Con la maglia numero 8 lasciata dal capitano Siya Kolisi torna titolare fra i Boks in un test match Jean-Luc Du Preez dopo quasi sette anni di “vuoto” dal suo ultimo cap, il 14°: pochi per un ventinovenne di enorme talento che se avesse scelto di giocare per l’Italia ne avrebbe ammassati chissà quanti. Ma che c’entra Du Preez con l’Italia?
Con un filo appena di enfasi quella di sabato 23 agosto (diretta SkySport alle 17.15) a Cape Town i sudafricani l’hanno chiamata la partita della Redenzione, ovvero dell’imprescindibile riscatto dopo la storica legnata rimediata una settimana scorsa a Jo’burg da parte dell’Australia. Ebbene, il ct Rassie Erasmus per questa impresa salvifica contro i Wallabies ne ha cambiati, tra infortunati e scelte tecniche, giusto 10 e fra i richiamati c’è appunto Jean-Luc, colosso di Durban protagonista di uno dei più grossi colpi di mercato estivo essendo passato dai Sale Sharks, ora affidati a Marco Bortolami, al Bordeaux. Jean-Luc (terza linea) è gemello di Daniel (seconda linea) e fratello minore di Robert Junior (apertura e centro): questi ultimi due, entrambi Springboks, resteranno (salvo sorprese per Robert Junior) a disposizione del nuovo allenatore padovano. Tutti e tre sono figli di Robert, Springbok mediano di mischia extralarge nella squadra che nel 1992 venne riammessa nell’arena internazionale per intercessione di Nelson Mandela dopo gli anni di ostracismo per l’apartheid.
Ed è un caso unico al mondo la circostanza che un internazionale di una squadra di prima fascia abbia avuto tre figli ugualmente internazionali e sempre nei Boks. I Barrett, ad esempio, sono in 3 in nazionale, ma il loro padre non è stato All Black.

Da sinistra: Jean Luc, Robert sr, Robert jr e Daniel con la Currie Cup conquistata dagli Sharks nel 2018
Non finisce qui: ricordato che i tre fratelli Du Preez hanno giocato insieme sia negli Sharks di Durban (allenati dal padre che recente ha timonato anche il Parma), sia negli Sharks della Premiership inglese e sempre facendo scintille, ci si può rammaricare su queste pagine del fatto che tutti e quattro i Du Preez avrebbero potuto giocare per gli azzurri perché hanno passato e passano molto tempo in Italia dove hanno casa in Toscana. Parlano tutti italiano con l’accento toscano. Robert padre è uno dei due Springboks che giocarono (in C2 e in C1!) a Imola negli anni Ottanta. Tutti i Du Preez sono di casa anche a Imola dove capitano spesso per salutare gli amici. Infine è da tempo che fra i Boks mancano del tutto giocatori che abbiano legami con l’Italia.
Ecco la storia di questa famiglia ovale unica al mondo che Allrugby pubblicò sul numero 93 nell’autunno 2014.
I balzi dei giovani Springboks
Robert Du Preez ha avuto tre figli nella Nazionale U20 del Sudafrica. Ecco come lavorano e come crescono i giovani talenti sudafricani
Di Paolo Ricci Bitti
Non credo che Robert Du Preez, ex Springbok, padre di tre junior Springboks e attuale director of rugby dell’Università di Potchefstroom, segua le tribolazioni del ddl Giannini sulla riforma scolastica, ma sta di fatto che alla prima domanda risponde con un’altra domanda.
“Certo che posso spiegare come si diventa un “nazionale” U20 sudafricano, ma prima posso sapere se rispetto ai miei anni trascorsi in Italia sono aumentate le ore di educazione fisica a scuola?”
Ehm, veramente no, erano 2 ore la settimana a metà degli anni Ottanta e sono ancora 2 dopo trent’anni, anzi, ogni tanto si ipotizza anche di dimezzarle.
“Ecco allora perché in Italia avete ancora tanta strada da fare– riprende Du Preez –. Finché non si farà più sport a scuola, fin dalle elementari, il lavoro dei club e della Federazione, per quanto possa essere ben strutturato, resterà un’impresa titanica con risultati a lunghissima scadenza. Non potete confrontarvi con speranza di buone prestazioni e continuità con gli atleti espressi da sistemi scolastici molto più efficaci in particolare quelli anglosassoni”.
Non fa una piega e allora, visto che questa considerazione alberga da anni nei commenti sui deludenti risultati delle giovanili azzurre, non resta che mandare giù l’amara verità e proseguire.
“Sì, entrambi i miei gemelli Daniel e Jean-Luc – riprende l’ex numero 9 degli Springboks – saranno in Italia per la Coppa del Mondo U20. Hanno partecipato anche a quella del 2014 così come Robert jr ha partecipato ai mondiali del 2013”.
