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L’ottavo turno della Serie A Elite maschile propone la sfida al vertice del massimo campionato tra Petrarca Rugby e Valorugby Emilia. Prima contro seconda. La squadra reggiana ha investito in maniera importante sul mercato durante l’estate rinforzando rosa e staff tecnico: è considerata una delle favorite alla vittoria finale, nel tentativo di riuscire finalmente a rompere l’alternanza Rovigo-Petrarca delle ultime cinque stagioni.

In questa intervista, pubblicata nel numero 207 di Allrugby a novembre 2025 e ancora attuale, il capo allenatore Marcello Violi raccontava la sua carriera da tecnico, gli allenatori che lo hanno più influenzato, gli obiettivi e le aspirazioni del Valorugby per la Serie A Elite 2025/2026.

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Stiamo bene insieme

Marcello Violi è il più giovane allenatore della serie A Élite. Lavoro e benessere del gruppo sono le sue linee guida. E dopo quattro giornate, il Valorugby è primo.

Dopo quattro giornate, in testa al campionato di serie A Élite c’è una squadra sola: il Valorugby Emilia. I reggiani hanno tre punti di vantaggio su un terzetto composto da Rovigo, Petrarca e Viadana, unica formazione quest’ultima che non ha concesso alla capolista il punto di bonus.

Sulla panchina del Valorugby, da ottobre del 2023 siede Marcello Violi, classe 1993, il più giovane allenatore del torneo, da giocatore ventuno caps con la maglia della nazionale, una settantina con quella delle Zebre, due scudetti con il Calvisano.

L’ex numero 9 non è uomo da grandi proclami: “Finora sta andando bene – dice – ma è presto per farsi illusioni. Devo ammettere che all’inizio della stagione un po’ di timore c’era, durante l’estate erano partiti molti giocatori, abbiamo cambiato molto (18 giocatori, ndr), per adesso non ci possiamo lamentare”.
Rewind: due anni fa Marcello Violi, di quest’epoca, faceva parte della rosa della formazione allenata da Roberto Manghi, poi la promozione a head coach e l’addio al rugby giocato.

“Quello non mi manca – afferma sicuro -, a volte Pippo (Filippo Ferrarini, ndr) e Dan (Newton) dicono di avere nostalgia del campo, io no. Quando ho smesso, a trent’anni, ero ancora abbastanza giovane, ma fisicamente mi sentivo un po’ usurato, cotto. Nel 2015, dopo il Mondiale, avevo subito la rottura del crociato, tre operazioni, poi nel 2018 ho sofferto la lussazione della spalla sinistra, sono stato operato a ottobre e, cinque mesi dopo, sono rientrato contro il Munster, nuova ricaduta e altra operazione, con la speranza, poi rivelatasi vana, di andare alla Coppa del Mondo in Giappone. Alla fine ho avuto anche un paio di traumi cranici che hanno dato il colpo di grazia alla mia autostima, perché finché si tratta di una spalla o di un ginocchio, quando sei guarito ti senti abbastanza in controllo delle tue sensazioni, ma la testa è un’altra cosa. Avevo spesso capogiri. Insomma ho chiuso senza particolare rammarico”.

Il cambio della guardia sulla panchina del Valorugby lo ha sorpreso quando meno se lo aspettava: “è successo tutto all’improvviso – racconta – e l’ho metabolizzato senza quasi rendermene conto. Insieme a Pippo Ferrarini, mio cugino, avevo fatto parte dello staff del Noceto, ma la panchina del Valorugby mi ha proiettato subito in un’altra dimensione, praticamente senza fare neanche un giorno di gavetta come allenatore”.

I maestri.
“Di tecnici che hanno lasciato il segno nella mia formazione ne posso citare più d’uno: il primo è stato Pippo Frati, poi tutti gli altri, Gianluca Guidi al Calvisano e alle Zebre, dove a un certo punto è arrivato Michael Bradley con Alessandro Troncon allenatore dei trequarti, ho giocato al fianco di Paul Griffen…tutti mediani di mischia. Sono stato fortunato, perché essere guidato, da gente che ha giocato nel tuo ruolo è un bel vantaggio, ti capisci al volo. In Nazionale mi ha lanciato Jacques Brunel, poi c’è stato Conor O’Shea. Ognuno aveva il suo carattere e i suoi metodi e con il senno di poi devo dire che a ciascuno di loro devo qualche cosa”.

Facciamo un piccolo elenco di questi lasciti.
“Pippo (Frati, ndr) mi ha insegnato le basi, Guidi mi ha fatto capire che il rugby poteva essere importante per me, poteva essere la mia strada. Tronky è l’uomo del lavoro duro, quello che ha messo l’accento su impegno individuale e dedizione, tecnica e preparazione della partita. Bradley mi ha colpito per come gestiva la squadra, per l’importanza che dava allo spirito del gruppo, in questo compensava Troncon ed era abbastanza simile a O’Shea. Qualcuno di questi era più duro, ma ognuno ha il suo carattere, io non sono il tipo che tratta i giocatori a brutto muso, adesso magari capisco dove da giocatore sbagliavo, mi arrabbiavo se non mi facevano giocare. Da allenatore ti rendi conto che certe scelte sono difficili”.

Rimpianti rispetto alla tua carriera di giocatore?
“Onestamente non ne ho. Alle Zebre l’ultimo anno mi ero lasciato andare, ma dei motivi ho parlato prima. Ecco, il rimpianto se può essercene uno è legato agli infortuni. Io e Carlo Canna abbiamo esordito in nazionale insieme, se non mi fossi fatto male magari avrei potuto anch’io arrivare come lui a 50 caps, invece mi sono fermato a 21”.

