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C’è un altro campionato di rugby in Italia. Ha 36 squadre, intorno ai 1200-1300 giocatori, arbitri, commissione tecnica, giustizia sportiva, playoff e una giornata finale che porta in campo 350 atleti. Ma per partecipare non servono un settore giovanile, grandi capitali o una struttura societaria particolarmente complessa. Si gioca ogni due settimane e, se una partita deve essere rinviata, ci si mette d’accordo e la si recupera.

È il campionato di rugby UISP, arrivato alla diciassettesima edizione: abbastanza organizzato da assegnare un titolo nazionale, abbastanza flessibile da consentire a un gruppo di amici di provare a vincerlo.

La storia comincia a Milano nel 2007, durante il Mondiale francese. Un gruppo di amici con esperienze nei collettivi studenteschi e sensibilità politiche comuni guarda insieme le partite e decide di fondare una squadra. Pochi hanno giocato davvero a rugby, molti ne sono semplicemente affascinati. Nasce così la Stella Rossa.

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Gli inizi sono quelli che ci si aspetterebbe: allenamenti nei parchi, da Trenno alla Montagnetta di San Siro e al Lambro, un torneo in Francia, poi la ricerca di un campo e l’ospitalità presso altre società. Ma l’obiettivo è già qualcosa di diverso. “Volevamo creare una realtà aperta sia a chi voleva iniziare da zero sia a chi voleva riavvicinarsi al rugby, ma con dinamiche diverse dai club della città” racconta Mico Curatolo.

Quando anche le amichevoli cominciano ad andare strette, l’idea si allarga. Con altri gruppi di Padova, Bologna e Venezia nasce il campionato UISP. È la stagione 2010/11: sette squadre, tre regioni. “Le dinamiche federali sono complesse per realtà come la nostra. Noi volevamo dare un’opportunità di gioco reale e di buona qualità alle molte persone che si avvicinavano a Stella Rossa e che avevano un vissuto di rugby importante”.

Il torneo viene quindi costruito a immagine delle squadre che devono giocarlo. Una partita ogni due settimane invece di una ogni domenica, gironi territoriali per limitare le trasferte, nessun obbligo di settore giovanile. Meno burocrazia e soprattutto costi compatibili con realtà autogestite e gruppi dai numeri inevitabilmente oscillanti.

All’inizio è poco più di una serie organizzata di amichevoli. Il problema principale sono gli arbitri: non si paga nessuno e si coinvolgono amici, ex giocatori, conoscenti. Dal 2013, però, il progetto cambia passo.

Progressivamente arrivano una struttura tecnica e sanitaria, la giustizia sportiva, una comunicazione pubblica; dal 2017 anche un pool di avvocati per omologazioni e sanzioni. Il campionato passa da otto squadre nel 2011 alle 36 squadre del torneo iniziato settimana scorsa.

“È stato il passaggio dall’amatorialità al dilettantismo. Che non sono la stessa cosa”, spiega Giorgio Boin, un passato da arbitro e uomo di mischia tra Veneto e Milano, ora coordinatore nazionale del campionato. La distinzione è sostanziale. L’amatorialità ha una finalità essenzialmente ludica e ricreativa; il dilettantismo introduce invece una competizione agonistica organizzata, con calendario, allenamenti, staff e un ente riconosciuto.

Il rugby UISP oggi appartiene decisamente alla seconda categoria: si gioca sotto l’egida di World Rugby e una commissione tecnica segue i regolamenti internazionali. “Poi ci sono le eccezioni, che sono parte del successo della formula – continua Giorgio – Uomini e donne possono giocare insieme, non esistono limiti d’età, i rinvii sono possibili e una stagione di dieci giornate permette di trovare più facilmente una data per recuperare”.

Anche i numeri economici spiegano molto. Il tesseramento individuale costa, a seconda della provincia, 15-20 euro; l’iscrizione al campionato 300 euro l’anno a squadra, più una caparra di 150 per le sanzioni. Per ogni partita casalinga si versano 65 euro per le spese arbitrali, mentre campo, medico e ambulanza sono a carico del club. Con circa 17mila euro complessivi si organizza un torneo da circa 180 partite, con regular season, ottavi, quarti, semifinali, Silver Cup e giornata finale.

 

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Il rapporto con la FIR non è sempre stato semplice. All’inizio il nuovo campionato è stato poco considerato, poi la crescita ha portato anche momenti di tensione. Ma raccontare UISP e Federazione soltanto come mondi contrapposti sarebbe fuorviante. Le squadre passano dall’una all’altra, così come i giocatori. Ci sono realtà cresciute abbastanza in UISP da scegliere poi la Serie C federale e club FIR che decidono di avere anche un XV nel campionato alternativo. “Quest’anno gli All Reds di Roma hanno fatto un passo ulteriore, tesserando gli stessi giocatori in entrambi gli enti, si tratta di una novità”, segnala Giorgio.
Nel frattempo è cresciuto anche il livello. Molte squadre si allenano ormai tre volte a settimana, hanno preparatori atletici e strutture che non hanno molto da invidiare a quelle dei club dei campionati federali. E nella stagione 2026/27, iniziata la scorsa settimana, per la prima volta anche l’area centro-sud ha un proprio girone: All Reds e Raccoons a Roma, Old Rebels Chieti e Zona Orientale di Salerno.

Le favorite per la vittoria finale, però, restano al nord. La Tribù di Casale sul Sile e i Rondoni di Spinea arrivano dal curioso titolo condiviso della scorsa stagione: pareggio anche dopo i supplementari e richiesta, accolta, di dividersi la vittoria. Dietro ci sono Valcuvia, Stella Rossa e un Cus Pisa molto rinforzato, mentre Rangers di Vicenza, Leoni del Nord-Est e Gispi Prato possono vestire i panni delle outsider.

Diciassette edizioni dopo quei primi allenamenti nei parchi milanesi, forse il risultato più interessante non è però sapere chi vincerà il prossimo titolo. È che quel campionato pensato per chi faticava a trovare posto nel rugby organizzato è diventato, a sua volta, rugby organizzato. Senza per questo diventare la copia di quello da cui aveva scelto di distinguersi.

In copertina: la premiazione dei Rondoni Rugby di Spinea, una delle due squadre vincitrici a parimerito del campionato 2025/2026 – ph. UISP

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