oggi è a portata di tutti – basta dedicarci qualche ora – rinchiuso in una scatoletta 8×12 da tenere in tasca.

Un esempio. Negli ultimi tre giorni della settimana chiusa il 17 novembre, io che sono un appassionato TMO (Television Match Observator”, osservatore, che pensavate?), ho potuto vedere pressoché perfette sul piano televisivo le partite di Sudafrica, Irlanda, Nuova Zelanda, Inghilterra, Australia, Scozia, Galles, Francia, Argentina, Isole Figi, Italia, Georgia, Portogallo. Insomma il “pianeta ovale” nel salotto di casa in sole 72 ore. Pensando ai miei tempi di giornalista inviato – tempi non così lontani, poi -, in assenza delle Serie di autunno di World Rugby, mi sarebbero occorsi una dozzina di anni per completare un “giro” simile.

E in tre giorni mi sono nutrito di telecronache (qualche volta logorroiche…) ricchissime di cifre, dati e date, nomi, riferimenti, excursus storici, curiosità statistiche, alberi genealogici etc, da riempire un tomo di 500 pagine.

“E non ti pare bello?”, obietterà qualcuno. Certo, bello e facile, ma che cosa resta di questo “tutto”? Di questa sovrabbondanza?  Se non sai filtrare la storia; il passato ormai “sorpassato”; definire il desiderio del nuovo giocatore supercampione; accettare che in fondo il rugby è soltanto un gioco; complicato, ma di uomini (e ora anche donne) con i loro limiti. Insomma se non desideri il rugby soltanto per il rugby, è tutto tempo sprecato.

Facciamo l’esempio degli All Blacks, terzo e ultimo incontro   dell’Italia di autunno, che si giocherà a Torino, certo con il tutto esaurito al nobile stadio della Juventus, ormai Allianz (come Allianz è diventato il mitico Twickenham di Londra, la più famosa cattedrale ovale).

Gli All Blacks sono sempre molto attesi e desiderati, perché sono diversi; sono diversi da più di un secolo per i loro successi e le loro invenzioni tecniche; sono diversi perché, come sosteneva Paolo Rosi nelle sue telecronache dei tempi andati, con la loro divisa nera “vestono il lutto” dei loro avversari sconfitti; sono diversi perché hanno sempre grandi giocatori da esibire; perché il loro must si è arricchito nel tempo della attesissima Haka, una performance studiata maliziosamente a tavolino dopo anni di puro folclore (come sono rimaste le danze rituali di Figi, Samoa e Tonga). Quanti sono coloro che aspirano al biglietto della partita per non “perdersi la Haka “?

il giornalista Luciano Ravagnani, il tecnico della nazionale Gigi Savoia, gli azzurri Fabio Molinari e Carlo Loranzi, all’aeroprto di Johannesburg

Degli All Blacks una definizione comune è che “sono il rugby”. Ovviamente non è vero in assoluto. Il rugby è molto altro e le tecnologie sopra citate portano (hanno portato?) alla scoperta di altri rugby, espressi da altri Paesi. Ed è per questo, forse, che le Serie di Autunno sembrano avviate a diventare cosa normale in un calendario internazionale inflazionato (e non è ancora finita), tutto teso al business dell’incasso.  

Gli All Blacks sono arrivati in Italia la prima volta 47 anni fa, a Padova, il 22 ottobre 1977. Per affrontarli la Federazione si inventò un “XV del Presidente” con 3 stranieri (Babrow, Pardies, Naudè) affidato a Carwyn James e a Lolli Busson di Rovigo. Prese il meglio del bigoncio italiano, lasciando la Nazionale, impegnata con la Polonia a Varsavia il giorno successivo, a una inopinata sconfitta, 6-12 a Varsavia. Il “XV” ebbe la forza di resistere ai neozelandesi, 9-10, fino al 75esimo minuto (con una gran meta di Nello Francescato), quando il mitico Graham Mourie, il capitano (origine comasca, Mauri per la storia), segnò la meta della svolta. Fu un successo strepitoso. Un sacrificio ripagato. Perfino l’insensibile “Gazzetta” di questi tempi, sparò un titolone in prima pagina.

Due anni dopo a Rovigo, test match riconosciuto a posteriori, bis del successo di Padova per pubblico e interesse, 18-12 per i neozelandesi (ancora una meta di Nello Francescato) e nascita del Tour 1980 nel Sud Pacifico per quell’Italia che aveva dimostrato così grande entusiasmo. Quel giorno negli spasmi dell’attesa, tutta Rovigo fremeva, come i cavalli al canapo del Palio. 

Compreso il “XV del Presidente”, alla vigilia dell’ultima sfida, quella del 23 novembre, l’Italia aveva incontrato gli All Blacks 18 volte, sempre sconfitta, con 178 punti segnati e 998 subiti (poco più di un anno fa a Lione per la WC è stato 17-96).

Gli All Blacks che hanno segnato la consistenza azzurra in questo ultimo mezzo secolo ci hanno, di volta in volta, illuso (1991 Leicester 31-21; 2009 con Mallett ct, 27-6 a Christchurch; 20-6 a Milano – record a San Siro con 82 mila spettatori), quasi sempre bastonato crudamente (cinque volte oltre i 70 punti e un 101-3 ai mondiali 1999). 

In tutti questi anni di sfide e confronti, il rugby italiano ha aggiunto certamente al suo bagaglio molte più conoscenze, ma sul piano della consistenza e del valore tecnico le distanze tra noi e loro probabilmente sono rimaste uguali.  

E quella che in tempi passati era l’attesa spasmodica del Grande Evento sembra essersi trasformata nel timore di non essere all’altezza sul piano economico-finanziario. Eppure l’Italia di progressi ne ha fatti ma il rugby-business ormai è difficile controllarlo.  Il rugby contemporaneo, quello sempre più legato alla tecnologia sembra alimentarsi soltanto di affari. Dopo aver perso la grande occasione del fare del “femminile” il rugby dell’intero mondo (categorie di peso), moltiplica senza limiti l’attività al vertice maschile, cosicché un Springboks-All Blacks da sfida epocale diventa routine di calendario.  E da ciò, “per li rami” discendono tutti i limiti dei tempi attuali: l’ipertrofia di giocatori e calendari, le preoccupazioni per la salute degli atleti, i deficit di bilancio e, in qualche caso, di memoria di chi sul campo ha subito tanto. E via ancora. 

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