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Luciano era il nostro Rigoni Stern: aveva camminato nella steppa del rugby, aveva scalato le montagne dello sport. Ora è arrivato a baita. E potrebbe bastare così.

Era un grande narratore e chi ascoltava ne subiva il fascino. Era una sensazione sottile: Luciano non voleva stupire, cercare l’effetto per l’effetto sino a trasformarlo in effettaccio – cadenza così di moda oggi -, raccontava e basta e lo faceva con quel suo incespichio che ricordava gli ehm ehm di Mister Chips, l’immaginario insegnante che percorre una vita che inizia con il clop clop delle carrozze per giungere ai giorni della Battaglia d’Inghilterra.

Luciano rodigino raccontava con la voce, con la lettera 32, andando a braccio al telefono quando la comunicazione era perigliosa e, quando l’età era già tarda ma il cervello sempre lucido, usando persino il pc. Raccontava dell’alluvione del Polesine che vide ragazzino lambire il suo paese, dei tempi eroici di Battaglini, un personaggio che sarebbe piaciuto a Rabelais, dei suoi viaggi attorno e dentro il pianeta ovale in luoghi che dobbiamo invidiargli perché è così facile, oggi, andare a Twickenham, a Murrayfield o in quell’avamposto della banlieu che è lo Stade de France, ma non è più possibile andare a Costanza, a Sofia, a Varsavia, a Casablanca, solo alcune delle tappe di quel che, fuori di retorica, possiamo chiamare un apostolato.

Andava, guardava, annotava. Quando tornò dall’avventura a Krasnojarsk, Siberia profonda, passai un pomeriggio intero ad ascoltarlo. E di rugby parlammo pochissimo. Sapevo che con lui avevo perso prima del calcio d’inizio perché lui – oltre a saper raccontare – aveva un occhio tecnico raffinato. Sapeva, capiva, giudicava e quel giudizi non mancavano mai il bersaglio.

Con quella  barba sempre ben curata, Luciano aveva un aspetto risorgimentale: poteva finire in un’oleografia sulla Repubblica Veneziana di Daniele Manin, costruita su un gruppo di patrioti e di gentiluomini di fortuna. Finì per andare a percorrere anche quel cammino e il libro sull’avventura degli azzurri nel Sud Pacifico ha cadenze che ricordano la Ballata del Mare Salato di chi può essere considerato un suo concittadino, Hugo Pratt.

Era bello sentirlo pronunciare nomi: Prat – questo con una sola t -, i fratelli Boniface, Darrouy, Albaladejo. La Francia è stata un magnifico calvario, un modello inseguito, uno stile, un legame con un territorio rustico, autentico, quello del sudovest. Grenoble ’97 fu per Luciano una luce, una commozione, l’ideale conclusione, stesso luogo, della Mala Pasqua del ’63.

Aveva una biblioteca che gli anni e le vicende hanno disperso: c’era dentro la Storia e il rugby ne faceva parte. Un aspetto, uno spicchio, una parentesi. E tutto era inquadrato con i canoni di una moralità e di una riservatezza mai venute meno. Era un amico. Sulla lapide di un grande campione è scritto: solo i dimenticati sono morti. Con Luciano non c’è pericolo. Non lo dimenticheremo.

Nella foto del titolo, in un momento di spensieratezza, a Macao con l’amico Maurizio Bocconcelli (foto Bocconcelli)

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