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Platinum partner e principal partner sino al 2035: in questa parentesi, tre Coppe del Mondo e molto altro ancora. Fly better con Emirates e infatti World Rugby vola benissimo e sul Golfo Persico finirà per far atterrare qualcosa di importante, le finali del Nations Championship, ad esempio, quella “controriformata” – perdonate il povero gioco di parole… – che assume la sembianza di pietra tombale fatta piombare sulla lunga età dei test estivi e autunnali. Quando eravamo molto poveri e felici, scrisse Hemingway in “Festa mobile”. Anche quel rugby era una festa mobile.
Mzwandile Stick, assistente di Rassie Erasmus e Siya Kolisi durante la conferenza stampa prima del match (foto SA Rugby)
Sabato, a Cardiff (sui sotterranei sedimenti di quel che fu l’Arms Park) è in scena un ultimo hurrah, un funerale, un addio al passato, come cantava la Traviata e il caso, arbitro delle cose umane, mette di fronte un piccolo popolo che ha dato molto in termini di poesia, di creatività, di orgoglio e passione e chi ha preso il potere e lo tiene ben stretto in fondo a un trentennio di mutazioni sino a ottenere un perfetto cocktail di etnie, di attitudini, di forza e di fantasia.
Galles-Sudafrica è una storia appena più corta di Galles-Nuova Zelanda, 119 anni contro 120, iniziata al St Helen’s sulla costa a mezzaluna di Swansea con una vittoria degli Springboks e proseguita, all’insegna dei bassi punteggi, per lunghi anni, sempre a favore dei sudafricani. Una delle date che quelli di Cymru amano è il 24 gennaio 1970: 6-6 all’Arms Park, in una giornata di fango, di lotta dura e dell’esordio dal primo minuto (all’ala!) di Phil Bennett che ebbe l’incoraggiamento dei compagni: “Phil, canta l’inno e vedrai che loro ti appariranno meno grossi”. Gareth Edwards segnò l’unica meta planando nel fango e fallì la trasformazione: la palla era diventata  una specie di meteorite. Era il Galles dei tre Slam e delle 6 Triplici Corone, capace di offrire ai Lions molta cavalleria leggera e pesante.
Cobus Reinach oggi sarà l’unico trequarti in panchina per il Sudafrica  (foto SA Rugby)
I rapporti si interruppero per un quarto di secolo, sino alla caduta dell’apartheid. Nel ‘99 il primo dei sei successi gallesi, uno a Washington e uno a Bloemfontein, nel 2022.
Rassie Erasmus ha concesso ferie a una dozzina di giocatori (compreso Malcolm Marx, fresco di Oscar da Giocatore dell’Anno), ma ha riserve sufficienti per chiudere l’anno in letizia e allungare la collezione di vittorie nel nido dell’avversario.
Steve Tandy, privato di uomini andati a guadagnarsi lo stipendio fuori dal Principato, fa quel che può. Le quattro mete agli All Blacks sono state un soffio di gas esilarante per chi sentiva di essere oppresso da una cappa di piombo.
Non è un gran finale, non è il match che sconvolgerà la stagione, è solo un ultimo walzer. Da domani un mondo nuovo. Sob. Ma non è il caso di appesantire di troppe lacrime i fazzoletti: qualcuno (Springboks e All Blacks) continueranno a farsi gli affari propri e nelle stagioni di Coppa del Mondo e dei Lions torneranno quelle che chi non sa un cavolo di rugby chiama le amichevoli. Speriamo.
Le formazioni

Galles: Murray; Mee, Roberts, Hawkins, Dyer; Edwards, Hardy; G Thomas, D Lake (capt), Assiratti, Carter, R Davies, Plumtree, Mann, Wainwright.

In panchina: Coghlan, Southworth, Coleman, Ratti, Morse, Morgan-Williams, Sheedy, B Thomas.

Sudafrica: D Willemse; Hooker, De Allende, Esterhuizen, Moodie; Feinberg-Mngomezulu, Van der Berg; Steenekamp, Grobbelaar, Louw, Kleyn, Nortje, Kolisi (capt), Mostert, Wiese.

in panchina: Mbonambi, Porthen, Ntlabakanye, Etzebeth, Van Staden, Dixon, Smith, Reinach.

Nella foto del titolo (WRU) Aaron Wainwright e RG Snyman: il primo oggi sarà titolare, il secondo non potrà prendere  parte al match che cade fuori dalla finestra internazionale designata da World Rugby
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