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La partita della tensione, della paura, degli errori. Gli Springboks tirano un sospiro di sollievo, i Wallabies lasciano il Sudafrica constatando la crescita e cullando un rimpianto: se James O’Connor non avesse ciabattato la trasformazione del sorpasso, sarebbe stato uguagliato il record di antichi “aussies” guidati da John Thornett: nel 1963 vittoria sull’altopiano e sull’oceano.

“Tranquillo Rassie. Io ti voglio ancora bene”: la mamma è sempre la mamma, anche quella di Erasmus che ora, verso la sfida del 6 settembre contro gli All Blacks, avrà tempo per portare avanti le sue analisi, le sue idee. Che ci sia qualcosa che non va lo capisce anche chi non è un raffinato stratega. Di altro spirito Joe Schmidt: l’opera di ricostruzione sta andando a gonfie vele.

Affidarsi agli affidabili, lasciare le architetture di Tony Brown, tornare alla classicità del gioco al piede, dei palloni da recuperare per via aerea: i giganti e i piccoletti sono bravissimi. Tra gli affidabili, Handre Pollard che martella con il suo piede spostando l’area di gioco, aprendo alle contese volanti, costruendo l’assist da un lato all’altro del prato che Moodie trasforma in meta.

Handre Pollard autore di 15 punti dalla piazzola (Photo by Grant Pitcher/Gallo Images)

È il momento in cui gli Springboks si scrollano di dosso il brivido provato qualche minuto prima: gli australiani sono rapaci, capaci di colpi di becco, d’artiglio. White, con i suoi baffoni da fuciliere della Grande Guerra, trasforma un calcio libero in un invito per Toole. L’ala dei Brumbies, presentato come il giocatore più veloce del rugby australiano, segna a 8’ dall’esordio con la maglia gialla. E continuerà su alte frequenze. Un debutto indimenticabile per chi ha praticato anche l’arte del rugby a 7.

Gli australiani perdono nelle prime battute Wright e White, trovano vivacità con McDermott e Kellaway, rinunciano a calciare due palloni che sarebbero finiti in mezzo ai pali, vedono l’annullamento (giusto) di una meta di McReight dopo che Kellaway aveva conquistato un pallone (in avanti) abbattendo Pollard.

Gli Springboks esibiscono una specie di controllata prudenza e optano per un ritmo ridotto. Il ricordo di Johannesburg è troppo fresco, troppo doloroso. La prima vera serie di cariche, il primo vero tentativo di piantare un cuneo nella retroguardia “aussie” arriva verso la fine del tempo ed è risolta da un altro degli affidabili, Kwagga Smith, schierati all’ultimo momento al posto dell’indisposto du Preez. Lo prendono ma non lo fermano e lui va in mezzo ai pali.

I campioni del mondo hanno il controllo della situazione? Il secondo tempo riporta i fantasmi di Johannesburg. Un calcio di O’Connor, agevole da controllare, provoca un corto circuito al povero Moodie e Jorgensen deve solo raccogliere e posare la palla nel nido. Il 20-17 è una sirena d’allarme. Pollard riesce a ridare un po’ di respiro che torna ad esser mozzo dopo una fuga di Toole, contenuta a cinque metri dalla linea. Gli australiani capiscono che si può fare, alzano il ritmo, riescono ad organizzare una manovra a più fasi, colpiscono con uno dei cavalli di battaglia degli Springboks, il drive. La mano sul pallone è di Paenga Amosa. È a quel punto che arriva la svolta che pare una nemesi. Facile trasformazione e sorpasso. No, O’Connor riesce nell’impresa di calciare fuori.

Sbaglia anche Kellaway una facile raccolta ed è l’origine della carica che porta Etzebeth a dare una vittoria da cuore in gola. Quel che rimane del match si riduce a due calci che O’Connor mette a lato.

Sudafrica – Australia 30-22 (primo tempo 20-10)

Sudafrica

mete: Moodie, Smith, Etzebeth; tr: Pollard (3); cp: Pollard (3)

Australia

mete: Toole, Kellaway, Paenga Amosa; tr: O’Connor (2); cp: O’Connor

 

Nella foto del titolo una carica di Ruan Notje, preferito a Etzebeth nella prima parte del match (foto SA Rugby)

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