Robert Du Preez sr, allenatore del Parma, un paio di stagioni fa in Serie A (foto Rugby Parna)
Un momento per leggere lo stato di famiglia Du Preez bisogna prenderselo, anche per capire quanto sia privilegiato il punto di vista di un asso come Robert senior in fatto di educazione e formazione al rugby di alto livello.
Dunque, Robert Du Preez ha 51 anni e non era mai uscito dal Sudafrica quando nel 1985 sbarcò a Imola, serie C2 (l’ultima, come adesso).
Tredici partite e solo 39 mete perché altrettante le regalò a noi compagni di squadra attendendoci paziente sulla linea bianca per l’assist finale. Paradossi dell’epoca del tardo apartheid sudafricano: privati dei confronti internazionali, pur di fare esperienza all’estero anche talenti come lui accettavano di giocare nel quarto mondo ovale.
Oltre a essere un mediano in anticipo sul futuro, grazie a quel fisico dirompente, aveva un passaggio da 30 metri teso come una fucilata che gli è valso 7 caps con gli Springboks, nel 1992 e 1993, una volta finito l’isolamento del Sudafrica, e tre Currie Cap. Robert sr ha anche giocato col Natal nei primi Super Rugby e poi, lasciato il rugby, in pochi anni è arrivato ai vertici del board di Mr Price, il colosso del commercio sudafricano. Springbok e top manager, insomma. Da allenatore, ha guidato i Rovers del KwaZulu Natal, centenario club che ha cresciuto 22 Springboks, e tre anni fa è stato chiamato dalla sua vecchia università di Potchefstroom, dov’è nato, per fare il director of rugby e per allenare la squadra provinciale a essa collegata, i Leopards.
Robert intanto a Durban aveva sposato Sonia: nascono nel 1993 Robert jr e nel 1995 i gemelli Daniel e Jean-Luc. Il primo (1.90 per 90 kg) è adesso mediano di apertura a Western Province (Super Rugby); Daniel (1.94 per 98 kg) è seconda linea e Jean-Luc (1.92 per 95 kg) flanker/n.8 nella giovanile dei Natal Sharks.
Tre predestinati alla maglia con Protea e Antilope? Non certo per quei fisici comunque impressionanti. Scriveva nel 2011 S.A. Sport School Magazine: “In Sudafrica ci sono migliaia di giovani con quel tipo di fisico che fanno sport, ma quello che richiama l’attenzione sui fratelli Du Preez è la determinazione con cui si impegnano in ogni tappa della loro carriera, dal minirugby a oggi”.
“Già – riprende il padre– si sono davvero impegnati tanto, ma senza pressioni e senza dimenticare il percorso scolastico che resta ugualmente determinante”.
A che età un giovane talento sudafricano si trova davanti al bivio: puntare a diventare un giocatore professionista oppure lasciare al rugby un ruolo di divertimento?

“Verso i 16 anni, dopo che probabilmente ha già partecipato alla Craven Week per gli U13 e si appresta a partecipare alla Craven Week per under 18. Fino a quell’età il percorso sportivo avviene esclusivamente nelle scuole, pubbliche o private, dove si praticano molte discipline per 6-8 ore la settimana. Ai miei figli, ad esempio, è sempre piaciuta molto la pallanuoto”.
E che cosa accade allo studente di 16 anni?
“Dipende molto dalla zona dove abita. Se la squadra del college (liceo, scuola media superiore) che frequenta è di buon livello può continuare lì, altrimenti ci sono le accademie delle squadre provinciali. Da quel momento lo stile di vita segue criteri ben precisi sia per gli allenamenti, in campo e in palestra, sia per ogni altro aspetto della crescita a cominciare dall’alimentazione. E deve essere sempre chiaro che si inizia un cammino che premierà ben pochi fra coloro che lo intraprendono. E’ molto duro studiare e allenarsi, in entrambi i campi ad alto livello, come hanno fatto i miei figli al Kearsney College di Durban”.
Quanto è importante la vetrina della Craven Week?
“Non tutti gli Springboks vi hanno partecipato, ma una gran parte di loro sì anche perché il confronto fra le selezioni scolastiche permette di avere riferimenti determinanti sulla qualità dei ragazzi”.
Parentesi: dal 1964 le squadre delle scuole sudafricane partecipano a Stellenbosch (e poi anche a Bloemfontain) alla Craven Week che fin dall’inizio è stata aperta a tutte le razze per la scelta (allora temeraria) di Danie Craven, capitano degli Springboks, presidente della federazione e protagonista della storia del paese. E’ un avvenimento unico nello scenario rugbistico mondiale.
“Sì – dice anche Du Preez – dobbiamo tantissimo a questo evento che permette ai selezionatori una visione generale dei talenti”.
E il club, come lo intendiamo in Italia?
