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Freddie Steward è stato giudicato a novembre il miglior estremo del mondo.
“Ma ce ne sono anche altri molto bravi – dice – : Ange Capuozzo, Liam Williams, Hugo Keenan”. Conosciamo da vicino uno dei protagonisti del prossimo Sei Nazioni.
di Gianluca Barca

“Quando ti prepari a catturare un pallone al volo, un calcio alto degli avversari, l’unica cosa che devi fare è focalizzarti sull’ovale. Non devi pensare ad altro, né al pubblico, né a chi ti sta di fronte, né se sei a Twickenham o altrove, non devi pensare a nessuna altra cosa. Il tuo obiettivo dev’essere la palla, la palla e basta”. 
Freddie Steward accompagna le parole con le mani, che avvicina parallele alle tempie, per rafforzare il concetto di non farsi distrarre da niente intorno. La ricetta sembra semplice se dettata dal giocatore che World Rugby, lo scorso novembre, inserendolo nella formazione ideale del 2022, ha giudicato l’estremo più forte del mondo. Eppure sono pochi quelli che mostrano la sua sicurezza nel gioco aereo: il miglior numero 15 del pianeta ovale, non male per un ragazzo che ha appena compiuto 22 anni e al quale, se non fosse diventato un rugbista professionista, sarebbe piaciuto fare il detective. “Quando ero più giovane impazzivo per le storie poliziesche – dice -, leggevo un sacco di libri gialli. Adesso non ho più tanto tempo”.
L’università 
A giugno lo aspetta la laurea in Economia alla Loughborough University, per la quale gli mancano tre esami.
“Studiare e giocare a rugby non è stato facile – spiega -, per questo gli ultimi due anni, all’università, ho optato per il part-time, che ha reso più semplici le cose. In ogni caso devo essere molto disciplinato, quando torno a casa devo approfittare al massimo del tempo che ho a disposizione e mettermi subito subito sui libri, niente perdite di tempo, niente televisione o altre distrazioni. Pochi social media, solo quando non ho altro da fare”.
Il risultato, però, in termini sportivi è stato eccezionale. Che effetto fa essere giudicato il migliore del mondo nel proprio ruolo?
“E’ tutto molto strano, gioco a rugby perché mi è sempre piaciuto, fino da quando a 5/6 anni ho cominciato con JVP (Jack van Poortvliet, ndr), e siamo ancora qui insieme, ai Tigers e in Nazionale, che è una bellissima emozione. Sentirmi dire che sono il più forte è qualcosa che veramente non mi appartiene, continuo a lavorare per crescere e le cose fanno il loro corso, poi quel che succede succede e se non succede niente cerco di lavorare ancora più duro”. 
Come durante il Covid?
(Ride…) “Quando nel 2020 vennero interrotti i campionati rimasi a casa per 10/11 settimane. Ogni giorno andavamo fuori, io e mio fratello, e ci passavamo la palla, la calciavamo, la prendevamo al volo, con ogni tempo, in ogni condizione. Devo dire che tutto quell’impegno qualche risultato lo ha dato…”. 
L’allenatore dei Tigers all’epoca era l’ex estremo dell’Irlanda Geordan Murphy: “Freddie si portò a casa una sacca di palloni e non perse un solo istante di quel tempo prezioso – ha raccontato al Times -: a forza di allenarsi ha imparato a tenere i gomiti stretti nelle prese aeree, per creare quel cesto ideale nel quale far cadere il pallone. Si è allenato con il vento, con la pioggia, in tutte le situazioni e, quando dietro hai uno così, la sicurezza che ne ricava la squadra è immensa”. 
Talento o duro lavoro?
“Direi duro lavoro – analizza Steward dopo un attimo di riflessione -. Il talento ti apre le porte, ma il lavoro è quello che ti permette di andare oltre.  Ci sono un sacco di giocatori che hanno talento, ma ai quali manca l’etica del lavoro, il desiderio di superare i primi limiti e questa probabilmente è la ragione per cui non fanno il salto di qualità. Noi qui a Leicester lavoriamo molto duro, ci spingiamo gli uni con gli altri e questo è uno dei motivi principali della crescita dei giocatori a livello individuale”.
