Erano le isole verdi, le isole dell’erba e così fiorivano le storielle. Come quella del vecchietto che curava un campo – da rugby o da calcio fa poca differenza – e che, di fronte ai complimenti espressi dall’ammirato visitatore, sbrigava con un sorriso: “Non è difficile, sir. Bastano un rullo e cinquecento anni di pioggia”.
Ora – anni duri per i vecchi giardinieri, altra categoria minacciata in questo mondo spietato e che taglia più teste del boia della Torre – anche da quelle parti (Inghilterra, Galles, persino Irlanda, l’isola di smeraldo) si sono messi a stendere manti sintetici e qualcuno si è incazzato.
A prendere la parola è stato Louis Rees Zammit, l’ala gallese che aveva cercato fortuna, senza trovarne troppa, nella NFL: “Guardate che roba”. E ha mostrato una gamba con un’ustione larga come una mano. Il segno di chi era riuscito a fuggire da un incendio appiccato da Nerone o da Erostrato? No, le conseguenze della partita tra Saracens e Bristol. Capita, quando uno viene placcato e striscia su un tappeto verde che dell’erba non ha né il profumo né la consistenza.
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Applausi a Louis che per parte di nonno è maltese e come il Corto creato da Hugo Pratt si batte per la verità e per la giustizia, due merci che oggi non hanno un grande mercato.
La corporazione dei giardinieri di Wimbledon comincia a sentire qualche brivido che corre nella schiena?
Finto, questo è il mondo ideale, non prossimo venturo ma già con i piedi ben saldi dentro le nostre vite. Per finire di svuotarle. Ma sinché un falcone maltese si ribellerà, avremo ancora un secchio d’aria da respirare.
Titoli proposti: “La morte dell’erba” di John Christopher, “Com’era verde la mia valle” di Richard Llewellyn, “Foglie d’erba” di Walt Whitman, “Il mare d’erba” di Conrad Richter, qualche antico testo monastico rintracciabile attraverso un’analitica lettura de “Il nome della rosa”.
