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Di Federico Meda

(Dal numero 153 di Allrugby)

Una delle più controverse partite della storia del rugby gallese è la finale di Welsh Cup 1993. Llanelli contro Neath, ovvero due tra i più nobili XV del principato. I futuri Scarlets sono i grandi favoriti: hanno vinto il campionato – la Welsh Premier Division – e in novembre hanno battuto a Stradey Park i campioni del mondo dell’Australia, esattamente vent’anni dopo l’impresa contro gli All Blacks. Ma come le migliori finali insegnano, “it’s not over until it’s over”. Neath vende cara la pelle, e nell’ultimo quarto il punteggio è in perfetta parità: 18-18. I Westeners giocano un calcio libero e si gettano in percussione, finché il numero 8 Emyr Lewis, davanti ai pali, decide per il drop: “Tuttora non so come mi è potuto passare nella mente di calciare quel pallone”. Fatto sta che l’ovale centra i pali e la coppa va a Llanelli tra mille polemiche. Perchè? Il regolamento, sul calcio libero, da tempo prevedeva che non si potesse preparare un drop. Tra i giocatori inferociti di Neath c’è anche l’autore di una delle mete dell’incontro, la terza linea Adrian “Reg” Varney, il quale si sposerà poi con Valeria Callegari, figlia di emigrati italiani. Stephen Lorenzo, uno dei figli della coppia, non ha l’occasione di vedere il padre giocare con la maglia nera e la cross pattée bianca ma sa a memoria tutte quelle storie. Come sa a memoria l’inno italiano perché nonno Luigi e nonna Adriana non hanno fatto mancare un tocco di italianità nella sua vita, nonostante sia cresciuto in una frazione di venti case, Rhoshill, in pieno Pembrokeshire: “a me sembra di essere cresciuto come un bambino italiano. La domenica si andava dai nonni, si giocava a carte, si beveva il caffè e si mangiavano i tipici piatti della nostra tradizione: lasagne, polpette, risotto, ravioli, minestrone. I nonni fanno anche il vino, con uve importate, la grappa, il limoncello”. E nonostante non sia “fluent at all” con la nostra lingua, uno dei grandi rimpianti di mamma Adriana, Stephen non ha difficoltà a sentirsi italiano e ad accettare la chiamata della nostra U18 quando è nell’Academy del Gloucester, insieme all’Hartpury college una delle realtà oltremanica più collaborative con la nostra federazione. “L’Italia fa parte della mia cultura e quando mi hanno contattato mi ha fatto estremo piacere. In Galles ci sono tantissimi giocatori e spesso neanche i migliori vengono selezionati per l’alto livello. È un problema. Io ad esempio ho fatto dei provini con gli Scarlets ma mi hanno scartato quando ero in U16”. L’avventura in giovanile con gli Azzurri inizia in sordina, ma con l’U18 al Six Nations Festival del 2019, guarda caso al Kingsholm di Gloucester, mostra di che pasta è fatto entrando dalla panchina e mettendo a segno le due mete che sigillano il successo dell’Italia, 34-13, proprio contro il Galles. Poi, la scorsa stagione, con l’U20, sempre contro i Dragoni, Stephen è Man of the Match a Colwyn Bay (vittoria dell’Italia contro 17-7). Una prestazione che anche dalle parti di Cardiff non passa inosservata. “A un certo punto anche i gallesi si sono messi in contatto con me. Ma la Federazione italiana ha sempre dimostrato grande correttezza nei miei confronti, quindi è venuto naturale contraccambiare e continuare il percorso che avevo intrapreso”. Percorso che ha portato Stephen a esordire a Firenze con la Scozia, nella prima partita dell’Autumn Nations Cup, dopo che una positività al Covid l’aveva tenuto lontano dalla ribalta per le prime due partite di questa anomala, lunghissima, finestra internazionale. “È stato un momento davvero emozionante quando ho capito che sarei entrato. Ma già al suono dell’inno avevo provato sensazioni particolari. Anche in famiglia hanno vissuto questo esordio con grande trasporto, i miei nonni si sono messi a piangere”. La parabola di questo ottimo prospetto – che i più conoscono solo per le eccellenti partite disputate nella Premiership post pandemia – è