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Sergio Lanfranchi

In occasione delle celebrazioni per l’ottantunesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, Allrugby pubblica una piccola serie di ritratti che collegano la palla ovale alla Resistenza, di cui questo articolo è il terzo e ultimo componente.

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“Che pezzo d’uomo, Sergio – dice il commento su Facebook – Una roccia. L’ho avuto come allenatore a Montchanin. Gentilezza allo stato puro. Aveva una piccola ditta di impianti elettrici a Montceau-les-Mines. Un gran lavoratore. Stava in cantiere come se fosse in campo.”

“Lanfranchi è stato il mio educatore allo Stade Montchaninois quando giocavo nelle giovanili – dice un altro – non si può certo dire che fosse uno che va per il sottile: altri tempi, altri modi.”

“Se la memoria non mi inganna, era Sergio a calciare, e puntava la punta del pallone verso i pali, cosa piuttosto rara all’epoca” conclude un terzo.

La serie di commenti appare sotto una vecchia foto postata per gli iscritti a un piccolo gruppo di tifosi innamorati dell’amarcord e del Grenoble, inteso come squadra di rugby. Un club storico, in Francia, nato nel 1911 e una volta sola vincitore del massimo campionato nazionale, nel 1954. Quella volta, per battere il Cognac sul campo neutro di Tolosa, servì una meta sotto i pali dell’unico giocatore italiano della squadra, Sergio Lanfranchi, l’uomo nella foto. Ha il petto forte e le braccia possenti, in testa un’assurda fasciatura che sembra servire a proteggere le orecchie. Un ciuffo ribelle di capelli spunta, ricadendo, dalla sommità del capo.

Sergio Lanfranchi è uno dei grandi della storia del rugby italiano. A Parma, la città dov’è nato, gli hanno intitolato lo stadio del rugby, che però agli inizi di questo millennio è stato chiuso prima e demolito poi. Nel frattempo è nata la Cittadella del Rugby a Moletolo, il centro sportivo federale dove giocano le Zebre, si allena l’Accademia Nazionale, dove la nazionale femminile ospita le avversarie nelle partite del Sei Nazioni.

Lo stadio principale del complesso viene chiamato inizialmente XXV Aprile, poi nel 2015 il Comune di Parma decide di passargli il nome del vecchio impianto e intitolarlo a Sergio Lanfranchi, che è uno dei nomi più importanti della storia della palla ovale parmigiana: dal 1946 al 1950 oltre cento presenze con la Rugby Parma e, soprattutto, lo Scudetto del 1950. Poi 21 volte in nazionale in 15 anni di lunga militanza, anche capitano, e una carriera in Francia con Grenoble, appunto, ai massimi livelli, giocando fino a 48 anni. Un monumento.

Forte, la coincidenza: lo stadio del rugby a Parma porta prima il nome del giorno della Liberazione, poi quello di un rugbista che è stato anche partigiano.

Lanfranchi è diventato celebre per la palla ovale di qua e di là dalle Alpi, ma su quelle montagne ci ha passato dei mesi da ribelle: dall’agosto del 1944 al giugno del 1945, dicono i documenti. Nome di battaglia: Dik.

Come tanti ragazzi dell’Italia settentrionale lui, classe 1925, viene reclutato nel 1944 nelle fila dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Dopo sei mesi, però, abbandona la divisa. Si trova in Piemonte, lontano da casa. Entra a far parte inizialmente della VII divisione Garibaldi, gruppo partigiano che opera nel Canavese, ma quasi subito passa alla divisione Italo Rossi delle Brigate Matteotti, nell’alto Monferrato: sono i partigiani del Partito Socialista, protagonisti principalmente di azioni di sabotaggio tra Asti e Casale, guastando il collegamento ferroviario nell’area.

Quando finisce la guerra, Lanfranchi non ha ancora vent’anni. Ha vissuto tempi difficili, ma ha tutta la vita davanti. Torna a Parma e diventa Braccio: non più un nome di battaglia da partigiano, ma un soprannome di battaglie sportive. La sua forza erculea lo vuole soprattutto giocatore del pacchetto di mischia, terza linea o pilone, ma ha le abilità per giocare anche sui trequarti, apertura o centro. E poi calcia tra i pali, sparando l’ovale come da un cannone.

A Grenoble diventa un mito: i francesi lo adorano, gli offrono più volte la cittadinanza, di giocare per il paese dove vive, lavora, gioca; lui rimane Azzurro. Muore nel 2000 a Barjols, una piccola cittadina a 70 chilometri da Tolone. Un suo busto campeggia ancora allo Stade Lesdiguières, nella sede del Grenoble.

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