“Per forza di cose è sempre meno presente nella formazione del giocatore anche se, ripeto, la situazione non è omogenea in tutta la nazione che ha una storia ovale basata soprattutto sulle province”.

Intanto lo studente sedicenne si avvicina alla maggiore età.
“E probabilmente, se ha dimostrato talento, ha iniziato a ricevere offerte da università, province o accademie. Vengono naturalmente chiamati i genitori e inoltre si saranno già fatti sentire i selezionatori della Saru U16 e U18. Si lavora di concerto per capire quale può essere il percorso migliore per il ragazzo. Se si è già stati convocati nella squadra U18 di una provincia vuol dire che è il caso di continuare a provare. Si stringono accordi, ma non vengono offerti ancora, a ogni modo, contratti vincolanti: la strada per diventare professionisti e magari Springboks è ancora lunghissima e non bisogna mai dimenticare un piano B”.
Anche se il talento è già evidente?
“Sì, anche se in certi e rari casi molto è già prevedibile: Pollard ha giocato per tre anni nell’U20, tanto è stato precoce. E nell’U20 scelta per la Coppa del Mondo in Italia ci sono giocatori come Liebenberg, il capitano, e Du Toit che hanno già debuttato in Currie Cup e Super Rugby. Senza dimenticare che le province sfruttano una competizione importante come la Vodacom Cup (viene dopo Super Rugby e Currie Cup, ndr) per far fare esperienza agli U20 come è accaduto anche ai miei figli (in questo caso con i Natal Sharks): sono match che permettono all’allenatore della nazionale di categoria di farsi idee precise sui giocatori. Fare confronti fra Sudafrica e Italia non è corretto, ma capitandovi ancora abbastanza di frequente capisco che, nonostante l’allargamento della base, il processo di selezione da voi resti ancora assai difficoltoso. La mancanza di competizione per la maglia da titolare e la carenza del contesto in cui si esprimono i vostri migliori giovani rende difficile assemblare una Nazionale di buon livello. Comunque, rispetto a 30 anni fa, grazie al Sei Nazioni, avete fatto passi avanti inimmaginabili”.
Che differenza c’è fra l’U20 Robert Du Preez senior e gli U20 suoi figli?
“Difficile fare paragoni fra il mio mondo da ragazzo e quello attuale dei professionisti: adesso chi ha talento e determinazione può contare su strutture e percorsi ben delineati e decidere di conseguenza. E vi possono contare, questo è fondamentale, i ragazzi di tutte le razze”.
I Leopards che allena Du Preez sono tra l’altro la prima squadra sudafricana appartenente a una realtà nera come la Royal Bafokeng Sports Holding.
“E quando parlo di strutture intendo realtà come quella che coordino dell’università di Potchefstroom. Pensate a ciò che significa, per educare e formare al rugby, avere uno staff di professionisti a tempo pieno che pianificano le attività in ogni dettaglio. Ne fa parte anche James Small, mio compagno di squadra negli Springboks. Di sicuro è una situazione che ai miei tempi non potevo nemmeno immaginare. Oltre agli addetti alla tecnica, abbiamo anche uno psicologo e un nutrizionista: si punta anche a mantenere forte il legame tra impegno di studio e attività sportiva. Logico che gli atleti espressi da queste strutture e quindi emersi dal confronto con altri atleti di altre situazioni analoghe rappresentino un’eccellenza in grado di puntare alla carriera da professionista”.
Gli U20 attuali di molte nazionali sono già professionisti almeno in fatto di prestanza fisica: non c’è il rischio del doping dietro a questi ragazzi già poderosi come i giocatori delle rappresentative seniores.
“E’ un tema estremamente delicato che crea grande preoccupazione e a cui prestiamo la massima attenzione: lo si affronta già al liceo con il coinvolgimento di esperti ed educatori. Si spiega che non vale la pena pregiudicarsi la vita e anche la carriera sportiva con queste scorciatoie pericolose e si ricorda anche che dopo una prima squalifica di due anni c’è quella a vita. Credo tuttavia, considerati i casi che affiorano di volta in volta, che il fenomeno nel rugby non sia diffuso a livello generale e che la stupida scelta di doparsi resti di tipo personale. A ogni modo, e adesso parlo come il padre di tre Boks U20, credo che le opportunità tecniche e di alimentazione che hanno avuto i miei figli e i loro compagni di nazionale siano state e siano eccezionalmente superiori a quelle disponibili fino a pochi anni fa. E che poi la possibilità di scegliere fra un grande numero di ragazzi di talento permetta di schierare giocatori che, sì, sono tutti o quasi tutti fisicamente assai prestanti”.
Nella foto del titolo, Jean Luc Du Preez con la maglia degli Springboks, nel match (no cap) contro i Barbarians lo scorso giugno a Cape Town (foto SA Rugby).