veramente curiosa: fino a 12 anni non ha mai giocato in un club, limitandosi a farlo in famiglia e, talvolta, a scuola. Era appassionato di calcio, poi di golf, e solo quando è arrivato ad Hartpury il Gloucester ha iniziato a metterlo nel mirino. È come se fosse esploso tardi, ma tutto di un colpo. “A livello tecnico conosce molto bene il gioco. Molto confidente e di grande personalità”, dice di lui Fabio Roselli che l’ha allenato nell’U20 azzurra, “la cosa che ci ha impressionato di più è la naturalezza nel guidare il gioco, superiore alla sua età. In cosa può migliorare? In difesa, non è così solido ma è ancora giovane”. Tatticamente Stephen è un giocatore di rottura, capace di trovare gli spazi concessi dalla difesa vicino al pacchetto o dal lato chiuso. Dà ritmo e alternative a livello d’attacco. Adesso ha il ruolo di vice Violi, il che potrebbe essere un’arma a suo vantaggio: entrare fresco può garantire il cambio di ritmo che serve all’Italia, spesso in apnea nell’ultimo quarto del match, sempre che questo cambio sia nella cilindrata degli Azzurri in quel momento. “Altra caratteristica positiva l’ambizione”, aggiunge Roselli, “è molto esigente, ha chiaro dove vuole arrivare. Non è poco per un 2001”. 
Tanto si deve a Gloucester: il nuovo coach George Skivington sta creando un ambiente molto positivo e adatto ai giovani. E Varney ne ha approfittato andando in meta nelle prime tre partite giocate con i Cherry & Whites. “Giocare con Danny Cipriani a numero dieci, allenarsi con Willi Heinz, Billy Twelvetrees… da una parte c’è pressione ma anche tanti consigli per gestirla. È anche grazie a loro che sono riuscito a vincere il premio di Man of the Match nella partita contro i London Irish, un’emozione che non dimenticherò mai”. In Nazionale si è trovato subito bene facendo gruppo con Paolo Garbisi, Jacopo Trulla e poi con Seb Negri e Jake Polledri per una questione sì di lingua ma anche di passato, essendo tutti e tre passati da Hartpury. “Mi piace il mix di questa squadra, perché c’è gente con grandissima esperienza e poi noi giovani. E anche il gioco di Franco è interessante: a Gloucester giochiamo molto con i “box kick” e poi tutti su a portare pressione, con l’Italia è tutto più strutturato e basato sui breakdown, un gioco più veloce. Trovo sia complementare per me”. Se chiedi a Stephen quali sono i suoi punti di forza è piacevole sentire una voce fuori dal seminato, tipo “organizzare e gestire il gioco, supportare la linea, anticipare i line breaks”, segno di una maturità nella comprensione del gioco che va oltre i basic skill della serie “è un mediano che passa e calcia bene”. E sembra pure ascoltare i consigli di chi l’ha preceduto: con Callum Braley (strana la loro staffetta tra Gloucester e Italia) lo scambio è totale e alla pari, con Alessandro Troncon il sodalizio è iniziato durante il lockdown. Si è cominciato con consigli più generici rugby fino ad arrivare a masterclass sul passaggio “che hanno davvero migliorato il mio gioco”. Continua a giocare a golf, stima Aaron Smith e Antoine Dupont (e a chi non piacciono quei due?), non beve, ha l’aria tranquilla. Sembra un ragazzo normale. Per fortuna in campo si trasforma: è bravo nelle relazioni con i compagni, è uno che facilmente si inserisce in un gruppo squadra e – per un mediano è fondamentale – sa comandare gli avanti. 

Il bisnonno di Stephen Varney venne fatto prigioniero dagli inglesi durante la II Guerra Mondiale e internato in un campo vicino Newcastle Emlyn, nel Galles sud occidentale. Alla fine del conflitto decise di stabilirsi in Galles con la moglie. Sua nipote Valeria, nonché mamma di Stephen, è cresciuta nel principato ma da genitori entrambi nati in Italia. Da qui la qualifica di italiano del giovane mediano di mischia del Gloucester. Il papà Adrian è un “lecturer” al Coleg Ceredigion in Cardigan.

Nella foto, di Craig Thomas/Fotosportit, Stephen Varney nel match dell’Autumn Nations Cup contro il Galles, a Llanelli

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