Lo scorso 24 ottobre il quotidiano sportivo francese L’Equipe ha pubblicato un articolo secondo il quale, prima di giocare la settima giornata di campionato lo scorso weekend, nel Top 14 figuravano 127 giocatori indisponibili per infortunio, circa il 26% di tutti gli atleti della competizione, più di uno su quattro.
La metà delle squadre lamenta assenze in doppia cifra, mentre, nel frattempo, l’uscita delle liste dei convocati delle nazionali per l’imminente finestra internazionale autunnale, con il ritorno del Nations Championship, ha posto ancor di più sotto gli occhi di tutti il grande numero di assenze per problemi fisici.
L’Italia ha annunciato una rosa dalla quale erano assenti in un primo momento 13 giocatori, diventati 16 dopo il fine settimana. La Francia, come già sottolineato anche su queste pagine, la segue da vicino con 14 infortunati. Gli All Blacks hanno recuperato molti giocatori preziosi per il loro tour in Europa, ma sono comunque orfani di nove atleti. All’Irlanda mancheranno 10 giocatori, fra cui Garry Ringrose e Jack Conan. Il Sudafrica conta al momento cinque giocatori indisponibili, ma tutti di una certa importanza: Andre Esterhuizen, Eben Etzebeth, Handre Pollard, Cheslin Kolbe, Deon Fourie.
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Secondo quanto ha scritto L’Equipe relativamente al Top 14, in realtà non si riscontra un aumento statistico del numero di infortuni rispetto alle ultime stagioni, né un aumento del ricorso a strumenti come il joker medicale, quei giocatori messi sotto contratto a stagione in corso per far fronte agli infortuni, in particolare quelli più gravi.
Non c’è, quindi, una grande ondata di infortuni di cui preoccuparsi. C’è casomai un dato statistico ormai consolidato: un’alta percentuale di giocatori è generalmente indisponibile per problemi fisici più o meno gravi. E si tratta di un problema che si autoalimenta, perché quando ci sono tanti infortunati, chi sta bene deve giocare di più, e chi sta al 50% deve affrettare il recupero per rientrare, magari giocare prima di essere pronto. Una questione che merita una riflessione più ampia sotto tanti punti di vista, per primo quello della salute e del benessere dei protagonisti.
Il rugby è uno sport di contatto dal quale non si può rimuovere lo scontro fisico, e di conseguenza il rischio di infortunio. Il sempre maggiore (e naturale) progresso verso atleti più forti, esplosivi, veloci e fisici comporta anche un aumento di tale rischio. Al tempo stesso, però, giocare a rugby significa essere costretti a patire una carriera di infortuni, con tutto quello che comporta per un corpo durante e dopo quella carriera?

Non si tratta di una domanda che riguarda solo il rugby professionistico, ma anche i livelli più bassi. Per chi di rugby vive, intanto, una delle soluzioni è certamente averne una maggiore cura: si gioca tanto, troppo, e spesso gli atleti di livello più alto affrontano una serie di impegni che impedisce loro di avere una offseason e una preseason abbastanza lunghe ed efficaci, qualcosa che poi si riflette sulle loro prestazioni, ma anche sull’integrità del loro corpo.
Eppure spesso, quando vengono promulgate variazioni regolamentari per salvaguardare gli atleti dagli infortuni, il pubblico le percepisce come uno snaturamento del gioco, una restrizione inutile. Non si può più fare niente. Come nel caso delle due ultime modifiche relative al placcaggio.
In questi giorni gli infortuni sono stati al centro delle notizie, ma presto la palla ovale tornerà in campo: il Top 14 e gli altri campionati con un nuovo turno, il rugby internazionale di nuovo nell’arena con il Nations Championship. E gli infortuni saranno solo una nuova informazione di contorno, con il gioco tornato a diventare protagonista, com’è giusto che sia. Ma prima o poi il rugby dovrà decidere che sport vuole essere, e quale pedaggio imporre a chi decide di affrontare il viaggio di una carriera in questo sport.
