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Se il rugby in alcune nazioni è una religione laica e anche un precetto educativo, Luciano Ravagnani di Rovigo ne è stato di certo un apostolo, un missionario, un profeta e un evangelista perché poi bisognava arrangiarsi a fare un po’ di tutto in una terra incognita per mete e placcaggi come era, e come ancora in gran parte è, l’Italia. L’unica cosa che a proposito di rugby Luciano non ha mai fatto è quella di giocarlo, il che rende ancora più prodigiosa la profondità del suo viaggio nel mondo ovale giunto al capolinea a 88 anni in questo inizio d’anno. Una cometa che ha illuminato per oltre sei decenni tutti coloro che seguivano questo sport, dai giocatori ai dirigenti, dagli allenatori ai giornalisti in particolare di quelli alle prime armi. Con grazia, garbo, pazienza e competenza è stato docente, collega e amico, compagno di viaggi, guida nella esplorazione dei territori ovali. Tu guidavi e lui, mentre magari si andava in pellegrinaggio a Rugby nelle Midlands, leggeva i quotidiani inglesi e francesi, spiegava questa e quella strategia, indovinava le formazioni per il turno successivo, infilava portentosi aneddoti anche su ciclismo e atletica perché aveva coperto pure Tour, Giro e Olimpiadi, raccontava vicende delle Isole Cook e Città del Capo, di Auckland e Buenos Aires, di Krasnojarsk e Manaus. In Groenlandia dovette barricarsi nella camera dell’albergo perché le donne Inuit stravedevano per i rari mori barbuti che capitavano da quelle parti. Divagava sulla Lirica e si rabbuiava rammentando l’agra epopea del suo Polesine dove pure, logico paradosso, era fiorita la pianta più robusta del più robusto degli sport. E sempre ti segnalava, senza sconti, errori e refusi che avevi commesso, ma con il sorriso sulle labbra. “Aspetta, rallenta, facciamo una deviazione, se giri di lì arriviamo in poche miglia a Morley che ha un club fondato nel 1878, la sede è la stessa di allora, dietro l’area di meta c’è subito il cimitero e quando calci fra i pali la palla rimbalza fra le lapidi dei giocatori, tra l’erba del campo da gioco e quella del camposanto non c’è alcuna recinzione”. Sì, dai, giriamo di lì: il campo da gioco ovvero il camposanto, da 150 anni legioni di fedeli sopra e sotto il prato, le radici di cui parlano gli inglesi per spiegare ai profani che cos’è il rugby.

1983, 40 RIGHE

“Pronto, sono Luciano Ravagnani, del Gazzettino, senti Paolo, sei l’addetto stampa dell’Imola Rugby? Sì, potresti mandarmi per favore 40 righe della finale del campionato Under 19 che si gioca domani lì da te? Ah, ne scrivi già per il Carlino? Fa lo stesso, mandale pure, mi raccomando il tabellino, detta bene i nomi al dimafonista. Grazie davvero”.

Ohibò, il più importante giornalista di rugby d’Italia (già allora) mi aveva ingaggiato sulla fiducia. Non l’avevo mai visto, ma lo leggevo ogni lunedì sulle pagine rosa del Gazzettino e ogni due settimane su All Rugby, un quindicinale che però non arrivava alle edicole di Imola. Ergo, dai 17 anni in poi, periodica andata e ritorno in treno fino all’edicola della stazione di Bologna, ma presto, il giovedì, sennò non si trovava più una copia della rivista dalla testata a pallini. In quegli anni non c’era altro modo, se non All Rugby, fondato da Ravagnani e guidato in parallelo alla carriera al Gazzettino, per leggere e imparare, soprattutto se si abitava alla periferia del già periferico mondo ovale. E senza alcuna tradizione cittadina o di famiglia su cui fare leva. All Rugby era l’unico l’abbecedario dei dotti e dei neofiti italiani, con quelle cronache anche dalla Nuova Zelanda, dal Sudafrica, dall’Argentina, paradisi del rugby che per un giovane imolese erano lontani almeno quanto la Luna. All Rugby, per Luciano, è il caso di dirlo, era anche un rischioso investimento: che mercato poteva avere il rugby dell’epoca (e oggi…)? Quanta pubblicità poteva raccogliere? Filantropia ovale, insomma, di un gigante che ha seguito dal vivo oltre 300 partite internazionali, di cui almeno 240 della nazionale vista per la prima volta a 10 anni a Rovigo (Italia-Francia B, 1948), compresi i tempi in cui se ne giocavano solo 3 o 4 a stagione e spesso lui era il solo inviato al seguito degli azzurri come in Sudafrica nel 1973. Come lui nessun altro in Italia e dopo di lui nessuno. Il suo volume “La storia del rugby mondiale dalle origini” (1992, aggiornato nel 2007) è il suo testamento più importante con quelle pagine che riecheggiavano potentemente nel dossier che il presidente Giancarlo Dondi nel 1998 gli commissionò per sostenere, con strabiliante e vitale successo, la candidatura italiana per l’ingresso nel Torneo delle Cinque Nazioni. Un breviario indispensabile per capire chi siamo, da dove veniamo e dove probabilmente non potremo mai andare.

