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Perché̀ in Italia il rugby ha trovato in Veneto la sua maggior diffusione?

Dal numero 201 di Allrugby, di ELVIS LUCCHESE

È forse questa la più̀ suggestiva delle domande attorno ai quasi cento anni di sviluppo della palla ovale nell’ambito della penisola. Chi scrive – un veneto appassionato di rugby e di storia – se lo chiede da diversi anni, senza sentirsi di poter dare ancora una risposta soddisfacente. È utile tuttavia lanciare alcune ipotesi di ricerca, riflettendo anche per comparazione con altri territori (il sudovest francese, il Galles, la Nuova Zelanda) che hanno eletto la disciplina come elemento forte della propria specificità̀ sportiva e culturale. 

Una formazione del Rovigo campione d’Italia nel 1951, prima squadra veneta a fregiarsi del titolo tricolore.

Si cominci considerando come dato comune uno sfondo di società̀ contadina, profondamente radicata in Veneto anche al di là del boom delle imprese avviato dagli anni Settanta. Da questo background deriverebbero da una parte la fascinazione per un gioco di conquista di spazi e di esaltazione della forza e della resistenza, dall’altra una naturale predisposizione al sacrificio che avrebbe garantito un netto vantaggio competitivo rispetto ai primi praticanti, provenienti dalle classi più̀ agiate. Aree rurali sono anche quelle della Nuova Zelanda e del Sudafrica maggiormente coinvolte nella disciplina. Lo stesso si può̀ dire del sudovest francese, zona che peraltro ricevette una cospicua migrazione dal nordest italiano a inizio Novecento. A conferma di una naturale affinità̀ i veneti approdati nelle campagne e nei vigneti fra Pirenei e Aquitania furono presto assimilati dalla società̀ transalpina, con cognomi tronchi che ironicamente potevano passare per locali. Dai campi da coltivare nel giro di pochi anni i Gruarin, i Benetton, i Portolan, i Cester, gli Spanghero arrivarono anche, con successo, ai campi da rugby. 

I sei fratelli Spanghero, figli di genitori friulani emigrati in Francia negli anni Trenta. da sinistra Gilbert, Claude, Laurent, Walter, Jean-Marie e Guy. Walter e Claude hanno vestito la maglia della Francia, gli altri quattro sono stati ottimi giocatori di club.

Un gioco dunque intriso di metafore di fatica e di terra da conquistare, di un senso di opera collettiva, dell’odore dell’erba e del fango, che sposa il gusto delle classi contadine e in senso più̀ ampio popolari (i minatori del Galles). Prima della codifica degli sport propriamente detti in epoca vittoriana, peraltro, svaghi di simile ispirazione erano stati diffusi in tutta Europa accendendo le passioni dei ceti più̀ umili. Erano i cosiddetti folk games, spesso vietati dalle autorità̀ per la loro violenza, fra i quali in Italia il calcio fiorentino e la pallonata senese. 

Il sociologo Pierre Bourdieu, nato presso Pau e praticante in gioventù̀, ha scritto nella sua opera più̀ importante : “Il rugby, che combina le caratteristiche di un gioco con la palla e di una battaglia, coinvolgendo il corpo e permettendo l’espressione parzialmente regolata della violenza fisica, ha affinità̀ con le disposizioni popolari più̀ tipiche, come il culto della virilità̀, il gusto per lo scontro, per la durezza nel contatto, la resistenza alla stanchezza e al dolore, il senso di solidarietà̀ (i compagni), la baldoria (il terzo tempo)” (“La distinzione. Critica sociale del gusto”, 1979). 

Nato nei prestigiosi collegi inglesi per l’educazione dei rampolli dalla migliore estrazione, il rugby per sua natura si ritrovava presto a conquistare le masse working class, favorendo ad ogni latitudine la commistione fra diversi ceti sociali. Non in Inghilterra, dove l’alta borghesia preservò l’esclusività̀ del gioco a XV attraverso lo scisma del 1895, concedendo agli operai del nord di praticare professionalmente, in tredici giocatori, il League. Non in Sudafrica, dove il rugby fu uno dei bastioni dell’ideologia suprematista e non fu proposto ai nativi fino ai tempi di Mandela, mentre in Nuova Zelanda da sempre maori e anglosassoni “pakeha” spingevano insieme nelle stesse mischie. Ma certamente sì nella inessenziale storia della palla ovale in Italia, dove gli universitari che cominciarono negli anni Trenta, invaghiti di una certa aura aristocratica, molto British, allargarono presto il bacino dei praticanti a ragazzi meno privilegiati e per questo più̀ disposti alle rudezze del gioco, per questo animati da un inconscio desiderio di riscatto e di riconoscimento.

