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aldo battagion

In occasione delle celebrazioni per l’ottantunesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, Allrugby pubblica una piccola serie di ritratti che collegano la palla ovale alla Resistenza, di cui questo articolo è il secondo componente. Domenica 26 aprile in pubblicazione il terzo e ultimo.

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Ci sono vite in cui lo sport, la guerra, la scelta politica e la sopravvivenza non sono capitoli separati, ma parti dello stesso racconto. Quella di Aldo Battagion è una di queste: una storia che comincia con un pallone ovale tra le mani e attraversa uno dei luoghi più bui d’Europa. Una linea di corsa dentro il Novecento che non può che partire da un anno fatidico: il 1922.

In ottobre l’Italia cambia volto con la Marcia su Roma. Poche settimane dopo, a novembre, nasce Aldo. Due eventi destinati a intrecciarsi profondamente nella vita di un figlio della borghesia industriale bergamasca. Il padre Enrico, di origini venete, ha costruito una solida attività nel settore delle macchine utensili. È un uomo di idee liberali, estraneo – quando non apertamente ostile – alla retorica fascista. E non ha mai preso la tessera del partito.

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Per un ragazzo come Aldo, però, fare sport significa inevitabilmente entrare nelle strutture del regime. Più di una volta viene richiamato per l’assenza alle sfilate del sabato fascista. Così, quasi per necessità, si iscrive alla GIL, la Gioventù Italiana del Littorio. Non per convinzione, ma per poter continuare a fare ciò che ama.

È proprio lì che incontra il rugby. L’esordio pare sia un derby con il GIL Brescia, nell’autunno del 1939, in Promozione. All’inizio gioca trequarti, è bravo al piede. Poi, trasferitosi a Milano per l’università, diventa apertura e infine trova la sua dimensione da mediano di mischia nel XV del GUF allenato da Bartolini, all’epoca rivale dell’Amatori di Cicogna.

Il rugby dei pionieri è uno sport acerbo, violento, primordiale. Ma per chi lo ama è anche un modo per conoscersi, temprarsi, capire i propri limiti: sacrificio, resistenza, capacità di restare dentro lo scontro senza arretrare. Per Aldo, già allora, è qualcosa di più di uno sport. “Mi aiutava a resistere”, dirà molti anni dopo.

La sua vita si divide tra studi e rugby, tra Divisione Nazionale e Nazionale universitaria, fino al 1943, quando viene arruolato: è allievo ufficiale pilota all’aeroporto di Reggio Emilia. In quei mesi – un lento scivolare verso l’8 settembre – affida a un diario i suoi pensieri, alternando riflessioni sulla propria vita alla paura per le intenzioni dei tedeschi. A fine agosto la base viene distrutta. L’8 settembre Battagion viene arrestato proprio lì, nell’aeroporto.

Stipati su un treno, lui e i suoi commilitoni sono “spaventati, infreddoliti e affamati. Nessuno parlava per la paura di non rivedere più l’Italia”. Eppure, nel carcere di San Giorgio prima e in quello di Gradara poi, ritrova qualcosa che conosce bene: il coraggio. “Un bisogno di azione indescrivibile, anche più di quando dovevo giocare a rugby”.

Riesce a tornare a Bergamo grazie all’intervento del padre. Ma resta poco. La scelta è immediata, quasi inevitabile: “Mi dispiace per i miei genitori ma non posso rinunciare ai miei ideali”.

Sale nelle valli bergamasche, tra Val Seriana e Val Brembana. Entra nelle formazioni partigiane, in un contesto variegato dove convivono anime diverse – comunisti, liberali, uomini senza etichette – unite dalla stessa urgenza. Tiene i contatti con Giustizia e Libertà tra Bergamo e Milano, organizza il recupero e il trasporto di armi, viveri, vestiario. Accanto a lui c’è anche la sorella Lia. Fa squadra, come ha sempre fatto.

Il 15 gennaio 1944 viene catturato al roccolo Gasparotto, sopra Zambla. Era salito per avvertire i compagni di un rastrellamento imminente. Dopo ore di combattimento viene preso e trasferito al carcere di Sant’Agata. Il padre intercede: ottiene solo di potergli far arrivare del cibo. Aldo lo divide con i compagni di cella. Seguono San Vittore, Bolzano. Torturato, non parla. Non fa nomi.

Nell’ottobre del 1944 viene deportato a Dachau, classificato come prigioniero politico (Schutz). Numero di matricola 113154. Resterà lì sei mesi.

Di quel periodo restano frammenti. Un compagno di prigionia, Giuseppe Gregorio Gregori, ricorda la sua conoscenza del tedesco. In un luogo dove anche una parola può fare la differenza tra la vita e la morte, è un ruolo decisivo. Una volta traduce un ordine: chi porta fuori e lava il corpo di un prigioniero morto di tifo riceverà una razione in più di cibo. Accettano in tre — Battagion, Gregori e Don Giovanni Fortin — e finiscono a lavare marmitte e pulire i bagni nel tentativo di contenere il tifo petecchiale, mentre sui malati il dottor Mengele conduce i suoi esperimenti.

“A me il rugby ha salvato la vita”, dirà anni dopo. Non è una metafora. È una sintesi. La resistenza fisica, la capacità di sopportare, la disciplina mentale: tutto ciò che aveva imparato in campo diventa uno strumento per restare vivo.

Dachau viene liberata il 29 aprile 1945. Aldo partecipa per un periodo alla gestione del campo dopo la fuga dei nazisti. Poi torna in Italia e riprende a giocare: prima nella neonata Rugby Milano, poi all’Amatori.
Nel 1948 arriva la Nazionale: due presenze, contro la Francia a Rovigo (6-39) e contro la Cecoslovacchia a Parma (17-0), partita in cui segna anche una trasformazione. È il primo nazionale bergamasco. Ma il suo contributo più grande arriva dopo. Porta il rugby nella sua città: nel 1950 è tra i fondatori del Rugby Bergamo.

Si trasferisce di nuovo a Milano, torna al Giuriati, questa volta da spettatore, insieme alle figlie. A loro racconta i terzi tempi, le trasferte, le amicizie. Mai la guerra. Non amava parlarne. La sua esperienza nei lager resta a lungo un capitolo taciuto, persino in famiglia. Solo molti anni dopo, in occasione dei cinquant’anni della società da lui fondata, emergono alcuni dettagli.

Forse perché certe storie non si raccontano facilmente. O forse perché, per lui, contava di più ciò che veniva dopo.

Aldo Battagion muore nel marzo del 2007, a 84 anni.

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