vai al contenuto principale
German Fernandez

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Allrugby 213, il numero del nostro magazine uscito a ottobre 2026, con il titolo Il mondo secondo Fernandez. Viene ora reso disponibile gratuitamente ai non abbonati. Abbonati a Allrugby per ricevere la tua copia cartacea direttamente a casa e avere a disposizione il meglio del rugby da leggere in Italia.

Il rugby e l’universo di variabili che gli gira intorno, le dinamiche sociali e le storie dei popoli, l’antropologia che arriva in soccorso per spiegare un comportamento in mischia, il confronto tra le diverse culture che si trasforma in confronto sul campo di gioco.

Parli con German Fernandez, tecnico argentino al servizio della Nazionale, e scopri un mondo, analisi mai banali, profonda competenza tecnica, eccezionale capacità di rendere elementari concetti complessi.

L’arrivo in Italia a Viadana nell’estate del 2020, dopo avere trascorso anni a lavorare per l’alta prestazione con i Pumas, poi un passaggio da responsabile dello sviluppo del nostro rugby fino alla chiamata di Gonzalo Quesada, con cui aveva collaborato ai tempi dei Jaguares, che lo ha voluto al suo fianco nell’avventura azzurra. La prima cosa che colpisce, in un mondo abituato a piangersi addosso, sempre pronto a esaltare i propri vizi e quasi mai le proprie virtù, è un incrollabile ottimismo, “sono molto fiducioso” è il mantra ricorrente in ogni suo discorso.

Altro su ALLRUGBY:
→ Rugby UISP, un altro rugby è possibile, di Federico Meda
→ Brescia e Bergamo in Serie A: la Lombardia prova a mettersi al centro del rugby italiano, di Gianluca Barca
→ Italia, torna Federico Mori tra i convocati per il Nations Championship 2026, di Redazione

Arrivato in un club, passato per la gestione dello sviluppo, adesso al lavoro con il vertice del movimento, chi meglio di German Fernandez può aiutarci a valutare lo stato dell’arte del rugby italiano?
“Il rugby italiano – dichiara senza timore – in generale lo vedo in ottima salute. Devo specificare, per evitare fraintendimenti, che la mia opinione si basa su una visione argentina”.

Primo stop, che vuol dire avere una visione argentina?
“Dobbiamo aver chiaro come si sviluppa il rugby nei diversi Paesi: in quelli di influenza anglosassone la formazione dei giovani è completamente delegata alla scuola, in quelli latini, Argentina, Francia con le dovute particolarità e Italia, è totalmente a carico dei club. La differenza è enorme, ecco che per noi il club diventa un momento irrinunciabile per assicurare un futuro a tutta la filiera. Per questo, in accordo con la Federazione, noi dello staff della Nazionale abbiamo iniziato un percorso nei club. Nei nostri incontri vedo come gli allenatori abbiano un desiderio enorme di migliorare e la sfida più grande che ci troviamo ad affrontare, e che proviamo a condividere con loro, è che oggi un allenatore deve insegnare in modo totalmente diverso da come ha imparato, perché il rugby è un altro e in continua evoluzione”.

Quali sono le criticità con cui vi state confrontando in questa esplorazione del movimento di base?
“Noto che il lavoro nei club è molto più incentrato sul vincere che sulla formazione. Una contraddizione, perché noi latini il desiderio di vincere lo abbiamo nel nostro codice di comportamento ed è inutile rinforzarlo. In Argentina, ad esempio, fino a 14 anni il rugby non prevede competizioni, anche perché a quell’età è sufficiente che un ragazzo abbia doti fisiche sviluppate prima degli altri che da solo può vincere una partita. E questo può far male sia alla sua crescita, sia a quella della squadra. Non è facile, qui la scuola è molto esigente e richiede tanto ai ragazzi, ma questa richiesta esula dallo sport. Ecco perché i club si devono far carico di migliorare una situazione ambientale per sua natura complicata”.

