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Lunedì 8 giugno la federazione neozelandese ha emesso un comunicato per annunciare di aver messo sotto contratto Tony Brown, allenatore kiwi attualmente impegnato come assistente per l’attacco di Rassie Erasmus in Sudafrica, a partire dal 2028, ovvero dalla fine della Rugby World Cup in Australia, per due anni.

È una notizia importante, ma anche molto strana. Gli All Blacks hanno annunciato solamente lo scorso marzo il nuovo staff tecnico che guiderà la squadra al prossimo mondiale e nessuno degli allenatori è ancora sceso sul campo, né ha guidato la nazionale in nero per una singola partita. Dave Rennie, il capo allenatore, ha un contratto che scade alla fine della Coppa del Mondo. Mike Blair, nominato due mesi e mezzo fa allenatore dell’attacco, non ha ancora iniziato a lavorare e già ha saputo che verrà rimpiazzato dopo la spedizione in Australia.

Ciononostante, New Zealand Rugby ha ritenuto necessario non solo muoversi con un anno e mezzo di anticipo, tempistica non incomprensibile per assicurarsi uno dei migliori assistenti del palcoscenico mondiale, ma di comunicarlo immediatamente all’intero globo: non sappiamo ancora chi sarà il prossimo allenatore degli All Blacks dopo il mondiale, ma sappiamo che Tony Brown allenerà l’attacco.

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Chi è Tony Brown

Tony Eion Brown, 51 anni da Balclutha, fredda cittadina all’estremo sud dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, è ritenuto uno dei migliori allenatori in circolazione, specializzato nella fase offensiva.

Quindici anni di carriera da giocatore negli Highlanders e sei tra il Giappone e il Sudafrica, 18 presenze con gli All Blacks tra il 1999 e il 2001, dov’era la prima riserva dell’apertura titolare Andrew Mehrtens, Brown ha iniziato ad allenare nel 2011, immediatamente alla fine della sua carriera da giocatore. Come assistente o capo allenatore ha guidato le squadre in cui ha giocato: i Wild Knights giapponesi, la provincia di Otago in Nuova Zelanda, la franchigia degli Highlanders.

Nel 2018 si unisce a Jamie Joseph alla guida dei Sunwolves e del Giappone. Con la coppia kiwi alla guida, i nipponici costruiscono una squadra in grado di qualificarsi per la prima volta nella storia ai quarti di finale di una Rugby World Cup, quella casalinga del 2019. Buona parte del merito di quel successo viene attribuito a Brown, capace di costruire un sistema offensivo che esalti le caratteristiche della squadra giapponese, che paga un dazio fisico importante nei confronti della concorrenza ma riesce a impostare un gioco ad alto ritmo, con tante opzioni, un alto volume di offloads e ottime skills individuali esibite da tutti i giocatori.

Dopo il mondiale, Joseph e Brown sono tra i candidati a guidare gli All Blacks, ma preferiscono entrambi rinunciare e rimanere in Giappone, guidando la nazionale fino alla Rugby World Cup del 2023 in Francia, dove avranno risultati meno esaltanti complice la cancellazione dei Sunwolves e un sostanziale ricambio generazionale rispetto ai quattro anni precedenti.

La reputazione di Brown, che nel frattempo ha continuato a lavorare anche con gli Highlanders, non scema. A chiamarlo è nientemeno che Rassie Erasmus, l’allenatore due volte campione del mondo con gli Springboks. Per rimanere l’avanguardia del rugby mondiale, la squadra che ha conquistato due titoli grazie alla propria difesa, vuole evolvere il proprio gioco offensivo. E, a quanto dicono gli ultimi due anni di gare, con Brown il progresso è evidente e porta risultati: il Sudafrica è oggi una squadra ancor più dominante di prima, giocando in maniera radicalmente diversa.

Perché gli All Blacks si sono mossi

In un momento in cui il rugby si è evoluto verso un contesto dove la fase offensiva oggi ha una predominanza su quella difensiva, la rilevanza di un allenatore come Brown è diventata ancora più grande.

Visti i successi degli acerrimi rivali, il pubblico neozelandese non ha potuto fare a meno di sottolineare come un tecnico ritenuto fra i migliori al mondo non fosse mai arrivato ad allenare gli All Blacks in 15 anni di onorata carriera, imputando le colpe di ciò alla federazione.

 

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Una federazione sotto pressione, anche per i risultati non sempre soddisfacenti della nazionale, che ha deciso di muoversi per assicurarsi il rimpatrio del suo figliol prodigo, seppur con ampio anticipo e con un certo grado di incertezza su quale sarà il futuro. Brown, neozelandese di sangue maori, non è ovviamente immune al fascino della maglia nera con la felce argentata e stavolta non ha potuto dire di no.

Steve Lancaster, CEO della federazione neozelandese, ha spiegato: “Sappiamo che Tony è disponibile dalla fine della Rugby World Cup 2027 in poi e che gli piacerebbe far parte degli All Blacks. La decisione è stata semplice, si tratta di assicurarsi che i migliori allenatori a disposizione ritornino in Nuova Zelanda. Con Dave [Rennie] abbiamo concordato che discuteremo della selezione del prossimo capo allenatore degli All Blacks non prima della fine del mondiale.”

New Zealand Rugby ha reso noto che Rennie è stato consultato prima di procedere all’accordo con Brown e Lancaster, interpellato sul perché non sia il prossimo capo allenatore (Rennie o chicchessia) a scegliersi il proprio staff, ha risposto che praticamente tutte le persone in lizza per essere il prossimo head coach degli All Blacks hanno concordato che il primo nome da aggiungere al loro staff sarebbe stato Tony Brown.

Gli All Blacks hanno giocato d’anticipo per assicurarsi l’assistente allenatore più desiderato al mondo, con la sola concorrenza, forse, di Jacques Nienaber. Una volta ottenuta la firma, rendere pubblico l’accordo è sembrata la cosa migliore da fare, probabilmente per ragioni di trasparenza, che in questo caso potrebbe pagare maggiori dividendi di una serie di voci incontrollate per un anno e mezzo, fino alla fine della prossima Rugby World Cup.

Brown concluderà il suo mandato con gli Springboks sfidando proprio gli All Blacks nella serie che li vedrà opposti in tre test matches consecutivi questa estate e poi guidando i sudafricani alla Rugby World Cup.

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