Dichiarando che il divario nel punteggio fra Nuova Zelanda e Italia è stato in parte determinato da decisioni arbitrali che avrebbero potuto essere diverse, Gonzalo Quesada ha riaperto un annosa questione: quanto le partite possono essere influenzate dagli arbitri. Un anno fa Allrugby aveva intervistato Alain Rolland, arbitro della finale mondiale della Rugby World Cup 2007 e attualmente referee coach per il movimento arbitrale della Federazione Italiana Rugby. Riproponiamo qui l’intervista di Gianluca Barca pubblicata sul numero 205 del magazine, a settembre 2025.
“Ad Andrea ho detto bravo, ha fatto un buon lavoro. So cosa vuol dire arbitrare una partita dei Lions in un ambiente ostile. Nel 2009 a Città del Capo, mi toccò quella contro gli Emerging Springboks, sotto un diluvio torrenziale: finì 13-13, con una meta trasformata dei padroni di casa all’ultimo minuto”.
Alain Rolland, irlandese, 59 anni compiuti lo scorso 22 agosto, dal 2020 è responsabile del programma di sviluppo degli arbitri italiani d’élite. Prima era stato High Performance Match Official Manager di World Rugby, in pratica il capo mondiale dei giudici di gara. Nel suo curriculum ci sono la finale della Coppa del Mondo del 2007 in Francia, tre finali di Heineken Cup (2004, 2013 e 2014) e, da giocatore, tre caps con la maglia dell’Irlanda, tra il 1994 e il 1995, oltre a 40 presenze con quella del Leinster.
Insomma un coach d’altissimo livello per il movimento arbitrale in Italia.
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Gli chiediamo se condivide la valutazione che la designazione di Andrea Piardi per il secondo test tra i British & Irish Lions e l’Australia è uno dei traguardi più alti raggiunti del rugby azzurro nella sua storia.
“È un traguardo molto prestigioso di cui sono veramente orgoglioso perché premia il lavoro che abbiamo svolto in questi anni – riflette Rolland dalla sua casa di Dublino – In assoluto è difficile fare un confronto tra la designazione per un test dei Lions e, per dire, una semifinale dei Mondiali. Forse ai Mondiali c’è più concorrenza, le partite dei Lions sono precluse agli arbitri delle quattro Home Nations, ma insomma è certamente un traguardo molto speciale”.
Rolland nel 2007 arbitrò la finale dei Mondiali tra Inghilterra e Sudafrica e quattro anni dopo fu assistente in quella tra Nuova Zelanda e Francia, dopo essere stato protagonista in semifinale della famosa espulsione di Sam Warburton, nel match tra Francia e Galles, finito con la vittoria francese 9-8, con i gallesi in 14 per 63 minuti.
“Sono diventato famoso più per quell’episodio che per aver arbitrato la finale del 2007– ride – i tifosi gallesi non mi hanno mai perdonato, ma dimenticano che il Galles a sei minuti della fine ebbe l’occasione per vincere la partita, con una punizione che Halfpenny non riuscì a mettere fra i pali”.
Ecco, cogliamo la palla al volo: da quel 2011 sono cambiate molte cose, oggi tra TMO, bunker e cartellini rossi da venti minuti il ruolo dell’arbitro sembra molto ridimensionato: il giocatore che riceve un cartellino giallo e viene mandato al giudizio del bunker, se giudicato meritevole di un rosso può essere sostituito dopo venti minuti.
“Io penso che il cartellino rosso doveva continuare ad essere quello che era: una punizione senza attenuanti. Un cartellino rosso è un cartellino rosso, se ne riduciamo il significato perde tutto il suo valore deterrente. Così come penso che se un giocatore viene giudicato colpevole di un fallo che merita la punizione più severa non ha senso poi squalificarlo per due settimane che sono praticamente due settimane di riposo. Dov’è l’effetto deterrente di questa pena? Per me dovremmo tornare a giudicare i fatti per quello che sono. Un fallo grave merita di essere trattato come tale: espulsione diretta e, che so, sei settimane di squalifica. Allora sì i giocatori, gli allenatori starebbero molto attenti alla disciplina. Viceversa, se la colpa non è grave si prendono altre decisioni, le vie di mezzo generano solo confusione”.
