Credibilità: è questa la parola d’ordine che George Biagi vuole per le “sue” Zebre di cui ha assunto dalla scorsa stagione il ruolo di Direttore operativo e sportivo.
Un obiettivo non così semplice da raggiungere, visto anche l’esordio stagionale: la squadra, reduce dalla brutta sconfitta con Bulls, è in partenza per la trasferta di Cardiff in vista della seconda giornata di URC.
Nonostante l’inizio di stagione – complici anche gli infortuni – non sia stato dei migliori, la visione per il medio lungo termine resta molto chiara: rendere Parma un ambiente sempre più attrattivo, credibile appunto. Non solo per giocatori e staff ma anche per tifosi, competitor e sponsor.
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In generale avete un inizio di campionato che, calendario alla mano, è tutto in salita. Però nel pre-stagione si sono viste cose interessanti. Inoltre anche in passato alle prime giornate siete stati in grado di sorprendere avversari più quotati di voi. Come vi approcciate alla nuova stagione?
Rispetto a dodici mesi fa partiamo con una base più solida: conosciamo meglio il gruppo, abbiamo dato continuità a molti giocatori e siamo intervenuti sul mercato in maniera mirata, dove ritenevamo fosse necessario alzare il livello e aggiungere profondità. Dal punto di vista sportivo il nostro approccio non cambia: dobbiamo entrare in campo ogni settimana convinti di poter competere, indipendentemente dall’avversario. Vogliamo diventare sempre più consistenti: la vera crescita non è fare una grande prestazione ogni tanto, ma riuscire ad alzare il nostro standard settimana dopo settimana.
Non sarà una stagione facile, è quella del Mondiale e ci sono pochissime pause.
Per la prima volta avremo quattro test match a novembre e i giocatori arriveranno al Sei Nazioni praticamente senza un weekend di sosta, con partite ogni settimana. Una delle chiavi della stagione sarà quindi la gestione: programmare bene, gestire i carichi e utilizzare in maniera intelligente il turnover. Alla base di tutto deve esserci il player welfare, sia per mantenere la squadra competitiva durante l’intera stagione, sia per fare in modo che i nostri ragazzi arrivino in salute e nelle migliori condizioni possibili agli appuntamenti internazionali e, in prospettiva, al Mondiale.
L’obiettivo rimane “mai più ultimi” o è lecito sperare in qualcosa di più?
Mai più ultimi è stato un messaggio importante perché serviva a cambiare mentalità e a fissare uno standard minimo. Ma non può diventare il nostro traguardo. Dobbiamo avere l’ambizione di guardare avanti e non indietro. Non credo però sia utile oggi indicare una posizione precisa in classifica. Il nostro obiettivo è ridurre progressivamente il gap con le squadre davanti a noi e arrivare alla seconda metà della stagione, quando avremo molte partite in casa e avremo accumulato maggiore esperienza e coesione con i nuovi innesti, con qualcosa di importante per cui competere. La crescita deve essere misurabile: più partite nelle quali siamo realmente competitivi, maggiore continuità di rendimento e, soprattutto, capacità di trasformare le buone prestazioni in risultati.
La partenza di Nocera e gli infortuni in prima linea un po’ vi condizioneranno in questa prima parte di stagione? Com’è la situazione al momento?
È sicuramente il reparto nel quale, in questo momento causa infortuni, abbiamo meno profondità e sarebbe poco realistico negarlo. La partenza di Nocera, unita ad alcuni problemi fisici, ci ha costretto a lavorare molto in queste settimane per trovare delle soluzioni. Siamo molto grati ai club che hanno dato ai loro atleti l’opportunità di confrontarsi con un livello più alto. Detto questo, fa parte del nostro lavoro. Non vogliamo utilizzare gli infortuni come alibi: dobbiamo essere capaci di gestire queste situazioni attraverso la nostra rosa, il rapporto con la Federazione e la collaborazione con i club. Stiamo lavorando per avere maggiore profondità nel reparto nel più breve tempo possibile, cercando però soluzioni che abbiano senso non soltanto per qualche settimana, ma anche all’interno del percorso che stiamo costruendo nel medio-lungo termine.
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Più in generale com’è il rapporto con le squadre di Serie A Elite riguardo ai permit players?
