Si è conclusa a Baltimora, con la vittoria 3-1 degli Springboks, la prima serie di sfide tra Sudafrica e Nuova Zelanda, ribattezzata Rugby’s Greatest Rivalry e che le due federazioni contendenti sognano di far diventare il corrispettivo delle Ashes nel cricket. Ovvero una competizione capace di uscire dagli stretti confini locali per fare cassa in tutto il mondo.
I confini ristretti sono quelli di due Paesi che dominano il rugby dal punto di vista sportivo (fra i due, sette titoli mondiali sui dieci finora assegnati) ma non dal punto di vista economico.
La Nuova Zelanda, cinque milioni di abitanti, ha il suo stadio più grande nell’Eden Park di Auckland. Non ha la massa critica per restare al vertice di un sport che tende sempre più al business. Il Sudafrica, viceversa, può contare su una popolazione di 65 milioni, ma il suo PIL pro capite è un sesto di quello dell’Italia, un settimo rispetto alla Francia, un nono a confronto del Regno Unito. E quindi il mercato interno delle due realtà, tra diritti televisivi, sponsor, biglietteria e quant’altro, non si avvicina nemmeno lontanamente a quello delle grandi nazioni europee.
Altro su ALLRUGBY:
→ Metti un sabato sera al Mayol, di Emy Forlani
→ Sono cominciate le 2026 WXV Global Series, di Mario Diani
→ Supercoppa al Valorugby, il triplete di Violi, di Alessandro Cecioni
Springboks e All Blacks hanno il rugby, ma non la forza economica per sostenerlo nel lungo periodo.
E quindi ecco l’invenzione di un formato di sfide da vendere in tutto il mondo, con la speranza di sfondare soprattutto nel nuovo eldorado, gli USA, dove si disputeranno i Mondiali del 2031. La partita di Baltimora ha significativamente incrementato le entrate di ciascuna federazione (si parla di 8 milioni di dollari in totale per il singolo match), il doppio rispetto agli incassi dei match disputati in Sudafrica.
Rian Oberholzer, il chief executive della federazione sudafricana, lo ha detto a chiare lettere: non saremmo venuti a Baltimora se il guadagno non fosse stato sostanziale.
Di qui l’ambizione del Sei Nazioni di portare un match del Torneo negli Stati Uniti. Ma quale? L’Inghilterra prima di lasciare Twickenham, che genera circa 10 milioni di sterline a partita, deve essere sicura di incassare altrettanto. La Francia non ha presso il pubblico degli Stati Uniti lo stesso appeal delle anglosassoni. E quindi l’ipotesi è caduta su Irlanda e Italia che, sulla costa est, vantano molti tifosi, a parte la loro passione ovale. Si parla comunque dell’edizione 2028, non prima.
Per l’utilizzo dell’Olimpico del resto la Fir paga discreti quattrini a Sport e Salute e l’Aviva Stadium di Dublino, 51 mila posti a sedere, è assai più piccolo dello stadio di Boston (68 mila) dove ai Mondiali di calcio si sono disputate fra le altre Francia-Norvegia e Inghilterra-Ghana. Alla recente Football World Cup non hanno preso parte né l’Irlanda, né l’Italia.
Greatest Rivalry: cosa lascia sul piano tecnico
Sul piano tecnico gli Springboks si sono confermati sul tetto del mondo. Magari usando più l’esperienza e il mestiere piuttosto che cercare di deliziare il pubblico con un gioco spettacolare (meta di Arendse a Baltimora a parte…). D’altra parte per i sudafricani mischie e forza fisica sono già di per sé garanzia di spettacolo. ovale…L’obiettivo di Erasmus è vincere la prossima Coppa del Mondo, nessuno ne ha conquistate tre di seguito, e per questo si affiderà ancora per 12 mesi alla vecchia guarda: Marx, du Toit, Nche, Etzebeth, de Jager, Wiese, Kolisi, De Allende, Kriel, poi questa ciurma di vincenti potrà serenamente accomodarsi da parte avendo fatto quello che nessuna squadra probabilmente farà più.
Gli All Blacks hanno vinto un solo test match, il primo, ma hanno realizzato complessivamente più mete, 17 contro le 14 dei sudafricani, confermandosi i re del gioco in velocità. Un gioco che Dave Rennie ha rivitalizzato nel corso di questa sua prima estate al comando della squadra ma che ancora paga qualcosa in termini di presenza fisica e solidità delle fasi statiche.
Visualizza questo post su Instagram
Sono stati quattro test match ad altissima intensità e solo nel primo gli Springboks sono stati sorpresi dalla veemenza dei neozelandesi sui punti di incontro, concedendo addirittura 22 turnover, dieci in più di quelli regalati dagli avversari. Nel secondo match questa statistica si è invertita, mentre nel terzo, quello con il punteggio più ravvicinato, 29-24, il contro totale è stato 15-14 a favore della Nuova Zelanda. Nell’ultimo i Boks ne hanno concessi 15 e i Blacks 17.