Torniamo agli arbitri italiani.
“Direi che non ci possiamo lamentare: oggi ne abbiamo quattro che arbitrano stabilmente in URC (Piardi, Gnecchi, Vedovelli e Russo) e nelle coppe europee, nessun’altra nazione ne ha altrettanti. E Franco Rosella la scorsa stagione ha fatto il suo esordio in Challenge Cup, per la defezione improvvisa di chi era stato designato. Clara (Munarini, ndr) e Lauren (Jenner, ndr) sono impegnate nella Coppa del Mondo femminile attualmente in corso in Inghilterra. Mi piacerebbe pensare che una piccola parte di merito in questa crescita che l’ho anch’io. Ma la verità è che sono traguardi raggiunti con un duro lavoro e soprattutto grazie a un forte senso di fiducia che siamo riusciti a instaurare fra noi. Nessuno prende le critiche come un’accusa, nessuno davanti a un’analisi severa della sua prestazione cerca giustificazioni, o alibi a propria difesa. Quello che siamo riusciti a costruire è un ambiente positivo, in cui i feedback sono accettati senza malanimo. Nel quale l’eventuale errore è valutato come un’occasione per crescere non come un atto di accusa. Naturalmente perché queste condizioni si verifichino deve esserci una buona sintonia tra le parti e devi conoscere bene le persone con cui sei in relazione”.
Come si sviluppa il lavoro, di settimana in settimana?
“Io di ogni weekend generalmente analizzo tre partite di URC o di coppe europee e un paio di Serie A Élite e successivamente invio a ciascuno dei protagonisti le mie considerazioni. Il punto di partenza è: cosa fare meglio la prossima volta, quali situazioni vanno gestite con più attenzione. Se lavoriamo bene, di settimana in settimana l’area dei miei interventi si riduce, le cose da fare diventano più specifiche, più dettagliate. Ad ogni arbitro, in ogni caso, servono almeno quattro o cinque partite per dimostrare quanto vale. La difficoltà sta nel non spingerlo in un livello troppo alto per le sue competenze, senza per contro tenerlo troppo a lungo in una dimensione inferiore alle sue capacità”.
In Italia si discute molto se la Serie A Élite sia un torneo formativo, sia per gli arbitri che per i giocatori…
“Per me lo è, ovviamente tenuto conto del fatto che non si tratta di una competizione pienamente professionistica. Le partite però sono spesso molto combattute, con grande intensità agonistica e rivalità di campanile, ci sono un sacco di derby mai facili da arbitrare. Da questo punto di vista credo essere chiamati a fischiare in quei contesti offra un’esperienza molto utile. Poi certo, la velocità, il ritmo, non sono quelli delle manifestazioni di livello più alto. Però per me l’Élite è un buon banco di prova per crescere e farsi le ossa”.
In base a cosa si giudica un arbitro?
“I primi requisiti sono la conoscenza del regolamento e la preparazione atletica. La conoscenza delle regole, ovviamente, è fondamentale, ma la capacità di essere vicino all’azione lo è altrettanto. Lo stesso aspetto fisico dell’arbitro è determinante nella percezione dei giocatori, che sicuramente, quando entri nello loro spogliatoio, ti osservano e ti giudicano: se ti presenti impacciato, con qualche chilo di troppo, la tua credibilità va a farsi benedire ancora prima di cominciare la partita. Poi devi essere consistente nelle tue decisioni che devono essere trasparenti e comprensibili. Deve essere chiaro per quale motivo hai scelto di fischiare un fallo, o di ignorarlo. Un’azione può essere giudicata in modo diverso, ma qui entriamo nel campo delle opinioni: l’ormai famoso intervento di Jac Morgan nel secondo test fra Lions e Australia è un esempio. L’importante è che la spiegazione del perché essa è stata ritenuta corretta o meno sia esplicita e comprensibile. Anche la comunicazione, nel corso della partita, è fondamentale, i giocatori devono poter sapere cosa gli è consentito e cosa no”.
Adesso questo viene fatto addirittura pubblicamente, davanti a uno schermo gigante, mentre i tifosi esprimono a gran voce il loro assenso o il disappunto.