Credo che il sistema dei permit players possa essere uno strumento molto utile, ma deve essere costruito su rapporti di fiducia e, soprattutto, deve generare valore per tutte le parti coinvolte. Non possiamo pensare alla Serie A Elite semplicemente come a un bacino dal quale prendere un giocatore quando abbiamo un’emergenza. Deve esserci reciprocità. Ci sono nostri ragazzi che oggi non sono ancora prime scelte e hanno bisogno di giocare con continuità per crescere: la Serie A Elite può offrire loro minuti importanti e accelerarne il percorso. Allo stesso modo, in determinate situazioni, alcuni giocatori dei club possono avere l’opportunità di confrontarsi con il livello URC e tornare poi alla propria squadra con un bagaglio di esperienza importante. Più riusciamo a programmare questi percorsi insieme ai club, condividendo programmazione, minutaggio e sviluppo del giocatore, più il permit player può diventare uno strumento realmente utile per tutto il sistema italiano.
Al netto dei limiti di bilancio, quest’anno sono arrivati nomi importanti non solo tra i giocatori, come Allan, ma anche nello staff tecnico, come De Carli. Qual è il messaggio che volete lanciare? Pensi che per il futuro nuovi casi come quello di Allan potranno ripetersi?
Il messaggio è che vogliamo rendere Zebre un ambiente attrattivo, nel quale mettere giocatori e staff nelle migliori condizioni possibili per esprimere il proprio potenziale. Per essere competitivi dobbiamo esserlo prima di tutto attraverso la qualità del progetto: staff, possibilità di crescita, responsabilità, ambiente, strutture, dual career e chiarezza del percorso. Essere attrattivi per atleti e tecnici con esperienza internazionale come Tommaso e Giampiero è un segnale importante e significa che qualcosa sta cambiando. Ma soprattutto la loro presenza alza quotidianamente gli standard per tutti gli altri. E questo per noi ha un valore enorme. Sono convinto che in futuro potranno presentarsi altre opportunità di questo tipo. Non dobbiamo però costruire una politica basata sui “nomi”: dobbiamo costruire un club credibile. Se il progetto è credibile, saranno sempre di più i giocatori e i professionisti che potranno vedere Parma come una destinazione capace di sposare anche le loro ambizioni personali.
Al netto degli ultimi arrivi, avete puntato quasi esclusivamente su giocatori eleggibili per la nazionale, mandato condiviso con la Federazione. Non credi che inserire qualche straniero di qualità in più potrebbe aiutare nel processo di crescita? O è meglio puntare su giovani italiani motivati?
Le due cose, secondo me, non sono necessariamente in contraddizione. La nostra missione è molto chiara: sviluppare giocatori eleggibili per l’Italia e creare un ambiente di high performance nel quale possano confrontarsi ogni settimana con il livello internazionale. Anche gli investimenti che abbiamo fatto questa estate sulle infrastrutture, in particolare sulla palestra, vanno esattamente in questa direzione. Lavoriamo inoltre a stretto contatto con gli atleti dell’Accademia Nazionale. Vogliamo dare ai ragazzi che dimostrano di meritarlo all’interno del percorso U20 l’opportunità di confrontarsi progressivamente con URC e Challenge Cup, accelerando lo sviluppo dei migliori giovani italiani. È qualcosa che vediamo fare regolarmente nei club di Premiership, Top 14 e URC e credo sia importante creare anche da noi un percorso sempre più fluido verso l’alto. Allo stesso tempo, credo che il criterio debba sempre essere il valore che una persona porta al sistema. Uno straniero di grande qualità, con caratteristiche tecniche, professionali o di leadership che aiutino a far crescere dieci giocatori italiani intorno a lui, può avere un valore molto diverso rispetto a uno straniero preso semplicemente per occupare una posizione in rosa. Oggi abbiamo scelto una direzione molto precisa e crediamo fortemente nei giovani italiani che abbiamo inserito. Il nostro compito è dare loro opportunità, ma soprattutto creare un ambiente abbastanza competitivo perché quelle opportunità debbano guadagnarsele.
Rispetto al recente passato a Parma sembra cambiato tutto, dal metodo con cui allestite la rosa alla comunicazione, ad esempio passando da XV del Nord Ovest a Zebre Legacy. Quanto è importante poter lavorare in continuità con un gruppo consolidato e quanto è importante il legame con il territorio?
