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Se Gianni Clerici definiva Wimbledon il Vaticano del tennis, Twickenham – una mezz’oretta dall’erba di Sinner, sempre nel quadrante sudovest di Londra – è il luogo che per il rugby serba la stessa sacra aura, il fascino quasi mistico di un tempio antico ed esclusivo dove gli inventori del gioco celebrano i loro riti fin dal 1909.

Ecco che la vittoria di una Nazionale azzurra su quella soffice erba, quarant’anni fa, destò scalpore ed entusiasmo nella ristretta parrocchia della palla ovale nostrana. Mentre gli anglosassoni registravano compassati “a further advance by Italy” (titolo del Times), si sentiva da questa parte di avere infranto un tabù, di avere compiuto il grande balzo in avanti atteso da decenni. “Espugnato il tempio sacro, che splendida primavera!”, squillava la rivista Il Mondo del Rugby. Era accaduto mercoledì 27 marzo 1985: England Schools-Italia under 16 3-9. «Quando l’arbitro fischiò la fine crollammo a terra increduli, stavamo tutti piangendo», racconta Umberto Casellato, autore dell’unica meta dell’incontro, «allora era semplicemente impensabile battere l’Inghilterra, a qualsiasi età, e tanto più farlo a Twickenham, con la soggezione che metteva giocare lì. Era uno stadio che avevamo visto in televisione nelle sfide del Cinque Nazioni, ricordo il silenzio fra noi quando lo visitammo prima della partita, le tribune di legno, i trofei, e negli spogliatoi le famose vasche da bagno smaltate poggiate sui piedini. “The Home of Rugby” c’era scritto all’ingresso. Era fantascienza. Per dire della nostra realtà quotidiana, Monigo allora aveva una tribuna di tubi Innocenti e dall’altra parte una montagnola di terra su cui si sedevano gli spettatori».

Il rugby italiano, ancorato da sempre alla scuola dei cugini francesi, provava in quel momento ad aprirsi al confronto con i britannici, avendo trovato una prima sponda nel Galles, la meno aristocratica e pertanto più disponibile delle Unions d’oltremanica. Il 1984 è l’anno del trionfo di Varsavia nel Fira under 19 e della vittoria dell’under 17 azzurra sui pari età inglesi ad Ospitaletto. Il successo a Twickenham dell’Italia allenata da Gianni Aquilani e “Ino” Pizzolato non arriva insomma come un risultato isolato, in un panorama delle giovanili che alimentava anzi grandi speranze. In vista della prima Coppa del Mondo e del professionismo il rugby dei maestri sembrava finalmente aprirsi a nuovi scenari e a movimenti fino ad allora altezzosamente ignorati. Scriveva Luciano Ravagnani che “quel mondo non è più cosi lontano: a volte basta avere il coraggio di bussare per scoprire che qualcuno ci stava aspettando. La Fir con i giovani ha in mano una chiave in grado di aprire tutte le porte”.

Alla covata del ’68 e del ’69 non difettava il talento individuale, confermato da molti nel rugby adulto. Oltre a Casellato (qui nella foto a destra con il padre Franco) a vestire le maglie azzurre c’erano ad esempio Stefano Bordon, Marco Molina, Leandro Manteri, Stefano Brolis. Il capitano della Nazionale under 16 a Twickenham era Alessandro Moscardi, «il più serio e disciplinato di tutti» nel ricordo dei compagni. «Fu una giornata molto speciale, in cui la leggerezza e la sfrontatezza della nostra età furono alla fine più forti della suggestione per lo stadio e per gli avversari» spiega l’aquilano Marco Molina, il quale con il trevigiano Andrea Pesce componeva una coppia di centri specializzati nel placcaggio, «ci misero a disposizione un pullman sgangherato e così, arrivando tardi, non potemmo neppure scaldarci prima della partita. Ci negarono di fare la foto di squadra sul terreno di gioco. Ma questo loro atteggiamento di superiorità ci caricò ancor di più. Passamo in vantaggio con la meta di furbizia di Umberto e con i calci di Nicola Macchia. Sul 9-3 nel secondo tempo ci aggredirono, ci costrinsero sempre in difesa, e non eravamo certo tutelati dall’arbitro. Fu la giornata della nostra esaltazione come gruppo, inteso sì come giocatori ma anche come staff di tecnici e dirigenti. Ho un ricordo particolarmente affettuoso per Franco Casellato, il manager del tour. Poi ci fu il rituale del terzo tempo. Il loro chairman strappò di fronte ai nostri occhi i fogli con il discorso che aveva preparato per celebrare la vittoria e ci fece i complimenti». Seguì il brindisi alla regina Elisabetta e al… presidente Sandro Pertini.

Ma indelebile nella memoria dei protagonisti rimane la giornata della vigilia, consumata secondo i metodi di allenamento in voga. Molina: «Ci divisero in due squadre, Aquilani lanciò un pallone in mezzo al campo e disse: ora vediamo chi gioca domani. Ci scannammo». Casellato:«Sfida durissima. Mi feci male all’acromio ma non dissi nulla. C’era una rivalità con l’altro mediano di mischia, Tommaso Lion del Petrarca, e mai e poi mai avrei voluto saltare quella partita. Presi di nascosto un antidolorifico, d’accordo d’altra parte con il dottore “Odo” Camilotti, un trevigiano che conoscevo, e anche con mio papà Franco. Lui d’altronde aveva quella mentalità del sacrificio e del combattimento: quando tornavo dalle partite controllava che avessi ematomi e ferite, perché solo così si capiva se in campo mi ero impegnato».

«Il giorno prima cadeva anche il mio sedicesimo compleanno e lo trascorremmo mestamente nel college che ci ospitava», racconta Alessandro Moscardi, «funzionava così: sulla disciplina non si facevano sconti. Tutte rinunce ripagate però dal successo sul campo e dalla soddisfazione di vedere la delusione e la rabbia nelle espressioni degli inglesi. Erano convinti di vincere sul velluto, noi invece dopo la tensione dell’avvio avevamo giocato sereni, consapevoli del nostro valore. Era un gruppo forte come spirito, con qualità anche individuali anche se poi più di qualcuno si perse per strada».

Benché quarant’anni più tardi l’Italia resti ancora in attesa di un nuovo successo azzurro nel tempio londinese, resta innegabile il valore “storico” di quel 9-3 dei ragazzi di Aquilani e Pizzolato. «A livello di rappresentative giovanili negli anni Ottanta sapevamo farci valere, i guai cominciavano poi a livello dei diciotto, diciannove anni quando anglosassoni e francesi cominciavano a confrontarsi con la competitività dei loro campionati», spiega Moscardi, il quale nel Sei Nazioni 2001 avrebbe capitanato gli azzurri nella Home of Rugby, «quindi la qualità c’era, a fare la differenza a nostro sfavore era alla fine il contesto. Questioni sempre attuali. C’era anche molta reverenza verso i “maestri”, che sembravano irraggiungibili. Ma è grazie a certi successi delle Nazionali, come il nostro a Twickenham, che il rugby italiano lanciava per la prima volta il messaggio: ci siamo anche noi, dovete rispettarci».   

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