Giacomo Bagnasco
«Decano e maestro dei cronisti del rugby italiano». Vero, verissimo. Luciano Ravagnani era tutto questo, ma anche di più. E non solo perché aveva seguito altri sport, altri grandi avvenimenti che con la palla ovale non avevano niente da spartire. E non solo perché aveva una cultura vasta e profonda, oltre i confini sportivi.
Luciano era una signor giornalista, e un giornalista signore. Capace, come il suo amico Carlo Gobbi che ci ha lasciato un paio di anni fa, di trattare il più giovane dei neofiti “proprio” come un collega, di non ostentare mai nulla. Insegnava qualcosa ogni volta che parlava o scriveva, ma ascoltava pure con interesse e curiosità, doti che contribuivano a farne un grande della professione. E un suo complimento valeva oro.
Negli anni d’oro di Georges Coste e Giancarlo Dondi, la Federazione ha avuto in Luciano come addetto stampa una sponda preziosa, un interprete partecipe e sensibile del ruolo, con grande attenzione verso quello che il mondo dell’informazione poteva dare al rugby.
Fino a poco tempo fa, poi, le sue analisi scritte per Allrugby. Che facevano la differenza e, quando era il caso, mettevano in riga. Anche con un tocco di polemica elegante, una capacità di sostenere le opinioni tramite l’esposizione di fatti difficilmente contestabili.
Non saremo in pochi a dirgli grazie.
Con Paolo Ricci Bitti a Reaburn Place, Edimburgo, davanti alla pietra che ricorda la prima partita internazionale di rugby della storia, Scozia vs Inghilterra, nel 1871.
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Gianluca Barca
“Dai, basta, non state a farla troppo lunga…a chi interessa la notizia della morte di un vecchio di 88 anni?”. Luciano ci avrebbe ammonito così, davanti al subbuglio che ha provocato in noi la notizia della sua scomparsa. Certo non improvvisa, da almeno un anno il destino gli aveva tolto la possibilità di continuare ad esercitare il suo ruolo di attento osservatore, critico, narratore delle vicende sportive e umane, però per tutti quelli che l’hanno conosciuto ugualmente dolorosa.
Con Luciano avevamo periodicamente l’abitudine di confrontarci su quello che accadeva nel mondo ovale, ma non solo. Parlavamo di sport, della deriva che le varie discipline stanno prendendo, sempre più indifese di fronte alla richiesta di denaro e di spettacolo da parte di chi dello sport ha fatto un business maledettamente esigente e aggressivo. L’ultimo suo articolo pubblicato a dicembre 2024 su Allrugby “Quando l’autunno era un’attesa” e che riproponiamo ora sul sito parla proprio di questo della ormai irrefrenabile bulimia di eventi che intasa i calendari di tutte le competizioni, tutti gli sport. “Il rugby era nato per i giocatori, è diventato un prodotto per gli spettatori”, diceva spesso con una certa amarezza. Eppure continuava a seguire tutto con rande attenzione. E le sue riflessioni erano sempre accurate, precise, originali.
Lo ricordo a fine anni Novanta responsabile della comunicazione federale, dopo una vita da inviato e cronista senza pari. Eravamo nella sala stampa allestita per il match della nazionale contro la Scozia nella “casetta” del Monigo. Gli azzurri vinsero 25-21, meta di Paolo Vaccari, trasformazione e penalty di Diego Dominguez nel finale. La partita che ci proiettò definitivamente verso il Sei Nazioni. Luciano si avvicinò e disse: “ragazzi oggi “polpa”, mi raccomando, niente giri di parole inutili”. Ecco, nelle sue considerazioni la polpa c’era sempre. Ci mancherà, altroché se ci mancherà.
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Valerio Vecchiarelli
Aspettavo quel lunedì con ansia, all’edicola della stazione arrivava una sola copia di All Rugby, un foglio che sembrava ciclostilato e che dentro portava con sé tutta la fame di notizie, commenti, aggiornamenti ovali, che avevamo in tempi di pura esaltazione analogica e deserto di informazione. E là dentro la prima illuminazione portava sempre la firma di Luciano Ravagnani, un riferimento per tutti noi, facile adesso dire il maestro, il saggio, il più illustre divulgatore che il rugby italiano abbia mai avuto, ma è così.
Della storia di Luciano giornalista tutti sanno, dei suoi libri, della sua profonda conoscenza del rugby e non solo, è quasi inutile parlare. Per me va raccontata la storia di Luciano che come solo i grandi possono permettersi di fare è sempre a disposizione dei giovani che incontra sul suo cammino, che li riempie di attenzioni, di consigli, di storie di vita vissuta, di esperienze che solo lui ha potuto vivere in tempi da pionieri del pianeta ovale, che ti offre gratuitamente la chiave di lettura di partite ed eventi che altrimenti sarebbe stato difficile comprendere.
Da giovane appassionato cronista alle prime armi quasi mi vergognai quando lo incrociai sulla mia strada per la prima volta, abbassai lo sguardo e allora fu lui a fare il primo passo. Da quel giorno siamo diventati amici, un insegnante di alto livello che ha il gran pregio di ascoltare, di essere curioso, di chiedere prima che di spiegare.
Il suo primo insegnamento è stato la traccia di tutto: «Se vuoi fare questo mestiere due cose le devi sempre portare con te: un piccolo atlante geografico e il Devoto Oli». Grazie Luciano, grazie davvero di aver tracciato la nostra passione, grazie dei tuoi racconti, della tua malinconia e del tuo rispondere sempre alla richiesta di spiegazioni. Mancheranno da matti quelle telefonate che da sole valevano un’enciclopedia del rugby.
Foto ricordo al Cremlino, per Urss v Italia del 1981. Da sinistra, in piedi: Teo Betti, Giorgio Lo Giudice, Alberto Marchesi, Luciano Ravagnani. In basso, da sinistra, Gianfranco Bellè, Giacomo Mazzocchi e un tifoso di Rovigo.