Il rugby come professione
Quando hai capito che il rugby poteva diventare una cosa seria, il tuo futuro? 
“A diciassette/diciotto anni – racconta il n. 15 dell’Inghilterra -, facevo parte dell’Academy dei Tigers, e le cose mi hanno colto abbastanza di sorpresa, lavoravo duro, ho infilato una serie di buone partite, e tuttavia non volevo guardare troppo in là, anche se la mia famiglia è stata sempre di sostegno, mi ha incitato, mi ha spronato, in particolare mio nonno che mi diceva “vedrai che andrai lontano”. Ho sempre pensato che era meglio concentrarsi sul presente, fare bene le cose che dovevo fare. E alla fine questo è stato abbastanza per guadagnarmi un contratto da professionista”.
…e diventare il miglior numero 15 del mondo… avevi un modello da ragazzino?
“Leigh Halfpenny. È decisamente più basso di me (1.78 contro 1.96, ndr), ma ammiravo il suo coraggio sui palloni alti, la sua capacità di correre e calciare, mi strabiliava”. 
Dicono che tu, fin da ragazzino, catturassi l’occhio di chi veniva a vedere le partite a Holt RFC e poi a Norwich School. 
“Mi notavano perché ero più alto e più grosso degli altri – si schermisce -, ma poi, a un certo punto, ho smesso di crescere e lì ho incontrato un breve periodo di difficoltà”.
Con Halfpenny, Freddie condivide un piccolo record: entrambi hanno messo a segno le loro prime mete europee in Italia, a Calvisano. 
“Non sapevo che anche Halfpenny avesse segnato su quel campo (novembre 2008, in Heineken Cup, con la maglia dei Cardiff Blues, ndr). Io quella meta me la ricordo bene, è stata la mia prima da professionista con i Tigers (a novembre del 2019, ndr) in Challenge Cup. Una partita molto più combattuta di quanto ci aspettassimo”.
Il Sei Nazioni
 Tra le potenziali sorprese del 2023, Planet Rugby ha messo la prima vittoria dell’Italia contro l’Inghilterra. Si sono spinti troppo in là?
“L’Italia ha avuto un’ottima stagione. Ci sono giovani molto forti, Ange Capuzzo è un bravissimo estremo, molto diverso da me, è incredibile quello che fa, una minaccia costante quando corre con la palla in mano, è fantastico vederlo attaccare, è una delle star del futuro, ma tutta la squadra è forte e di recente gli Azzurri hanno giocato proprio un bel rugby. Credo che non ci sia più quel gap di una volta con le altre nazioni e per quanto mi consta credo che stavolta sarà una sfida vera. Penso che l’Italia quest’anno possa disputare un ottimo Sei Nazioni”. 
Con l’Inghilterra, ritroverai Steve Borthwick, l’allenatore con cui hai fatto il salto di qualità ai Tigers.
“Sono molto eccitato dall’idea di ritrovare Steve alla guida della Nazionale, è un allenatore eccezionale che lavora in un modo incredibile, e poi c’è Kev (Kevin Sinfield, ndr), anche lui arriva dai Tigers, sono due appassionati, che mettono molta attenzione sui dettagli, guardano tantissimo rugby, sono molto attenti ai dati e su tutto ciò costruiscono un piano di gioco di cui ti puoi fidare ciecamente. Sono sicuro che faranno un ottimo lavoro con l’Inghilterra”.
Insomma, sarà difficile cogliervi di sorpresa…
“Sì, spero proprio che non succeda! Anche se di questi tempi non si può mai dire”. 
Che Sei Nazioni sarà, nell’anno che porta alla Coppa del Mondo in Francia?
“Con il Mondiale all’orizzonte l’obiettivo è ovviamente utilizzare bene il Sei Nazioni per amalgamare il gruppo e mettere in atto un sistema di gioco che possa dare i suoi frutti nell’arco del tempo e produrre il massimo il prossimo autunno. Per noi la chiave sarà assimilare rapidamente le indicazioni del nuovo staff e mettere le fondamenta per il lavoro di questi mesi. Cominceremo con la Scozia che tradizionalmente è un’avversaria molto dura, vista l’antica rivalità che c’è tra le due squadre, poi l’Italia che è molto cresciuta ultimamente. Irlanda e Francia sono reduci da anni molti positivi, poi c’è il Galles…ogni partita del Sei Nazioni alla fine è molto difficile”.