La continuità è fondamentale e parte innanzitutto dalla solidità economico-finanziaria del club e da una direzione chiara e forte da parte del CDA. Come in qualsiasi organizzazione, indipendentemente dal settore, parte tutto dal vertice. Non puoi ricominciare ogni dodici mesi: per costruire qualcosa serve una programmazione di medio-lungo periodo. Una delle nostre priorità è stata proprio quella di creare un nucleo di giocatori sul quale poter lavorare per più stagioni. Questo permette allo staff tecnico di sviluppare realmente un’identità e al club di programmare, invece di vivere costantemente nell’emergenza. Parallelamente c’è il territorio. Per molto tempo credo che le Zebre abbiano avuto una dimensione internazionale molto forte senza riuscire sempre a trasformarla in un senso di appartenenza altrettanto forte a Parma. Noi vogliamo tenere insieme le due dimensioni. Giochiamo in URC e Challenge Cup e questo ci porta in alcuni dei mercati e degli stadi più importanti del rugby internazionale, ma la nostra casa è Parma. Il Lanfranchi, il quartiere San Leonardo, le aziende e le eccellenze di questo territorio devono essere parte della nostra identità. La nostra responsabilità è anche quella di creare un ponte tra Parma e la dimensione internazionale nella quale abbiamo la fortuna di competere. Zebre Legacy nasce anche da qui: costruire qualcosa che non sia legato solamente al risultato del sabato, ma che lasci progressivamente un patrimonio sportivo, sociale e commerciale al club e al territorio.
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Sul fronte degli sponsor e di possibili investitori privati si sta muovendo qualcosa?
Sicuramente c’è movimento e credo sia uno degli aspetti più positivi del percorso che stiamo facendo. Stiamo cercando di cambiare il modo in cui ci presentiamo alle aziende. Non vogliamo vendere semplicemente uno spazio sulla maglia o a bordo campo: URC ed EPCR ci danno accesso a un network internazionale molto importante e dobbiamo essere capaci di trasformarlo in valore concreto per i nostri partner. Lo Zebre Parma Business Tour nasce esattamente con questa logica: utilizzare le nostre trasferte internazionali per mettere in relazione aziende, istituzioni e territori. Allo stesso tempo stiamo lavorando molto sull’esperienza allo stadio e sull’hospitality. Abbiamo creato nuove aree, tra cui il ristorante con vista sul campo, con servizio al tavolo e una proposta legata alle eccellenze enogastronomiche della Food Valley. Vogliamo che lo stadio diventi anche un luogo nel quale creare relazioni e opportunità B2B durante tutta la stagione. L’ingresso di nuovi partner e la crescita di alcuni rapporti già esistenti sono segnali molto incoraggianti e a breve annunceremo l’ingresso di altri partner di caratura internazionale.
Spesso si dice che in Italia non manchino i bravi allenatori ma i bravi manager. Tu in questo senso rappresenti un punto di riferimento vista anche la tua formazione (laurea in International Economics and Management alla Bocconi e un master in Sport Design and Management al Politecnico di Milano). Secondo te si dovrebbe investire di più su questo fronte?
Credo che il rugby italiano debba investire sempre di più nelle competenze fuori dal campo, esattamente come investiamo nella formazione di allenatori e giocatori. Il rugby professionistico oggi è un’industria estremamente complessa. Servono competenze di management, finanza, marketing, data analysis, operations, psicologia, nutrizione, performance, diritto sportivo e gestione delle persone. Non possiamo pensare che l’esperienza sul campo, da sola, sia sufficiente per gestire organizzazioni che hanno budget importanti e operano quotidianamente in un contesto internazionale. Allo stesso tempo credo moltissimo nella contaminazione delle competenze. Chi proviene dal rugby conosce dinamiche che difficilmente si imparano sui libri; chi arriva dall’università o da altri settori può portare metodologie, competenze e punti di vista che spesso nello sport mancano. Il valore nasce dall’unione delle due cose. Per questo il rapporto con l’Università di Parma e con altri istituti può diventare strategico. Mi piacerebbe che Zebre diventasse sempre di più anche un laboratorio: un luogo nel quale studenti, giovani professionisti e startup possano confrontarsi con problemi e opportunità reali di un’organizzazione sportiva professionistica che opera a livello internazionale. Se vogliamo far crescere il rugby italiano, dobbiamo sviluppare non soltanto la prossima generazione di giocatori e allenatori, ma anche quella di direttori sportivi, analisti, responsabili commerciali, operations manager e dirigenti. È un investimento forse meno visibile rispetto a quello che facciamo sul campo, ma nel lungo periodo può essere altrettanto importante.
