Sabato 4 luglio la Nuova Zelanda ha festeggiato l’inaugurazione del nuovo Te Kaha Stadium di Christchurch, la forza in lingua maori, con la vittoria degli All Blacks sulla Francia per 34-32, in quella che è stata la partita più bella della prima giornata del Nations Championship.
I neozelandesi attendono ora l’Italia al Wellington Regional Stadium, la casa degli Hurricanes campioni del Super Rugby, nella città al margine meridionale dell’Isola del Nord. È il campo dove lo scorso 20 giugno Cam Roigard, Ruben Love e Jordie Barrett hanno fatto a fette Damian McKenzie e i suoi compagni dei Chiefs, dominando la finale del campionato 60-5.
Roigard, Love e Barrett sono stati anche alcuni dei principali protagonisti della gara di sabato scorso, riportando in nazionale il grande stato di forma mostrato con la franchigia. Per il neo-capo allenatore Dave Rennie e per il suo staff il successo di Christchurch è stato un bel modo di iniziare il nuovo ciclo, mettendo subito in mostra alcuni principi e alcune idee rugbistiche chiare, in particolar modo sotto il profilo del gioco offensivo.
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Riconnessione
Gli All Blacks hanno vinto non così nettamente contro una Francia senza molti dei suoi protagonisti, ma questo ha detto di più sulla qualità della squadra transalpina che non sul valore di un team neozelandese che è apparso chiaramente all’inizio di un nuovo percorso e con diversi ambiti del proprio gioco da sgrezzare.
È sembrato che Rennie e colleghi si siano concentrati soprattutto sull’installare principi e strutture di gioco della fase di possesso, che infatti ha dato belle soddisfazioni, con cinque belle mete segnate e un tasso di conversione importante: 9 ingressi nei 22 metri avversari e 3,7 punti per ingresso, una media molto alta.
Le premesse vanno in una direzione chiara: riconnettere la nazionale neozelandese al proprio DNA storico giocando un rugby espansivo e propositivo, basato sulla ricerca dello spazio (in particolare lo spazio sui lati del campo) e su un ritmo tambureggiante (l’83% dei punti d’incontro dei tuttineri si sono risolti sotto i 3 secondi).
Gli All Blacks hanno giocato con un sistema 1-3-2-2 fluido, che si è adattato di volta in volta al contesto, sfruttando le qualità di alcuni ottimi portatori nello spazio (Codie Taylor, Ardie Savea, Peter Lakai) con alle spalle una batteria di trequarti composta di giocatori dalle mani buone.

Ruben Love e Damian McKenzie, apertura ed estremo, sono i due playmakers principali della squadra, ma supportati da Jordie Barrett e Will Jordan, primo centro e ala, entrambi protagonisti di alcune ricezioni da primo trequarti in piedi della linea arretrata. A numero 13 si è visto Quinn Tupaea, centro dei Chiefs abituato a giocare primo centro, dotato di ottima tecnica individuale e qualità distributive.

Contrattacco
Come di consueto, i palloni di transizione sono una delle armi migliori per gli All Blacks. Contro la Francia, i neozelandesi hanno sfruttato il fatto di avere in campo due giocatori dalle caratteristiche simili, Ruben Love e Damian McKenzie, entrambi capaci di giocare sia apertura che estremo e con ottime doti nella sfida, nel mettersi in proprio con un attacco individuale dalla profondità.
Sui calci lunghi degli avversari, la coppia ha sia la capacità di restituire un calcio lungo a propria volta che di gestire un contrattacco con la capacità di leggere le opportunità che si presentano, sfruttando anche il lavoro delle due ali e dei centri nel tornare a disposizione rapidamente.
Sui calci contendibili, Love e McKenzie sono abbastanza forti in aria da non andare sotto contro le minacce aeree avversarie, e uno dei due rimane in piedi, pronto subito a esplorare tutta la larghezza del campo sul possesso successivo come primo ricevitore.

