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“Il rugby mi ha dato una fiducia in me stessa che prima non avevo, mi ha offerto la possibilità di esprimermi e di essere quello che sono. Questa è la risposta che darei a una ragazzina che dovesse chiedermi perché giocare a rugby: per la possibilità di trovare sè stessa”.

A 29 anni Megan Jones dell’Inghilterra è una delle tre giocatrici in lizza per ricevere il premio World Rugby Women’s 15s Player of the Year 2025. Le altre due sono la canadese Sophie de Goede e la neozelandese Jorja Miller. La vincitrice sarà annunciata sabato a Twickenham in occasione della finale della Coppa del Mondo tra Inghilterra e Canada. 

Questa è l’intervista che Allrugby fece a Meg Jones nel mese di marzo del 2024, e apparsa sul numero 189 del magazine, alla vigilia del Sei Nazioni di un anno fa.

di Gianluca Barca

Megan Jones con la maglia delle Trailfinders Women (foto Trailfinders)

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E se a Parma (Italia-Inghilterra, ndr) finisse con una vittoria dell’Inghilterra di tre punti, come hanno fatto gli uomini (Sei Nazioni 2024: Italia-Inghilterra 24-27, ndr)?

“Sarei molto contenta, primo perché vorrebbe dire che abbiamo vinto, secondo perché significherebbe che è stata una partita combattuta, in cui si è divertito anche il pubblico, e siccome il rugby è competizione e intrattenimento, dico che alla fine una vittoria di tre punti mi andrebbe molto bene”.

Allo stato attuale delle cose invece c’è una grande differenza tra voi e le altre squadre…

“Non dovete dimenticare che da noi in Inghilterra il professionismo, o semiprofessionismo, è stato introdotto nel rugby femminile almeno una decina di anni fa. Vuol dire che ne abbiamo altrettanti di vantaggio su tutte le nazioni avversarie. Ma adesso con la presa di coscienza della nuova realtà femminile da parte delle altre federazioni questo gap è destinato a ridursi e secondo me le distanze si avvicineranno in tempi brevi. In ogni caso giocare contro l’Italia non sarà affatto una passeggiata, mi ricordo la prima partita del Sei Nazioni 2021, ancora in pieno covid: il primo tempo fu uno dei più duri di cui ho memoria (la partita finì 67-3 per le inglesi, ma il primo tempo si concluse 17-3, due mete a zero, ndr), la capacità delle Azzurre di conservare il possesso del pallone, la loro aggressività, la loro determinazione, all’intervallo ero esausta”.

Con la maglia dei Leicester Tigers contro Loughborough a febbraio 2024 (foto Leicester Tigers)

È innegabile tuttavia che l’Inghilterra sia la favorita per questo prossimo Sei Nazioni.

“Sì questo lo penso anch’io, ma attenzione, le persone giuste al posto giusto, la creazione di un ambiente favorevole possono cambiare in poco tempo le cose, ne sappiamo qualcosa noi che, nell’autunno del 2021 battemmo la Nuova Zelanda segnando quasi cento punti in due partite (43-12 a Exeter e 56-15 a Northampton, una settimana più tardi, ndr) e poi ai Mondiali, un anno dopo, perdemmo la finale: loro avevano chiamato Joe Schmidt per preparare la Coppa del Mondo e in sei mesi di lavoro misero le premesse per batterci nel match decisivo”. 

Diciamo che dopo quella sconfitta, anche voi avete un po’ provato a cambiare stile di gioco, al posto di Simon Middleton è arrivato John Mitchell…

“Si ultimamente abbiamo provato a giocare in modo un po’ meno scontato, meno ABC e qualche rischio in più, ma abbiamo un pack talmente fantastico, capace di fornire una tale piattaforma che in effetti possiamo provare a fare qualunque cosa”.

Ecco, hai parlato di pack e di muscoli, non c’è il rischio che privilegiando il peso della mischia, il rugby femminile si avvicini troppo in termini di strategia e quindi anche di spettacolo, o meglio di non spettacolo, a quello maschile? 