Che tipo di allenatore ti ritieni?
“E’ presto per definirmi. Mi piace molto studiare le altre squadre, curare bene i dettagli. Mi piace lavorare sull’attacco (il Valorugby ha realizzato 30 mete nelle prime quattro giornate di campionato, ndr), stiamo provando a finalizzare il nostro gioco. Ma soprattutto ci tengo che in squadra ci sia un clima disteso, la prima cosa che voglio è che la gente venga ad allenarsi volentieri. Posso capire che qualcuno abbia bisogno di essere motivato in altro modo, a volte con i giovani è necessario usare un atteggiamento un po’ più duro, ma io mi sono sempre trovato meglio con quei tecnici che prediligevano un ambiente sereno”.

La pressione è nemica della prestazione?
“Non è quello, io la pressione me la mettevo da solo, non avevo bisogno che qualcuno mi dicesse cosa dovevo fare. A Calvisano giocavo con Paul Griffen, con Salvo Costanzo, giocatori che erano molto esigenti, prima di tutto con sé stessi. In nazionale c’erano Castro, Sergio Parisse, bastava una loro occhiata per capire se stavi facendo bene il tuo dovere”.

E ora, da tecnico, com’è la pressione?
“Diversa. Da giocatore ti concentri sulla tua prestazione cerchi di rivedere quello che hai fatto, poi volti pagina o magari decidi che in allenamento hai bisogno di concentrarti di più su un gesto su un dettaglio. Da allenatore la sconfitta la vivi peggio, ti senti responsabile nei confronti del gruppo, hai molte più cose su cui interrogarti, lavorare”.

Qualche anno fa, il vostro gran patron, Enrico Grassi, aveva parlato di tre scudetti come obiettivo del Valorugby, per le successive cinque stagioni. Invece sono arrivate cinque semifinali, sei se contiamo anche la sfida con il Viadana, dentro o fuori, del gironcino a tre squadre del 2024: tutte perse.
“Sicuramente faccio parte di un club ambizioso, ma proprio perché in passato la cose sono andate, anzi non sono andate, in certo modo, quest’anno non vogliamo parlare di traguardi, men che meno di scudetto. Dobbiamo solo impegnarci per fare bene. Non dobbiamo guardare troppo in là, ma concentraci sulla prestazione. Se sapremo farlo, i risultati arriveranno”.

Nelle ultime stagioni in finale sono arrivate sempre le stesse squadre, Rovigo, Petrarca, Viadana e il titolo, alla fine, lo vincono sempre le prime due. C’è una ragione, secondo te?
“Se lo sapessi…diciamo che in quei club c’è una storia forte, c’è mentalità, abitudine a vincere. È qualcosa che stiamo provando anche noi a costruire. Abbiamo cambiato molto, cerchiamo di lavorare partita per partita per trovare quella continuità che in passato ci è mancata”.

Hai detto tanti nuovi in squadra, quasi una rivoluzione.
“Sì ne abbiamo cambiati 18, abbiamo dato spazio a molti giovani, in Coppa Italia c’è l’obbligo di mettere in campo almeno otto Under 23. Ma nonostante il rinnovamento il gruppo si è amalgamato molto bene. C’è un buon equilibrio tra i vecchi e i giovani. E il merito è tutto loro e di di Luca Bigi e Lucas Favre che sono i leader: hanno saputo creare le atmosfere giuste, far stare i ragazzi bene insieme”.

Si parla tanto del valore di questo campionato che fatica a trovare spazio sui media nazionali.
“Per me è un campionato più equilibrato rispetto a dieci anni fa, quando io giocavo nel Calvisano. Ci sono tanti ragazzi che hanno l’obiettivo di arrivare in franchigia, alle Zebre o al Benetton, e chi ha fatto il salto, come Bertaccini e Belloni, ha dimostrato di avere le qualità per puntare anche alla nazionale. Ogni sabato ci sono partite combattute e questo alza il livello complessivo della competizione”.

Poi però in fondo arrivano sempre le stesse…
“Questo lo vedremo, intanto le Fiamme Oro hanno battuto il Petrarca, il Petrarca ha vinto con il Rovigo e il Mogliano, che non era partito benissimo ma un bravissimo allenatore, ha battuto le Fiamme Oro. Anche l’anno scorso il Mogliano era partito così così e poi ha battuto sia il Petrarca a Padova che il Rovigo. E poi occhio anche al Vicenza che in queste prime giornate ha dato filo da torcere sia al Petrarca che al Rovigo”.

Chi sono i giocatori simbolo di questo torneo?
“Domanda difficile. Citandone uno fai sempre torto a qualcun altro. Per me però uno che più lo guardo più mi stupisce è Carlo Canna, sono di parte perché ho giocato con lui tanti anni, però ancora riesce a fare la differenza e a stupirmi, ha trentatré anni e qualche volta mi chiedo come fa ancora. E poi dico un mio giocatore, Simone Brisighella, lo vedo quotidianamente, vedo come lavora, cosa fa, mi ha colpito e sono sicuro che arriverà in alto. Poi come fai a non pensare alla coppia di centri del Petrarca, Broggin e De Masi…insomma di bravi ce ne sono tanti”.

Ultima domanda: per dirti contento il prossimo mese di giugno…?
“Dovrò essere ancora al mio posto, non essere stato mandato via…(ride). Scherzo, dai. Diciamo che se avremo mantenuto alto lo standard durante tutto l’anno, se le nostre prestazioni saranno state continue e meno altalenanti del passato potrò dirmi soddisfatto della stagione. I risultati saranno conseguenza delle nostre prestazioni”.

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