Difesa
In molti hanno sottolineato che la bella prova offensiva della Nuova Zelanda è stata controbilanciata da una non eccezionale prestazione difensiva, ma questo non è del tutto vero. Come ha fatto notare Robbie Owen, meglio conosciuto come Squidge Rugby, il più rilevante youtuber della palla ovale, in questa stagione la Francia ha segnato meno di 32 punti soltanto una volta, a novembre contro il Sudafrica. A ben vedere, la capacità degli All Blacks di concedere meno punti nei propri 22 metri rispetto agli avversari, ha fatto la differenza.
La difesa degli All Blacks sembra avere incrementato la densità dei giocatori sia nei pressi del punto d’incontro che più in generale su tutta la larghezza del campo. Questo permette una buona velocità di salita per cercare di imporsi nello scontro fisico, ma contro la Francia, in alcune occasioni, sono emerse alcune crepe nella capacità dei giocatori di leggere le situazioni allo stesso modo, con alcuni che hanno cercato di spingere sull’acceleratore e altri che sono rimasti indietro, sconnessi, come nel caso della meta di Theo Attissogbe.

Cosa può fare l’Italia
Un aspetto estremamente rilevante, per quanto spesso sottovalutato, della partita degli All Blacks contro la Francia è stata la qualità dei sostegni nel punto d’incontro. Ferocia, aggressività, tecnica individuale, lucidità nel riconoscere il proprio compito, disponibilità di tutti e 15 i giocatori in campo a darsi anima e corpo in questo aspetto del gioco: così i neozelandesi hanno ottenuto una eccellente qualità e rapidità del possesso, di cui si è detto in precedenza.
I Bleus, come l’Italia e invece a differenza della Nuova Zelanda, sono una squadra che quando si trova senza possesso, prova a mettere le mani per contendere o rallentare l’ovale in ogni singola occasione. A Christchurch non sono però mai riusciti a raggiungere l’obiettivo. Per gli Azzurri sarà semplicemente vitale riuscire laddove i cugini hanno fallito. Prime e terze linee, ma anche Tommaso Menoncello, dovranno mettersi al lavoro per rallentare ogni singolo possesso a una squadra che, se può giocare a cento all’ora, è semplicemente inarrestabile per la difesa italiana. Questo aspetto è stato tante volte al centro delle buone prestazioni difensive della nostra nazionale, e stavolta lo sarà nuovamente, pur in assenza di Manuel Zuliani e Giacomo Nicotera.
Difensivamente gli Azzurri sono attesi a una prova ovviamente difficile, ma il sistema difensivo azzurro, collaudato per lavorare con una salita forte sul tempo di volo del pallone, con due ottimi centri capaci di lavorare molto bene nel trovare il tempo giusto per salire a prendere il destinatario di un passaggio, potrà provare ad approfittare di quelle situazioni in cui gli All Blacks forzano un po’ la trasmissione per cercare di portare il pallone nello spazio, com’è successo in un paio di occasioni contro la Francia.
L’Italia, in più, dovrà provare a sfruttare al meglio quelle incertezze e quei rischi che la Nuova Zelanda è incline a prendersi nel proprio campo, come nel caso dei mal calcolati calci di McKenzie o delle amnesie difensive di Savea. Magari in questo potrebbe aiutare una parziale rotazione del XV avversario: gli All Blacks non sembrano inclini a cambiare tanti giocatori (si parla di un possibile riposo per Savea e di qualche cambio nel triangolo allargato), ma qualche volto nuovo potrebbe mostrare meno confidenza con i nuovi sistemi e offrire qualche opportunità.
Più di ogni altra cosa dagli Azzurri ci si aspetta una gara di riscatto sotto il piano dell’energia, del fuoco della competizione, per riscattare dalla prova incolore di Tokyo. Questi All Blacks, d’altra parte, sono ancora una delle squadre più forti al mondo, e sembrano imboccare un sentiero interessante, che in un anno possa portarli a conquistare la loro quarta Rugby World Cup, pareggiare i conti con il Sudafrica e tornare a essere il faro del rugby mondiale.
In copertina: Will Jordan segna la prima meta degli All Blacks contro la Francia – ph. Six Nations Rugby