“Gli arbitri si allenano a ignorare quello che accade intorno a loro in quei momenti. I rumori, quello che succede sulle tribune, non li devono condizionare. La regola è attenersi ai fatti, rispondere a semplici domande concrete, faccio qualche esempio: c’è contatto testa contro testa? È frutto di un intervento portato troppo alto, senza il minimo tentativo di abbassarsi? Il giocatore ha fatto qualcosa di sbagliato? Ci sono fattori mitiganti, l’attaccante è scivolato, qualcuno la ha spinto mentre veniva placcato? La decisione viene come conseguenza di quella risposte e se ti attieni ai fatti, senza farti influenzare da alcunché, difficilmente sbagli. Se entri nel campo delle opinioni, la strada diventa pericolosa, se cominci a pensare: forse non voleva, è stato distratto da qualche cosa, forse non è opportuno che prenda un provvedimento così severo, a quel punto decidere diventa difficile. Devi attenerti ai semplici e puri fatti: il contatto è corretto, l’intervento è stato portato secondo le regole? Altro non devi fare”.
Qual era l’aspetto più carente degli arbitri italiani quando nel 2020 hai cominciato a lavorare con loro?
“Sicuramente conoscevano il regolamento molto bene, su questo non c’è dubbio. Era il modo in cui lo applicavano che in qualche caso era troppo meccanico: non sempre è necessario fischiare 30 falli per amministrare una partita. Conoscere perfettamente regole è importante, ma lo è altrettanto sapere come declinarle nel contesto del gioco. Le regole sono uno strumento, possederlo è un conto, saperlo utilizzare è un’altra cosa”.
L’impressione però è che le aspettative del pubblico, le esigenze dello spettacolo, abbiano preso il sopravvento su tutto il resto.
“La tecnologia crea negli spettatori l’esigenza della perfezione, l’errore non è più tollerato. E in un match giocato secondo le regole, i palloni usciranno più rapidi dai punti d’incontro, il ritmo sarà più elevato e, alla fine, sia per chi gioca sia per chi guarda, lo spettacolo sarà più divertente. Il problema che parliamo di un gioco molto, molto complesso: le statistiche dicono che in una partita di calcio le occasioni che un arbitro è chiamato a interpretare, un contrasto, un fallo di mano, un fuorigioco, un intervento pericoloso, possono arrivare fino a 250 nel corso dei 90 minuti. In un match di rugby ci sono, tanto per cominciare, almeno 200 ruck, e in ciascuna di esse ci sono almeno due o tre cose da osservare. Poi c’è tutto il resto…il che vuol dire essere chiamati a processare nell’ambito di una singola partita più di mille episodi. Intorno ai quali ognuno si forma una sua opinione. Per questo è importante che tutti possano capire perché un arbitro fischia o non fischia. E che le decisioni nel corso della partita siano coerenti”.
Nella Coppa del Mondo 1995, l’ultima prima dell’era pro, vennero coinvolti 22 arbitri, inclusi un coreano, un samoano, un giapponese, un canadese, uno statunitense, un figiano. Paesi dei quali non c’è più stato alcun rappresentante nelle edizioni successive. Negli ultimi anni il numero di fischietti coinvolti è stato dodici per edizione, in rappresentanza di non più di sette diverse nazioni. Un passo indietro?
“Si è capito che se si vuole mantenere una certa uniformità di giudizio per tutta la durata della competizione, il numero degli arbitri non può essere troppo grande. Dodici per me è il numero giusto, se allarghi troppo c’è il rischio di avere troppe differenze nell’interpretazione del gioco. Così, secondo me, hai la giusta concorrenza, la giusta spinta a dare il tuo meglio per rimanere in corsa fino alla fine”.
Dieci edizioni, 140 designazioni, mai un italiano. Australia 2027 sfaterà questo tabù?
“Ce lo auguriamo. Ma il fatto che Andrea [Piardi] abbia arbitrato un test dei Lions non gli da automaticamente diritto a entrare nel panel per la Coppa del Mondo. Diciamo che al momento è in buona posizione, ma deve continuare a questi livelli perché la concorrenza è molto alta e solo se rimani al top puoi aspirare a entrare nel gruppo per il Mondiale”.
In copertina: Alain Rolland arbitra una partita di Heineken Cup – ph. PierreSelim con licenza CC-BY 3.0
