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Un trifoglio a orologeria o, continuando a utilizzare il titolo della più famosa opera di Anthony Burgess, Irlanda meccanica. E poi c’è anche Shakespeare: “sono venuti non per lodare la nuova Irlanda ma per seppellire la vecchia”, scrive Jonathan Liew, uno degli inviati del Guardian in un crescendo di bravura, in un succedersi di immagini: la più toccante è quella dei tifosi in verde che vanno al Pere Lachaise a render omaggio a Oscar Wilde. Irish in Paris.

Nessuno pensa agli All Blacks, tutti ripensano alla perfezione offerta nella prima ora contro la Scozia, al traguardo raggiunto dopo anni di studio, di lavoro, per ottenere quel che pare un obiettivo semplice: tutti sanno fare quel che va fatto. Il rugby dell’Irlanda non è il rugby di corsa dei neozelandesi, non è quello di pura forza del Sudafrica. E’ una macchina che si muove, è un fortilizio mobile, è una testudo moderna, è un’armonia brusca che all’improvviso crea gli spazi per un assolo virtuosistico.

Alla creazione hanno lavorato Joe Schmidt prima, Andy Farrell e il suo gruppo di lavoro oggi, e ha contribuito un piano che ha coinvolto tutto il movimento e i quattro “regni” (Leinster, Munster, Ulster e Connacht) hanno dato la luce alla squadra numero 1 al mondo. Un quarto di secolo fa –  sino a spingersi dieci anni or sono – l’Italia batteva l’Irlanda, nel 1997 due volte in dodici mesi.

Nella foto di Julian Finney (World Rugby/World Rugby via Getty Images), Hugo Keenan segna la quarta meta dell’Irlanda contro la Scozia

 

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