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Tommaso Boni

È di questa settimana la notizia che Tommaso Boni, 33 anni, è tornato in Serie A Elite. Ha siglato un accordo con il Mogliano, il club che lo aveva lanciato all’inizio della carriera, per finire la stagione nel massimo campionato italiano.

In questa intervista di Giacomo Bagnasco, uscita sul numero 206 di Allrugby a ottobre 2025, aveva raccontato del suo percorso di carriera fino all’approdo negli Stati Uniti, con i quali ha centrato la qualificazione alla prossima Rugby World Cup.

C’è chi ha vestito la maglia azzurra dopo avere rappresentato il Paese di nascita ai più alti livelli. A partire da Diego Dominguez, per proseguire con Julian Gardner e Matt Pini, arrivati dall’Australia, e con Tati Milano, 30 presenze con i Pumas e una sola con l’Italia. Per la prima volta, nel 2023, qualcuno ha intrapreso il percorso al contrario e – cammin facendo – ha conquistato la qualificazione ai Mondiali australiani del 2027.

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L’eroe dei due mondi è Tommy Boni, 32 anni, 11 presenze (e una meta agli All Blacks!) dal 2016 al 2018 con l’Italrugby del ct Conor O’ Shea, e 10 caps con le “Aquile” degli Stati Uniti. Il sorpasso è lì, pronto a essere completato in un mese di test match: gli Usa saranno in Europa per affrontare Scozia, Georgia e Romania in tre sabati consecutivi, 1-8-15 novembre. E tanti avevano pensato a una possibile sfida Italia-Stati Uniti a Genova il 22, quando si è trattato di sostituire Samoa – impegnata a sorpresa nello spareggio per l’ultimo posto utile in Coppa del Mondo – con un’altra avversaria. Al Ferraris invece scenderanno i campo i Còndores cileni. “Sarebbe stata una giornata sicuramente speciale – dice il trequarti veneto, scudettato con il Mogliano e centurione delle Zebre, con cui ha fatto nove stagioni – e in effetti a un certo punto ci speravo. Ma potrebbero esserci altre occasioni: da qui al Mondiale ci sono ancora una ventina di partite. Vediamo se ci arrivo, a giocarlo, perché alla mia età la dimensione corretta si basa sul vivere “nel momento”. Se poi il sorteggio mettesse di fronte Italia e USA, sarebbe il massimo…”.

La qualificazione alla Rugby World Cup è arrivata in settembre nell’ambito della Pacific Nations Cup, grazie alla vittoria ottenuta proprio contro Samoa a Salt Lake City. “Venivamo da due sconfitte – racconta Tommy -. Prima abbiamo perso dal Canada 20-34, cosa che negli Stati Uniti viene vissuta male in qualsiasi sport, tanto è vero che c’è l’acronimo ABC, “Always beat Canada”. Poi ci ha battuti il Giappone 47-21. Penso che però queste due partite ci abbiano permesso di prepararci al meglio per l’impegno con Samoa. Ci siamo arrivati, credo, al 90% del nostro potenziale. Più o meno tutti immaginavano che i samoani ci avrebbero “menato” e invece la nostra è stata una prova di grande solidità. Onore alla mischia (di cui fa parte anche il pilone Jack Iscaro, figlio di Paolo, ex giocatore del Cus Roma, ndr) e al suo lavoro nelle fasi statiche: abbiamo puntato su quelle, sul gioco al piede, sul territorio, impostando una partita molto tattica. Alla fine abbiamo vinto 29-13 e posso dire che è stato uno degli incontri più emozionanti della mia vita”.

Il filo dei test match internazionali, per Tommy, si è riannodato dopo una lunga pausa. Nel 2018, a soli 25 anni, il suo ultimo cap in maglia azzurra. “Avevo problemi fisici, un dolore all’anca sinistra che mi perseguitava ma quando lo facevo presente sembrava che stessi esagerando. Dopo la diagnosi corretta e l’operazione mi ha fatto molto piacere che Michael Bradley, allora capo allenatore alle Zebre, si sia scusato con me, riconoscendo di non avere capito la serietà della mia condizione. Ad autunno 2021 sono tornato nel giro della Nazionale (come ct era appena arrivato Kieran Crowley, ndr). Avevo 28 anni, stavo facendo bene con le Zebre. Venivo convocato nel gruppo e poi mandato a casa, e nella vita di uno sportivo ci sta, d’accordo. Però, insomma, non sono mai entrato in campo. Come centri venivano impiegati Brex, Morisi, Zanon, tutti ragazzi molto forti, per carità, ma in quel momento l’unico che giocava con continuità nel suo club ero io. A un certo punto fece qualche minuto anche Tavuyara… Sono entrato in un periodo buio, nel 2022 ho fatto l’intervento anche all’anca destra. Due su due, come Edo Padovani, che oltretutto è il mio migliore amico!”.