“Ma questo è uno sport che richiede potenza per esprimere dinamismo e velocità, quindi la crescita fisica è inevitabile. Al rugby femminile credo manchi ancora la fase di lavoro che gli uomini intraprendono in palestra intorno ai 16/17 anni e questo fa ancora la differenza. Si dice che il rugby è “pass, kick and run” se tu riesci ad alternare queste tre caratteristiche del gioco con un certo equilibrio impedisci anche alle difese di focalizzarsi in una direzione sola, diciamo che un mix di queste tre opzioni sarebbe ideale per lo spettacolo”. 

Contro le Trailfinders, sua attuale squadra, a Worcester RFC nel febbraio 2024 (foto Tigers)

Quest’estate in Inghilterra è stata inaugurata la nuova Premiership Women’s Rugby, alla quale prendono parte 9 club, sette dei quali disputano la Premiership anche a livello maschile. E tu stessa, dopo l’addio ai Wasps, sei passata ai Leicester Tigers (dalla scorsa estate è alle Trailfinders Women dove gioca anche Sara Seye, ndr). Per il movimento femminile in Inghilterra è un altro salto di qualità?

“Senz’altro, non siamo ancora forse in assoluto dove vogliamo dal punto di vista individuale, ci sono ancora ragazze che lavorano, non tutte possono essere pagate a tempo pieno per giocare e magari devono fare lunghi spostamenti per potersi allenare, il che significa magari tornare a casa alle dieci la sera, ma dal punto di vista delle strutture e dell’organizzazione i passi avanti sono stati fondamentali, abbiamo più visibilità, più copertura mediatica, uffici stampa composti da professionisti, staff tecnici e impianti adeguati. Noi dei Tigers vorremmo essere un po’ più su in classifica (ride, la squadra al momento di questa intervista è settima, ndr), ma nel complesso la competizione è buona, non ci sono partite scontate a priori, il livello può solo crescere in futuro”.

Festa per la meta di Ellie Kildunne, con Abby Dow (coperta) durante la semifinale con la Francia (Photo by Alex Davidson – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

E cosa può offrire il rugby femminile in più rispetto a quello maschile?

“Diciamo che si allarga l’utenza, il tifo per le squadre degli uomini è più tradizionale, più consolidato, anche geograficamente. Il nostro magari è più ambiente per famiglie, si avvicinano persone che magari hanno meno abitudine a seguire il rugby”.

La tua relazione con Celia Quensah, tua compagna di squadra con la nazionale Seven, ai Tigers (e ora a Ealing con le Trailfinders Women, ndr), è nota, prima delle Olimpiadi di Tokyo ne parlarono molti giornali: due persone dello stesso sesso che condividono la vita affettiva e fanno parte della stessa squadra, a memoria non è dato ricordare un precedente di questo tipo a livello maschile.  

“Sicuramente per gli uomini è molto più difficile parlare della loro omosessualità. Quando giocavo con i maschi (nell’U12 era l’unica ragazza nella squadra della scuola in Galles) c’erano sempre queste battute fra di loro, tipo “che roba da gay, sembri un gay…”. E poi il rugby si identifica ancora molto con una cultura maschile, in cui l’uomo deve essere macho, leader. Lo sportivo maschio vive ancora nello stereotipo per cui deve dare immagine di sé all’interno di una famiglia tradizionale, credo che per noi donne essere noi stesse sia più facile”.

Con Celia Quensah alle Olimpiadi di Tokyo (foto Team GB)

Giocare in squadra con la tua compagna di vita mette più pressione o rende le cose più facili?

“C’è molto supporto reciproco, viviamo le stesse emozioni, nel bene e nel male, nei momenti difficili c’è la comprensione per aiutarci, in quelli di felicità la possibilità di condividerli insieme. Per la verità questo legame forte c’è con tutte le compagne di squadra, ma io ho questo privilegio di avere con me anche una donna che mi conosce come le sue tasche, che sa starmi vicino, insomma è un extra lusso”.  

Meg Jones è nata a Cardiff il 23 ottobre del 1996. Ai Giochi Olimpici di Rio del 2016 fece parte del Team GB come riservata viaggiante, a quelli Tokyo, nel 2021, faceva parte della formazione titolare e realizzò le due mete nella finale per la medaglia di bronzo persa dalla Gran Bretagna con le Fiji 21-12.

Con l’Inghilterra XV ha esordito nel 2015 contro la Nuova Zelanda, in questo mondiale ha giocato titolare con la maglia numero 13 in tutte e cinque le partite disputate dall’Inghilterra. 

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