Marco Bortolami ha un sogno, fra 24 ore inizia la sfida più importate della sua carriera: guidare, primo italiano della storia, un club al top del campionato inglese, gli Sale Sharks. “Voglio vincere una Premiership da allenatore, ovvero la cosa che non mi è riuscita da giocatore”, non ha paura delle parole Marco: quella volta, era il 2006, da capitano del Gloucester vide la finale a Twickenham seduto in panchina per un infortunio al ginocchio. Avversario era il Leicester di Castrogiovanni pure lui quel giorno infortunato. E domani sera (giovedì 25) al Salford Stadium di Sale, vicino a Manchester, nell’anticipo di Premiership (ora Prem) Bortolami debutterà da capo allenatore degli Sharks contro il “suo” Gloucester: “Uno scherzo del destino” dice. Se nel calcio un allenatore italiano in Inghilterra è come indossare una griffe (siamo una potenza con 4 mondiali) nel rugby è un fatto unico.
Bortolami figlio d’arte (il padre Pasquale ha vinto due scudetti a Padova), 45 anni laurea in ingegneria gestionale, 112 cap azzurri (39 da skipper), sempre capitano nei club in cui ha militato (Petrarca, Narbonne, Gloucester, Aironi e Zebre), dopo 9 anni al Benetton (una volta ai playoff di Urc, due in semifinale di Challenge Cup, un quarto di Champions), è al via della nuova sfida, alla guida di un club per due volte in semifinale e una in finale dal 2022. L’acuto però manca da due decadi. In squadra ci sono 12 nazionali (6 titolari) fra cui Tom Curry, Luke Cowan Dickie e il regista George Ford. Alcuni rientreranno nei prossimi turni per rispettare il riposo degli impegni internazionali, come quello dei Lions quest’estate.

L’Inghilterra manco voleva gli Azzurri nel 6 Nazioni, ora assume un coach italiano. Un fatto eccezionale?
“Non era mai successo. Poi eccezionale non lo so, magari lo diventerà in due anni perché arriviamo a vincere il campionato”.
Perché due anni? Non c’è pressione per vincere subito?
“Diciamo che quest’anno è di costruzione, 2026 e 2027 sono quelli in cui il club mette a target la Prem e pure la Champions Cup. Questo per la strategia relativa al Salary Cap (tetto di ingaggi): in un ciclo di 4 anni, i due centrali sono quelli in cui si può spendere di più ed avere maggior numero di giocatori di qualità”.
Il meccanismo è legato a come si spalmano i contratti di un giocatore: pagati di più a inizio e fine contratto, meno nel mezzo. La cifra finale è la stessa, ma si aprono spazi per acquisti di qualità. Qualcosa di assolutamente inedito?
“Sì. Se tu spendi tutto il Salary cap ogni volta, la competizione è talmente serrata che rischi di arrivare ai playoff ma poi c’è sempre qualcuno che riesce a far meglio perché può spendere di più”.
Fantascienza per noi?
“Quando me l’hanno spiegata l’ho capita ma non del tutto. Ora stiamo già cercando per il biennio futuro 5-6 giocatori world class”.
Quindi non hai la pressione per vincere subito?
“No la pressione c’è, è costante, non si può abbassare la guardia. Guardiamo cosa è successo a top club come Northampton, Saracens o Harlequins. Bisogna far meglio di prima, quindi almeno la finale”.
Alex Sanderson è il director of rugby che ti ha scelto. Come è andata?
“A marzo dopo la separazione con Treviso ho contattato 4, 5 allenatori. Alex mi ha detto di essere interessato ma voleva tempo. Gli ho risposto che non avevo fretta ma ero sul mercato. C’erano altri club e pure la proposta di fare da assistente in una Nazionale del 6 Nazioni. Dopo 3 giorni mi ha richiamato per dirmi che aveva deciso”.

Cosa condividi con Sanderson, ad esempio gli studi sui gruppi sociali?
“Sì la gestione generale del gruppo la condividiamo, è una questione strategica in tutti gli sport. Tutto ruota lì attorno. Abbiamo una sintonia, voleva una persona che lo sfidasse, in inglese si dice challenge ma in senso positivo. E’ un misurarsi. Io poi sono l’unico esterno dello staff, fuori dalla cerchia geografica da cui tutti loro provengono. Ed è stato uno dei motivi della loro scelta”.
Come sono andati questi primi mesi?
