A Port Elizabeth il Sudafrica prende al volo l’occasione per festeggiare i 30 anni dalla Coppa di Invictus, Mandela e il battesimo della nuova era arcobaleno. In mezzo alle celebrazioni ci sono l’Italia e una partita che non c’è, perché lo spirito del primo test di Pretoria è evaporato nell’aria rarefatta insieme con un minimo di ordine tattico. Gli Springboks sono arroganti al punto che su calcio di invio decidono deliberatamente di concedere una mischia agli azzurri, tanto per iniziare dal nulla la loro guerra fisico-psicologica. La scelta gli si ritorce contro, la mischia la perdono con tanto di calcio indiretto contro, ma tant’è, il messaggio lo hanno lanciato. E sembra che l’Italia all’ultimo impegno del viaggio agli antipodi abbia subito il colpo, perché mai è in partita, svagata, poco incisiva in difesa, inguardabile in touche (tutte perse le ultime 7 del secondo tempo), dominata in mischia, da brividi nel gioco aereo: mai e poi mai che si riesca a tirare giù in maniera dignitosa un calcio che piove dall’alto. In queste condizioni si dipana una sfida con un solo padrone, senza emozione, priva di brividi, anche se per oltre un’ora l’Italia avrebbe il privilegio di giocare in superiorità numerica per il rosso diretto a Jasper Wiese, reo di aver colpito con una testata Danilo Fischetti nel mezzo di una innocua scaramuccia. Chissà se è mai successo che una squadra con l’uomo in più non sia riuscita a segnare la miseria di un punto.
Il risultato (45-0) è la logica conseguenza di tanta inconsistenza, 7 mete a nulla, 18 calci di punizione concessi per manifesta inferiorità, 2 cartellini gialli (a Fischetti e Odiase) per eccesso di falli ripetuti, 7 touche gettate al vento quando la partita poteva offrire una minima speranza di gestire qualche possesso. Senza palla e senza territorio in questo spietato gioco si va da nessuna parte, il gioco al piede è solo un riconsegnare la palla all’avversario e perderla quando sono gli altri a calciare. In casa dei Campioni del Mondo le sconfitte vanno messe in conto, ma questa volta l’inconsistenza italiana si nega anche l’aggettivo tanto caro alla nostra storia ovale: di onorevole nella disfatta di Port Elizabeth c’è nulla.
Quel genio del male che è Rassie Erasmus poi sembra voler giocare al gatto con il topo, per lui il massimo rispetto da concedere a un avversario è ridicolizzarlo e così dopo il fasullo calcio d’inizio, inventa anche la finta touche in mezzo al campo: il pallone viene alzato all’indietro, un avanti salta, gli altri si compattano e avviano un drive. Una novità che non è contemplata dal regolamento e quindi è regolare e nelle due occasioni in cui viene messa in pratica l’Italia resta a bocca aperta e si fa sorprendere dalle mete di Moodie alla fine del primo tempo e Marx in avvio di ripresa. Sul tabellino finiscono le segnature di Williams e Van der Merwe in parità numerica, ancora Van der Merwe, Moodie, Marx, Mapimpi e Wessels in inferiorità e il particolare sta lì a mettere in evidenza l’inconsistenza azzurra.
Fine del viaggio, si torna a casa. Quesada ha potuto vedere, valutare, pensare. Ha avuto solo conferme dal test con la Namibia, speranze dal primo con il Sudafrica, dubbi da quest’ultima fatica. La strada è ancora lunga, quella che ci separa dagli Springboks infinita.
Nella foto (SA Rugby) Edwill van der Merwe autore di due mete