1985, UN ELENCO DI LIBRI

Le corrispondenze per il Gazzettino erano diventate abbastanza frequenti. All’ennesima richiesta, presi coraggio e gli chiesi al telefono. “Per favore, quando può, senza fretta, mi manderebbe a questo numero di fax un elenco di 15 libri che consiglia a chi vuole imparare qualcosa sul rugby”.

Ma dovevo essermi spiegato male: l’elenco arrivò in fretta, ma nell’elenco non c’era nemmeno un libro sul rugby. Nemmeno uno. Si partiva da una monumentale storia dell’Impero britannico, poi atlanti geografici e storici, il romanzo Tom Brown’s Schooldays (ok, almeno questo è ambientato a Rugby), la rivoluzione industriale nel Regno Unito, la storia delle colonie francesi, le guerre boere, l’esplorazione del Pacifico. Ebbi molto da chiedere in biblioteca.

1986, OLIMPICO

Italia-Inghilterra all’Olimpico, 15-15, un partitone fantastico degli azzurri che quegli ipocriti degli inglesi non considerarono test-match anche se i titolari li schierarono tutti. Stadione ancora scoperto, 40mila spettatori, un botto. A sorpresa si era sfiorata, ma proprio sfiorata, drop finale di Bettarello fuori di un soffio, l’impresa delle imprese in una giornata celeste di primavera: ero capitato poco sotto la tribuna stampa quando la barba nera di Luciano si stagliò nel cielo azzurro oltre il banchetto dove era appoggiata la Lettera 32. Non faceva nulla, l’inviato del Gazzettino: guardava il prato deserto, i pali ad acca, un punto indefinito oltre l’orizzonte. Non l’avevo mai visto prima di persona. Non osai comunque avvicinarmi. Anni dopo gli chiesi perché si era attardato tanto in tribuna dopo quella partita. “Perché volevo fissare bene nella memoria quella partita, quella giornata, quella paura fottuta degli inglesi di perdere con noi italiani. Che soddisfazione averli messi all’angolo”.

1991, MONDIALI

Leicester, seconda Coppa del Mondo, dopo Nuova Zelanda-Italia 31-21, “Una vittoria per gli All Blacks, un trionfo per gli azzurri” disse Shelford, capitano dei Tutti Neri. Luciano, nella sala stampa su di giri per l’exploit italiano contro i campioni del mondo che nell’edizione precedente della Coppa ci avevano sotterrato con 70 punti: “Ciao Paolo, ho compreso bene che per Il Messaggero resterai fino alla finale? Allora volevo chiederti se ti andrebbe di coprire anche per il Gazzettino la seconda parte dei Mondiali al mio posto perché domani torno a casa, puoi usare anche uno pseudonimo”. Che cosa potevo chiedere di più? Ogni mattina al telefono facevo il punto con lui. E’ stato così fino al 2023, ogni chiacchierata, ogni telefonata con lui era una lezione di rugby, di giornalismo, di storia. Chi altri poteva contare sulla confidenza con centinaia di giocatori dal primo dopoguerra in poi, con presidenti di club e della federazione che lo chiamavano per consigli e informazioni, con allenatori geniali di calibro mondiale quali, per dirne un paio, Julien Saby e Carwin James? 

IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE

“Il rugby è stato inventato per i giocatori, prima di tutto per il piacere dei giocatori, poi è piaciuto molto anche agli spettatori e tanto meglio. Negli ultimi anni, però, si sta follemente trasformando il rugby perché piaccia agli spettatori, ma dimenticandosi dei giocatori”. Negli ultimi 15 anni Luciano si era trasformato in scrupoloso TMO, television match observer (definizione sua) e non si perdeva una partita: 15, 7, Under, Femminile. E riassumeva così il fastidio, comune a molti e non solo per questione d’età, per l’attuale rugby che continua graniticamente e pericolosamente a non presentare nuove forze al vertice e che si inchioda alla tecnologia della moviola sempre peggio utilizzata, allo sventolare di cartellini di tutti i colori, a una ridda di cambi come nel basket, a cento pick&go nello spazio di un metro, alla tredicizzazione del quindici.

E poi cambiare, cambiare, cambiare sempre senza il buonsenso e senza capire lo spirito del gioco

Già nel 2013 Luciano scriveva “sulla questione degli offloads, io – purtroppo vecchio – ti dico che non è molto diverso dal “demitour – contact – passe” con il quale i francesi di Lucien Mias nel 1958 (65 anni fa!) sbalordirono gli Springboks vincendo la serie dei test match. E sulla difesa ci sarebbe molto da eccepire.  Dal 1967 (All Blacks di Lochore in Europa) il rugby non ha inventato praticamente niente. Ha solo aggiornato e reso certe azioni roba da circo (vedi la touche). Purtroppo una volta non c’erano né il web né youtube…. Il League, dal canto suo, ha ribadito che bisogna essere forti, allenati e resistenti ai colpi. Un po’ come dire, secondo l’amico Vittorio Pepe, che per consumare un atto sessuale non si può prescindere dall’erezione… Sic et sempliciter”.

E ancora, dalla prefazione di “Ero lì”, 2016: “Sostanzialmente il rugby non sarà mai uno sport veramente planetario. Nessun altro sport ha una scala di valori assoluti tanto “ingessata” quanto il rugby”. Il tutto aggravato dal fatto che la politica di gestione del movimento non fa mai nulla che possa mettere a rischio qualcosa dei movimenti dominanti”. Da gioco rugoso, ma sostanzialmente di stile, il rugby è diventato un affare legato alla ricerca di uno spettacolo confezionato dalle regole più strampalate, uno spettacolo che il rugby non potrà mai essere”.

VITA E OPERE

Luciano Ravagnani, rodigino, inviato speciale del Gazzettino con 60 anni di militanza nel mondo del rugby, ha scoperto la Nazionale a 10 anni e da allora ne ha seguito le sorti in giro per il mondo, a confronto con le scuole più diverse. Fondatore del quindicinale  All Rugby (1977), del mensile Mondo del rugby (1991), de La Meta Magazine (2001) e infine di nuovo editorialista del nuovo AllRugby (2007) diretto da Gianluca Barca. E’ stato capo delle redazioni locali e inviato del Gazzettino, direttore sportivo del Rugby Rovigo e della Roslotto, squadra professinionistica di ciclismo. Ha scritto La storia del rugby dalle origini, Una città in mischia, Rugby Rovigo Capitale, Azzurri nel sud del Pacifico, Ero lì (con Vittorio Pepe) e, dai primi anni Ottanta a metà di quelli Novanta, l’Annuario italiano e internazionale “Tutto Rugby”, all’epoca uno sforzo ancora più titanico per ogni edizione perché, pur senza alcun data base digitale o rete web, riusciva a compendiare informazioni, statistiche e classifiche di tutto il mondo ovale che riusciva a raccogliere abbonandosi a riviste inglesi, francesi o neozelandesi che arrivavano anche con un mese di ritardo restando ugualmente attualissime per i lettori italiani che altri mezzi di informazione ovale non avevano. Strumenti, quegli annuari, a dir poco preziosi e indispensabili. Nell’edizione dell’1985/86 chiese pure scusa perché in quelle 300 pagine corpo 7 non era riuscito a infilare, secondo lui, abbastanza notizie dall’estero. “Per essere più completi avremmo del resto bisogno di un mercato di lettori che proprio non possiamo avere, non fosse altro che per motivi di lingua”.

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