“Bene, c’è parecchio però da implementare. A Treviso per dire eravamo molto più avanti nella metodologia e questo è paradossale. Esempio: qui fanno sedute di unit e poi di squadra separata come si faceva 10 anni fa. Sto cambiando molto e li sto tirando fuori dalla comfort zone. Facciamo più cose in meno tempo e saremo in evoluzione altri due mesi. E’ già una rivoluzione per loro. Io credo di aver fatto poco ancora, mentre il feedback ricevuto è di aver cambiato già molto. A Treviso ho potuto esplorare, avevo campo libero. Ho sperimentato e ha funzionato. A Sale sono ancora regimentati. In realtà oggi tutto lo sport deve avere un approccio olistico, tutto deve funzionare in modo integrato e sinergico e il giocatore risponde in maniera migliore con prestazioni esponenzialmente migliori. Sono qui per far questo”.
Qual era il tuo piano B a parte il Sale?
“Inghilterra o Francia da assistente nei club, forse era il passo giusto, se non ci fosse stata questa opportunità”.
E nella vita? L’ingegnere alla Ferrari?
“Forse sì mi era stato suggerito di spedire il curriculum a Maranello. I motori sono una passione. Ma la gestione dei gruppi era una cosa che stavo già facendo nelle aziende a Treviso”.
Guardiola nel calcio, Velasco nel volley hanno fondato i loro successi su questi studi di gestione del gruppo. In sintesi cos’è?
“Semplicemente chi dimostra di conoscere queste dinamiche è perché si adatta alla situazione. Velasco allena in maniera diversa la Nazionale maschile da quella femminile. Poi più la squadra è in difficoltà più puoi spingerti, più ha successo invece più devi lavorare di fino. Io lavoro in questa seconda situazione. Io devo decidere cosa cambiare per centrare l’obiettivo. La strategia di Sale stava già funzionando ma non nelle due partite finali dell’anno. Per capirci Ancelotti al Madrid stellare ha fatto un lavoro diverso da quello di Conte quando prende una squadra come Inter o Napoli da far vincere. Luis Enrique a Parigi ha avuto carta bianca perché il Psg non vinceva nulla all’estero, o si faceva come diceva lui o se ne andava. Il coach è un camaleonte in senso positivo”.
La cosa nuova che porti in Inghilterra qual è?
“Tutti devono sapersi adattare ed essere flessibili durante la partita. E non è una qualità Inglese, devo dare a loro gli strumenti per farlo. Loro sono spiazzati se tutto non va come previsto. Tutti devono interpretare il momento, in questo rugby ormai così talmente veloce. Se il piano A non va ci sono anche il B e il C. A Sale gestisco 62 giocatori, 35 seniores e 28 giovani. A Treviso erano 68 ma con più seniores. Qui più singole qualità, al Benetton una rosa più omogenea”.
Mi viene in mente la giocata Fox degli Azzurri a Twickenham, ovvero il rifiuto dell’ingaggio nella ruck. Inglesi in bambola per un tempo, addirittura in richiesta d’aiuto all’arbitro che in diretta dice “Non sono il vostro allenatore”. E’ servita la pausa perché Eddie Jones svelasse loro che bastava a raccogliere il pallone da terra e avanzare.
“Esatto. Sono così, disciplinati e ripetono il piano A sino alla fine. Quindi o vincono di 50 punti o perdono. In ogni caso, il problema di qualsiasi giocatore è che la verità del gioco è semplicemente il percepito. Quindi devono imparare a sentire quello che non c’è, quello che loro non vedono o sentono”.
Un esempio?
“Nell’anticipare gli ultimi allenamenti li ho avvertiti che ci sarebbe stato un blocco di 10 minuti vuoto segnalato da un “?”. L’hanno accettato: un blocco di allenamento in cui non sapevano cosa sarebbe successo. Ed è proprio quanto può accadere in partita. L’imprevisto. Saper ragionare sull’immediato”.
Come prendono le novità i senatori?
“Direi bene. Ad esempio Ford (nello staff del Sale c’è il fratello Joe) nella riunione fatta fra i giocatori di interesse nazionale, noi, Bortwick, O’ Shea, ci ha chiesto: “Cosa posso fare per migliorare la mia capacità di essere al servizio della squadra”. E Ford dopo 100 cap in Nazionale, non è uno a cui posso insegnare il rugby. Però su questo aspetto, l’ho preso da parte e abbiamo parlato solo di questo. La voglia di uscire dalla comfort zone lui ce l’ha”.
Ci vuole un italiano a insegnare queste cose?
“Ci vuole un italiano con la mentalità inglese. A Treviso passavo per rigido, qui sono addirittura incementati nel loro modus operandi. Non mi aspettavo però la loro determinazione. Il loro intento è sempre al massimo. I leader sono spietati in allenamento. Anche perché dietro ce ne sono cento a spingere per entrare. In Italia dovevo spingere i giocatori, insistevo sempre e non sempre era accettato. Qui invece li devo tranquillizzare. Anche se cadono tre palloni gli devo dire spesso: non ne fate un dramma!”.
Nella foto di apertura Marco Bortolami in posa davanti alla sede dei Sale Sharks (Foto Sale Sharks)