Ma c’era una chance a stelle e strisce… “Tutto è legato ai miei bisnonni paterni, che erano emigrati negli Stati Uniti. Mio nonno è nato lì e questo gli è ha fatto avere la cittadinanza. Poi la famiglia si è trasferita in Canada e in seguito è tornata in Italia. Per World Rugby chi ha già giocato in una Nazionale può passare a un’altra se un genitore o un nonno hanno, o avevano, la nazionalità di quel Paese. A fine 2021, trascorsi oltre tre anni dalla mia ultima partita in azzurro, ho avuto un primo contatto con Gary Gold, allenatore sudafricano che fino al 2022 è stato head coach degli Eagles. Ho pensato che potevo concludere la carriera giocando il Mondiale 2023 con gli USA, ma la squadra ha fallito la qualificazione. Basta, a quel punto vedevo la mia carriera alla fine. Ma proprio nel 2023 volo in Inghilterra per il matrimonio di Tiff Eden, che aveva giocato un paio di stagioni con le Zebre e mi ha voluto come uno dei suoi best men, cioè dei testimoni. E qui conosco Toby Fricker, un passato nel rugby gallese e un presente con la Nazionale USA. Mi parla del nuovo ct Scott Lawrence, io mi procuro il contatto, gli scrivo una mail dicendo che sono eleggibile. Lui si fa subito vivo, il suo interesse mi dà una bella spinta e comincia questa nuova fase, anche perché ricevo un’offerta veramente buona per un biennale con gli Old Glory di Washington, che giocano in MLR, Major League Rugby. Ho avuto molta fiducia da Scott, con cui ho un rapporto molto onesto, molto diretto. Con lui sono aumentati i livelli di professionalismo e di dedizione. Già a novembre dell’anno scorso sono arrivate vittorie significative con Spagna e Tonga. Ci alleniamo tanto, ci alleniamo forte, nessuno si tira indietro. Siamo quindicesimi nel ranking e l’obiettivo è crescere”.

Intanto Washington era diventata l’epicentro della vita della famiglia Boni. La moglie di Tommy, Sina, è tedesca, e un anno e mezzo fa è arrivata la piccola Rose. Ma nel rugby statunitense, almeno a livello di club, le cose cambiano rapidamente… “Il campionato di MLR è spesso stato definito un gigante dormiente. Ci sono club che fanno grossi investimenti e poi spariscono. Non è il caso di Old Glory, ma l’anno scorso c’erano 11 squadre e una stagione di sette mesi, quest’anno dovrebbero esserci sei partecipanti per un totale di quattro mesi. Non so quanto potrà essere competitivo, anche perché molti giocatori stranieri non saranno confermati. Visto che il mio “target”, ora come ora, è quello di arrivare al Mondiale nella migliore condizione possibile, mi sono messo sul mercato e in campo europeo ho già ricevuto qualche proposta”.

Tommaso non è spaventato, anzi, dalla prospettiva di fare nuove esperienze. E si parla anche di vita dopo il rugby. “Ho una laurea in Economia aziendale e ho provato a fare tante cose. Tra l’altro mentre giocavo alle Zebre ho anche allenato i giovani con Ricky Piovan. Nell’Amatori Parma ho avuto Giulio Bertaccini, è un piacere vedere la carriera che sta facendo. Alla fine ho capito che quella del tecnico non è la strada che fa per me, però mi è sempre piaciuta l’idea di favorire qualcuno perché riesca a esprimere sé stesso, come atleta ma anche fuori dal campo. Con i compagni di squadra ho sempre cercato di essere propositivo, in particolare sono pronto incoraggiare i giovani. Adesso, con l’aiuto di Alessandro Vergendo, un mental coach conosciuto alle Zebre, mi sto interessando alle neuroscienze e sto aspettando che esca un Master universitario in materia. Vorrei acquisire delle competenze da riversare nel mondo dello sport”. In Italia o altrove, naturalmente, senza porsi limiti.

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