Il Sudafrica ha avuto più possesso (52%) solo nella prima e nell’ultima partita, nelle due centrali ha lasciato volentieri il pallone agli avversari, costringendosi in entrambi i match a un extra-lavoro in difesa (150 placcaggi contro 106 nel terzo, 188-122 nel secondo) che ha esaltato il sacrificio di gente come Etzebeth, du Toit, De Allende, Nortjie, Kolisi, Marx, Kriel, tutti stabilmente sopra i dieci placcaggi a partita.
I protagonisti delle sfide tra Sudafrica e All Blacks
Cam Roigard e Ruben Love sono stati splendidi protagonisti della prima partita, senz’altro aiutati da un pack fresco e un gruppo di avanti capaci di recuperare molti palloni (vedi sopra). Sotto la pressione della difesa sudafricana hanno faticato invece nelle sfide successive, e nell’ultima Rennie ha riproposto a numero 10 Richie Mo’unga, che non vestiva la maglia della nazionale dalla finale della Coppa del Mondo e non è sembrato all’altezza del suo passato.
Ardie Savea si è confermato giocatore di un livello superiore, feroce in difesa e martellante in attacco. Il suo infortunio nel terzo test ha sicuramente penalizzato la formazione neozelandese privata del suo uomo di maggior qualità fra gli avanti.
Will Jordan ha raggiunto quota 55 mete internazionali, un dato che lo rende uno dei migliori metamen di tutti i tempi. I colleghi Josh Moorby e Leroy Carter sono straordinari giocatori palla in mano, ma non sono ancora al suo livello.
Nel Sudafrica Malcolm Marx è arrivato a quota 30 mete. Quando il gioco si fa duro, Erasmus punta sui meccanismi noti: la maul avanzante, la spinta degli avanti, la meta del suo tallonatore titolare. Se Pollard non si fosse infortunato alla vigilia del secondo test, il Sudafrica sarebbe tornato ad affidarsi anche al suo piede.
A 34 anni Pieter-Steph du Toit ha disputato da titolare tutti e quattro i test match garantendo sostanza, esperienza, muscoli e carattere. Cosa si può chiedere di più a una terza linea?
A un certo punto della serie Rassie Erasmus ha tirato fuori dal cilindro Morné van den Berg, già visto con il numero 9 a novembre contro l’Italia a Torino. L’accuratezza del suo gioco al piede e la sua imprevedibilità dietro la mischia lo mettono al momento in seria contesa per il posto di titolare alla pari di Reinach, i cui calci non sono sembrati così efficaci nel secondo e nel terzo test, e di Grant Williams, che ha disputato solo la prima partita.
Con Pollard fuori gioco, alla fine il titolare della maglia numero 10 è sempre stato Feinberg-Mngomezulu, il cui estro ha brillato meno del solito. Ma l’intera squadra sudafricana non è mai scesa sotto lo standard che ne fa il team numero uno del mondo.
L’Italia e la Greatest Rivalry
In Italia le partite della Greatest Rivalry sono state trasmesse in chiaro su YouTube dal canale ufficiale della SANZAAR, malgrado le problematiche relative al secondo test. Una soluzione pensata dagli organizzatori per tutti quei paesi, non molti, in cui nessuna emittente ne ha acquistato i diritti televisivi. Il che conferma la marginalità dell’interesse che il rugby suscita nel nostro Paese. Né Sky, né nessun altro si è offerto di acquistare i diritti televisivi della serie, che rappresentava, piaccia o no, l’evento rugbistico dell’anno.
È chiaro che questa scarsa partecipazione del pubblico italiano rende altrettanto precaria la nostra partecipazione ai tavoli che contano e che sempre più valuteranno gli aspetti economici di ciascun evento e dei suoi protagonisti. L’aspetto positivo, per noi, è che all’orizzonte, a parte il Giappone, non si vedono interlocutori nuovi capaci di portare denaro fresco nelle casse di World Rugby e dei suoi associati. Da questo punto di vista, l’Italia può stare probabilmente tranquilla, osservando contemporaneamente il lento, faticoso incedere di nazioni una volta all’avanguardia in tutto sul piano ovale: il Galles, la Scozia, la stessa Irlanda, oggi penalizzate dai loro stessi numeri, soprattutto se confrontati con quelli della Francia e dell’Inghilterra a livello di business e del Sudafrica sotto il profilo del reclutamento di base.
Le prossime serie novembrine, con la seconda fase del Nations Championship ci diranno di più sul consolidamento delle gerarchie attuali e sul nuovo che, chissà, forse avanza.
