PADOVA – Sul rugby a Padova e sul prestigioso ruolino sportivo ed educativo del Petrarca è stato scritto molto, anche da una penna del calibro di Gianni Brera (in “Una sfida all’Italia”, pubblicato da Il Gazzettino nel 1987). Ancora poco note, invece, sono le vicende della palla ovale in città prima dell’approdo all’Antonianum, sulle quali stanno facendo luce nuove ricerche.
Un fortuito ritrovamento, una trouvaille, permette oggi di fare conoscenza con uno dei protagonisti degli esordi del rugby a Padova, Vitellio “Elio” Tiso, classe 1904, primo capitano e quindi capostipite di un ideale lignaggio che arriva al presente legando Lazzarini, Boccaletto, Innocenti, Covi, Trotta. Documenti e fotografie sono stati dimenticati da due generazioni in un cassetto, ora riaperto dal nipote di Tiso, Federico Monaco, insegnante di Bassano del Grappa.
“Si tratta di materiale custodito in famiglia da sempre, in ricordo della singolare figura di nonno Elio di cui mia madre Gabriella era l’unica figlia – racconta – si è sempre parlato delle sue avventure di sportivo, era piccolo di statura ma di fisico asciutto e robusto, noto per la sua velocità”.
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Siamo nel 1927, quando il rugby sta timidamente muovendo i primi passi in Italia. Della promozione si fanno carico pochi appassionati sportsmen, sedotti da cronache inglesi e francesi e dall’aura aristocratica della disciplina, fra i quali il padovano Amedeo Fusari, giornalista e animatore di corse podistiche (organizzerà anche la maratona Padova-Venezia).
Il 29 novembre Fusari raduna al ristorante Ai Veneziani ragazzi che già praticano atletica e canottaggio, pugili noti come Gaspare Paolin e Rino Pengo, curiosi. Nascono i Leoni di San Marco, che avrebbero debuttato nel primo campionato nazionale dell’anno seguente. Zogo da mati definiscono il rugby i più scettici. Fusari coinvolge nell’avventura anche l’avvocato Italo Cavalli, imprenditore della chimica, il quale dota la squadra di ampie risorse.

Elio Tiso, quarto di sette fratelli, di mestiere fornaio, è fra i più entusiasti partecipanti agli allenamenti condotti dal milanese Renzo Maffioli, il quale nel dopoguerra diverrà anche ct della Nazionale azzurra.
Viene nominato capitano. La cronaca di un match contro la Lazio sottolinea che Tiso “ha segnato un essai (meta in francese, ndr) meraviglioso: raccolta la palla a metà campo è partito a serpentina verso la porta, dando tre punti alla sua compagine”. A praticare l’elitario sport britannico sono soprattutto studenti del Bò. Tramontata presto l’esperienza dei Leoni di San Marco, sarà sotto il vessillo del Gruppo Universitario Fascista (Guf) che il rugby avrà continuità a Padova per tutti gli anni Trenta.
“Mio nonno rappresentava senz’altro un’eccezione, visto che la famiglia Tiso ha origini contadine e poverissime – spiega Federico Monaco – la famiglia abitava un casolare alle Cave di Buseto. Nonno Elio era credente e allo stesso tempo dichiaratamente comunista, tanto da avere conservato in cucina persino negli anni della guerra un ritratto di Stalin, Bepi del giazo, con tutti i rischi del caso”.

Il contatto con i rugbisti potrebbe essere stato il prestigioso liceo Tito Livio, nei cui pressi Tiso gestiva il suo negozio di generi alimentari. Dopo il 1933 il capitano scompare dalle cronache sportive: fatale la frattura ad una clavicola. Le sorti della palla ovale padovana saranno intrecciate sempre più ai ragazzi di buona famiglia del Bò, futuri medici come Stenta e Zanetti, avvocati come Gasparotto. Fra loro anche Francesco “Capo” Valvassori, che avrebbe animato il Petrarca degli esordi.
Arriveranno presto gli anni duri della guerra. Tiso si impegna nella Resistenza. “Sappiamo dai documenti di un processo che faceva parte della Brigata Garibaldi, attivo nel collegamento delle unità urbane e responsabile dell’approvvigionamento dei viveri per i partigiani in clandestinità – dice Monaco – aveva anche nascosto in casa per circa un mese due soldati alleati in fuga, uno sudafricano e uno neozelandese, e per questo ricevette una lettera di ringraziamento a firma del generale Alexander”.
Italo Cavalli, il mecenate che avviò il rugby a Padova, è intanto arrestato l’11 giugno 1944 per la sua attività antifascista nell’ambito dei mazziniani del Partito d’Azione; nella notte fra il 28 e il 29 viene assassinato sul ponte di Cagnola. Nel dopoguerra Tiso prosegue la sua attività di casolin (pizzicagnolo, in dialetto veneto) e ancora nei primi anni Cinquanta inscenava gare di corsa in piazza dei Signori con i più giovani studenti del Liviano. Pare fossero in pochissimi a tenergli testa. Muore d’infarto nell’estate del 1953, all’età di soli 49 anni.