Una carica di Mirco Spagnolo nella finale scudetto, Petrarca-Rovigo del 2023 (Photo by Federugby/Federugby via Getty Images)

Il fatto storico che accomuna diverse realtà̀ sono i precoci successi, dai quali deriva un rinforzo dell’orgoglio delle comunità̀, ciò̀ che si definisce civic pride. Le vittorie a spese dei britannici già̀ nei tour di inizio Novecento fanno del rugby uno strumento di affermazione per i farmers neozelandesi. Lo vorranno come sport nazionale, in dialogo ma anche in antagonismo con l’originaria madrepatria. Rovigo, una città allora marginale economicamente e socialmente, straziata per di più dall’alluvione del 1951, viene messa sulla cartina d’Italia dagli scudetti del dopoguerra, scatenando un’identificazione profonda fra comunità̀ e squadra. Ma dalla fine degli anni Trenta per un sodalizio composto di “operai, muratori, meccanici, facchini, fornai”, si parlava già̀ di un “tifo spinto” e di un vasto investimento emotivo nell’impresa sportiva per la “rivincita della provincia sulla metropoli”. Trovo che una qualche atavica idea di riscatto sia implicita nel rugby veneto, così come nella sua storia politica e imprenditoriale: nelle polarità̀ fra provincia e città e fra periferia e centro. Si pensi all’avventura dei Dogi e alle continue rivendicazioni di rappresentatività̀ rispetto alla Fir “romana”. 

Detto di occorrenze culturali (una sorta di virilismo contadino) e storiche (il successo sportivo a consolidare il senso comunitario), occorre infine porre attenzione al contesto geografico. Il Veneto è una regione policentrica, con varie città di medie dimensioni senza una capitale riconosciuta per dinamismo economico come altrove Torino o Milano. Una sede universitaria come Padova ha avuto in principio il ruolo di centro di irradiazione: Livio Zava e Davide Lanzoni, che avrebbero fondato il Treviso e il Rovigo, erano compagni di studi a Medicina. La rivalità̀ fra le tre città storiche della palla ovale ha alimentato la passione nel dopoguerra e guidato le ambizioni di crescita, promuovendo anche scambi tecnici. Uno scenario nuovamente simile al sudovest francese, rurale, patriarcale e conservatore, dove la disciplina si è radicata in piccoli centri che si contendevano ogni domenica infuocati derby. È stato chiamato “le rugby des villages” da un celebre libro di Robert Barran, o in modo più̀ saporito “rugby cassoulet”, da un tipico piatto di quell’area – il triangolo fra Bordeaux, Bayonne e Perpignan – in cui la palla ovale prevale storicamente sulla rotonda. Per quella fetta di Veneto racchiusa fra Rovigo, Padova, Treviso e San Donà di Piave si potrebbe forse parlare di “rugby dei campanili”. 

 

Elvis Lucchese, classe 1972, continua con “Il rugby più bello d’Italia”  (Una storia della palla ovale a Treviso e nella Marca. pagg. 244, €20 in libreria e online su Amazon e IBS) la sua cavalcata attraverso la storia del movimento ovale italiano. Già autore di “La finta di Ivan” (2007), “Alessandro Troncon condottiero azzurro” (2007), “Meta Nuova Zelanda” (2013), “Sport di combattimento. Gli esordi del rugby in Veneto, 1927/1945” (2017) e “Pionieri. Le origini del rugby in Italia. 1910-1945” (2024), Lucchese racconta in questa sua ultima produzione la grande epopea de “La provincia più rugbistica d’Italia” da i “Bohémiens (1933-1954) e all’era Benetton.

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