L’allenatore
Che differenze dobbiamo aspettarci rispetto all’Inghilterra degli ultimi anni?
“In questo momento non è facile rispondere, anche se conosco Steve molto bene. È un tecnico molto esigente, che chiede intensità, sforzo, durezza, penso che ai giocatori piacerà lavorare in quella maniera. È un uomo molto emotivo che ti spinge a dare il massimo e a giocare per lui. E anche Kev è della stessa pasta”. 
Eddie Jones in una recente intervista ha detto di essersi chiesto se è stato troppo “soft” con voi giocatori. Che opinione ti sei fatto in questi sedici mesi con l’Inghilterra?
“Per quanto mi riguarda, con me è stato di grande supporto e mi ha aiutato moltissimo a crescere, non posso dire altro”.
Come deve essere il coach ideale? Duro, comprensivo, amichevole?
“Credo che ci voglia il giusto mix: la durezza di chi pretende molto e ti incita a lavorare sodo fissando standard elevati, ma anche la capacità di trarre il meglio da ciascun giocatore, tenendo conto che ognuno è diverso e necessita di un diverso approccio per dare il massimo”.
Il gioco
Con la maglia dell’Inghilterra hai segnato 6 mete, in pratica più di una ogni tre partite (17 cap in totale), contro le 15 su 78 match con i Tigers. Vuol dire che con la Nazionale il tuo gioco in attacco era valorizzato meglio che a Leicester?
“Non credo, la meta spesso è solo la conseguenza di essere al posto giusto al momento giusto. Ovviamente fra Inghilterra e Tigers c’erano delle differenze anche dal punto di vista del gioco, ma credo che alla fine sia tutto questione di essere lì quando capita l’occasione”.
Qualcuno rimproverava Eddie Jones di un gioco poco spettacolare, anche nei momenti in cui con l’Inghilterra ha ottenuto i risultati migliori c’era chi gli chiedeva un rugby più aperto, più votato all’attacco. Tu cosa preferisci dal punto di vista della scelta tattica?
“Per me non è importante come giochi, ma che quello che decidi di fare ti faccia vincere. I giocatori sono felici quando vincono e per fare tutti contenti il solo modo è vincere. Per riuscirci talvolta devi sacrificare un po’ di spettacolo, o di rischio, altre volte per battere la squadra che hai davanti devi allargare il gioco. Non ho preferenze, purché il piano stabilito sia vincente. Per quanto riguarda me, io cerco di fare il mio lavoro al meglio, di fornire innanzitutto una prestazione solida, questa è la mia filosofia, attenermi al piano di gioco, senza troppi fronzoli, catturare i palloni al volo, calciare bene ed essere una minaccia per gli avversari quando attacco con la palla in mano, senza bisogno di essere spettacolare o di inventare qualcosa di speciale”. 
C’è un segreto nel fatto che tanti buoni giocatori  (tu, van Poortvliet, Ben e Tom Youngs) vengono dal Norfolk?
“In effetti me lo sono chiesto. La risposta è che è una regione in cui la passione per il rugby è molto alta, ci sono tanti ottimi club e la palla ovale è una delle prime attività che vengono proposte ai ragazzini. Poi i Tigers pescano da lì molti dei giocatori che inseriscono nella loro Academy. Direi una combinazione di fattori favorevoli”. 
Tu vieni da una famiglia di rugbisti?
“Tutt’altro, i miei giocavano a hockey. Però mi hanno sempre molto sostenuto. E non mancano mai una partita in cui gioco. C’erano anche al mio esordio in Nazionale, solo 10 mila persone a Twickenham, nell’estate del 2021, a causa del Covid: per me un’esperienza memorabile”. 

Nella foto, di Warren Little (Getty Images), la meta in tuffo contro gli All Blacks lo scorso novembre, inutili i tentativi di placcaggio di Anton Lienert-Brown e Ardie Savea (in primo piano).

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