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Swing low diventa una cantata per 82.000 coristi: dopo 13 anni l’Inghilterra torna a battere gli All Blacks nella Fortezza, vince la decima partita di fila, mette le mani sullo Hillary Shield: anche loro, i bianchi, hanno conquistato la montagna più alta.
Dividere il punteggio in due: 11-12 e 22-7. I Neri sono grigiastri nel secondo tempo e non è la prima volta che capita. Si era visto nel tragico naufragio con gli Springboks e una prova più che indiziaria era venuta una settimana fa a Murrayfield: da 0-17 a 17 pari prima che Damian McKenzie togliesse le castagne dal fuoco acceso dai blu.
Gli inglesi festeggiano – la vittoria di Yokohama cominciava a essere un po’ troppo lontana… –  i neozelandesi danno l’addio allo Slam contro le vecchie union. Ma al di là del traguardo perduto, c’è un malessere più profondo, un senso di inadeguatezza rispetto al passato, mimetizzato spesso da individualità.
La meta di Underhill (Foto EnglandRugby.com)
L’Inghilterra sa incassare i due sinistri al mento che arrivano in tre minuti: prima Leicester Fainga’anuku, che riesce a scavarsi una breccia nella difesa dei bianchi, in una furia che ammette solo la resa di fronte a tanta determinazione, e poi Codie Taylor, il tallonatore che quando finisce all’ala si muove da ala. Persino una finta e controfinta prima di deporre oltre la linea, in fondo a una di quelle manovre armoniche, molto All Black, che partono dalla destra per percorrere tutta la larghezza del campo.
La meta di Roebuck che ha chiuso la partita (Foto EnglandRugby.com)
Reagire, prego. Ci prova Feyi-Waboso, prima di essere contenuto quando la linea non è lontana, in fondo a una costruzione ideata da Marcus Smith (entrato per Steward, concussion) e proseguita dall’ennesima carica di Ben Earl, e va a segno con Ollie Lawrence che imita Fainga’amuku spezzando e spazzando Carter e Barrett che – capita di rado – si fa notare per spedire due calci oltre la linea di pallone morto. La Rosa ha spine in touche ma supplisce con la solita determinazione. Earl, Underhill e Coles sono le anime. E Ford è l’artista che in minuto e mezzo concede virtuosismi: drop uno e due, più o meno dalla stessa posizione, una trentina di metri dai pali.
Il secondo tempo è un’onda di fatti, è un incalzare di episodi. L’Inghilterra sfrutta subito la superiorità numerica (giallo a Taylor per gioco a terra), segna con uno dei vecchi kamikaze boys, Sam Underhill e potrebbe chiudere il discorso già al 10’ con la meravigliosa meta di Ford servito da Roebuck. Piardi va a vedere: non è chiaro se Earl, contrastato da Beauden Barrett, commenta un avanti. La pietra tombale sulla segnatura viene posta dal Tmo Marius van der Westhuizen che va a pescare un fuorigioco nella touche inglese all’origine dell’azione.

I momenti delle svolte possibili si susseguono dopo l’ingresso della bomb-squad, tutta Lions, degli inglesi e con la sempre maggiore sofferenza dei Neri in mischia. Lawrence, il più determinato tra i determinati, scarica un gran pallone per Dingwall e il vantaggio si dilata, 25-12. Non è finita: Earl finisce sulla sediola del sin bin per un ingresso laterale e i Blacks rivedono un po’ di luce: cariche, passaggio stretto di McKenzie per Will Jordan, 45a meta, per pareggiare Beauden Barrett e puntare al vertice dei più prolifici.
Gli inglesi non perdono la testa, ristabiliscono la giusta distanza con un piazzato di Ford e quando mancano 3’ scatenano Harry Pollock, un platinato mastino della guerra che crea il panico nella difesa neozelandese e inventa un assist di piede per Roebuck. La Fortezza ride, piange, canta.
Nell’immagine di apertura la meta di Lawrence con cui l’Inghilterra ha iniziato la sua rimonta (Foto EnglandRugby.com)
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