Quando Kurtley Beale esordi con i Waratahs aveva 17 anni e Markus Muller, l’ultimo uscito dalla sterminata cucciolata di Rassie Erasmus, non era ancora nato.
Il CT dei Wallabies Les Kiss (un nome che ricorda una vecchia canzone delle gemelle Kessler…) lo ha richiamato per quello che in Australia chiamano spring tour in Europa: chi vive nel down under ha una diversa concezione delle stagioni.
Beale non viene dalle isole che oggi forniscono buona parte del cast ai gialloni: è un aborigeno, come i fratelli Ella; è vicino ai 38 anni, non gioca per i Wallabies da cinque anni (ultimo riferimento, Cardiff 2021) e se Kiss gli darà quattro opportunità, salirà a 99 caps.
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Largo ai vecchi? Raschiamento del fondo del barile? Usato sicuro? Ennesimo indizio sulle crepe che solcano il volto del rugby union aussie che tra meno di un anno ospiterà la Coppa del Mondo? Tra le domande che si affollano, si fa largo l’etichetta di un torneo che sveglia sul viso eternamente accigliato di Kurtley piacevoli ricordi: terzo nel 2011, secondo nel 2015.
Beale può essere utile perché, grazie a un banalissimo gioco di parole, è un utility back: estremo, centro, ala, apertura. E potrebbe essere proprio questo il ruolo che Kiss ha in mente per lui dopo che generazioni di numeri 10 (Lolesio, Donaldson, Gordon e i ripescaggi dei veterani Quade Cooper e James O’Connor etc) hanno fatto rimpiangere il tempo perduto di Bernard Foley.
E così non resta che rivolgersi al passato, confidare – più che nelle sue accelerazioni non più così improvvise – nei suoi calci di spostamento e in quel che rimane delle sue antiche intuizioni.
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