E dopo la prima formazione nei club, i migliori arrivano ai Centri di formazione o nelle Accademie…
“A quel punto il più è stato fatto, oramai in tutti i Paesi rugbisticamente evoluti a quel livello il lavoro è molto simile, strutturato, efficiente. L’unica differenza la fanno le risorse economiche, ma l’approccio che si ha nel formare i giocatori è di alto livello per tutti. Ci possono essere differenze nella metodologia, gli anglosassoni lavorano più sulle skills individuali, altri più sulla conoscenza del gioco, ma gli obiettivi sono condivisi e per tutti è chiaro il lavoro da fare per raggiungerli. Credo che a quel livello gli interventi individuali debbano essere omogenei: in Accademia arrivano ragazzi che hanno un X-factor e nostro compito è potenziare quell’X-factor stabilendo chiaramente con l’atleta quale può essere il suo obiettivo raggiungibile. L’unica strada è migliorare quello che fai bene e mai lavorare sulle debolezze del giocatore, cosa che purtroppo ancora succede”.

Arriviamo alla Nazionale, al cammino che ci porterà al Mondiale, a un luglio non andato come si sperava…
“Sono molto fiducioso – vi ricordate l’incrollabile ottimismo? – perché dal 2024 a oggi la squadra condivide alla perfezione il nostro modello di gioco, è consapevole e sa benissimo su cosa deve lavorare per migliorare”.

E i risultati della fase estiva del Nations Championship?
“In questa parte del mondo a luglio è tutto più complicato, ci sono giocatori che arrivano stressati dagli impegni agonistici e giocatori che non vedono il campo da due mesi, se poi ci mettiamo una competizione nuova con spostamenti che hanno messo a dura prova noi, figuriamoci i giocatori, e il quadro delle difficoltà è completo. Poi, certo che con Giappone e Australia abbiamo giocato due partite negative e che ci aspettavamo di più, ma su una strada in cui il traguardo è fissato tra quattordici mesi si può fare anche un passo indietro, l’importante è rimanere in carreggiata e allora lo stop può servire anche per prendere più velocità. Per noi il passaggio dell’estate è stato molto interessante, per vedere all’opera giocatori giovani e per ricevere tantissime informazioni. Sì, c’è stato un passo indietro, ma l’importante è che si sia fatto senza smarrire la strada e su quella strada noi siamo ben saldi”.

Al Mondiale in Australia si tireranno le somme del vostro lavoro?
“Nel 2024, quando è arrivato Gonzalo, la prima cosa che ha fatto è stato investire tanto tempo sulla creazione di una cultura di squadra, poi su quella c’era da mettere il rugby. Avendo ben chiaro che di un libro non puoi leggere solo l’ultimo capitolo, ma tutte le pagine hanno una logica conseguenza. Per esempio, il capitolo scritto dalla qualità dell’attacco di Kieran Crowley non poteva essere strappato e su quello si è provato a scrivere il successivo, inserendo accorgimenti in difesa o sul gioco tattico”.

Quale può essere il prossimo capitolo al quale state lavorando?
“Abbiamo dimostrato contro tutti, anche con i migliori al mondo, di saper trovare uno spazio, un offload, una spalla debole, un lancio di gioco efficace, per metterli in difficoltà; il nostro attacco ha fatto vedere, qualunque sia stato l’avversario, di saper arrivare dentro i suoi 22 con continuità. È in quel momento che abbiamo l’obbligo di migliorare la nostra efficienza offensiva, abbiamo ancora difficoltà a concretizzare questa capacità di saper creare lo spazio per attaccare. Dovremo fare delle scelte perché il tempo a disposizione per la Nazionale è poco e non si può allenare tutto, ma credo che dovremo concentrarci sulla nostra efficacia nei 22 e sulla gestione delle palle aeree. Anche quella, con le nuove regole, è diventata un’area fondamentale del gioco. In luglio abbiamo già visto dei miglioramenti, ma per noi oggi, in quel momento, con le seconde palle di rimbalzo, si crea un’area di disordine che diventa fondamentale saper trasformare in un’altra opportunità di attacco. I giocatori italiani sono molto evoluti e io sono fiducioso, molto fiducioso”.

Torna su