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Alla vigilia delle semifinali di RWC 2025 World Rugby ha comunicato la nuova struttura che il WXV assumerà nel periodo 2026-2028. Nella prima edizione, quella del 2023, al  WXV 1 presero parte le prime tre squadre classificate nel Sei Nazioni e nelle Pacific Four Series di quell’anno; al WXV 2 la quarta e la quinta del Sei Nazioni e l’ultima del Pacific Four più le vincenti dei tornei regionali di Africa, Asia, e Oceania; al WXV 3 l’ultima del Sei Nazioni (quell’anno fu l’Irlanda), le vincenti del torneo regionale europeo ( la Spagna, come da copione) e sud-americano, e le seconde dei tornei regionali di Oceania,  Africa e Asia). L’anno successivo il WXV 2 (gruppo in cui in entrambi gli anni è rientrata l’Italia) vide tre squadre del Sei Nazioni confrontarsi con Giappone, Sudafrica e Australia. L’ultimo posto di Samoa nel WXV 2 2023 e la vittoria irlandese nel WXV 3 avevano infatti assicurato una posizione in più nel secondo gruppo per le squadre del Sei Nazioni. Sempre nel 2024 il WXV 3 si aprì a un’ulteriore europea con l’ingresso dei Paesi Bassi, vincitori in uno spareggio contro la Colombia, ultima classificata nel WXV 3 2023. 

La scozzese Emma Wassell placcata da Bulou Mataitoga degli Usa nel match di WXV 2  disputato all’ Athlone Sports Stadium di Cape Town nell’autunno 2023 (Photo by Johan Rynners – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

La nuova formula

La formula delle nuove WXV Global Series, che si svolgeranno nella finestra internazionale di Settembre e Ottobre 2026-2028, si discosta in modo significativo dalla precedente. Le squadre partecipanti, individuate (con l’eccezione del Brasile) sulla base del ranking alla fine del 2024, si divideranno sostanzialmente in due gruppi. Le prime 12 squadre (Australia, Canada, Inghilterra, Francia, Italia, Irlanda, Giappone, Nuova Zelanda, Scozia, Sudafrica, Stati Uniti, Galles) si sfideranno in un modello che World Rugby definisce “di tour interregionale” con partite in casa e in trasferta. Le altre sei squadre (Brasile, Figi, Hong Kong, Paesi Bassi, Samoa, Spagna) disputeranno invece le loro partite in un torneo ospitato in una specifica località, come già accaduto in precedenza; la loro partecipazione sarà finanziata da World Rugby come misura di sostegno allo sviluppo del gioco oltre i suoi confini tradizionali. Questo modello sarà applicato nel 2026 e nel 2028. Nel 2027 invece, anno in cui si svolgerà, con destinazione Nuova Zelanda, il primo tour delle British and Irish Lions Women, gli incontri saranno “cross-series”, con la possibilità cioè di partite tra squadre del gruppo delle 12 e delle 6 (almeno così presumiamo, visto che né la conferenza stampa né il successivo comunicato sono stati precisi su questo punto).  

L’inglese Ellie Kildunne nel match tra Canada and England alla BC Place di Vancouver, nell’edizione del WXV del 2024 (Photo by Rich Lam – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

Le differenze con il passato

Le differenze rispetto alle precedenti edizioni sono cospicue, In passato ogni squadra disputava tre incontri, su un calendario definito da World Rugby.  Sembra invece di capire che secondo la nuova formula non tutte le squadre giocheranno lo stesso numero di partite, e la definizione del calendario lascerà almeno per le top 12 ampi margini di manovra alle singole federazioni. Indicativamente World Rugby si aspetta che ogni squadra giochi tra quattro e sei partite all’anno. Questo renderà difficile definire delle classifiche (in passato ciascuno dei tre gruppi aveva espresso una formazione vincitrice). Di per sé questo potrebbe non essere un grosso problema. Ci sono però altri aspetti del formato che sollevano qualche dubbio sulla sua adeguatezza rispetto all’obiettivo dichiarato di “garantire certezza, una maggiore competitività e armonia nel calendario, favorendo le prestazioni a lungo termine e la sostenibilità commerciale nel rugby femminile”. 

In primo luogo, il nuovo formato appare meno inclusivo del precedente. Tra il 2023 e il 2024 erano cambiate alcune delle nazioni partecipanti alle varie serie (con Kenya, Kazakhstan e Colombia rimpiazzati da Madagascar, Hong Kong e Paesi Bassi), nel 2026-2028 invece la lista dei 18 partecipanti rimarrà immutata. Il fatto che la lista delle 18 squadre sia bloccata significa che formazioni come Colombia, Kenya, Kazakhstan, o Madagascar, o anche Svezia, Portogallo o Tonga, avranno pochissime chance di confrontarsi su un palcoscenico più ampio pur occupando una posizione di ranking comparabile, e a volte superiore, rispetto a quella di alcuni team che saranno parte del sistema – in particolare il Brasile.

Linneke Gevers mette a segno una meta per l’Olanda nel match del WXV 3 contro Hong Kong China a  The Sevens 2 Stadium di Dubai, a ottobre del 2024 (Photo by Christopher Pike – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

Diritti e denaro

Suscita inoltre dubbi il fatto, presentato da World Rugby con grande enfasi, che “le federazioni manterranno i diritti commerciali nazionali sulle partite in casa, riconoscendo l’importanza di aumentare il valore del rugby femminile in ogni paese e sostenendo il reinvestimento nei percorsi delle giocatrici e nei programmi nazionali”. Questo significa che federazioni con una base di pubblico consolidata (Inghilterra e Francia in particolare, tanto per non far nomi) potranno contare su risorse addizionali in maniera del tutto sproporzionata rispetto alle altre. Questo ne aumenterà a loro volta la capacità di impegnarsi in numerosi incontri, rafforzandone ulteriormente la prestazione. Si può naturalmente discutere ad libitum sulla desiderabilità di misure che redistribuiscono le risorse invece di premiare le federazioni che già hanno una capacità di mercato più elevata (il neo-liberismo non se la passerà benissimo come dottrina ma è tutt’altro che morto). Rimane però difficile capire in che senso accentuare opportunità già massicce di disuguaglianze favorisca la crescita globale dello sport.  

Le qualificazioni per i mondiali

Infine, continua a lasciare perplessi l’insistenza di World Rugby sul fatto che il nuovo WXV “è completamente allineato con il percorso di qualificazione alla RWC 2029, offrendo chiare opportunità di progressione per le squadre di entrambi i livelli e di tutte e sei le regioni di World Rugby”. È onestamente difficile capire dove stia questo “allineamento”. La qualificazione a RWC 2029 prevedrà i seguenti passaggi: 

5 squadre già qualificate (Australia come paese ospitante più Canada, Francia, Inghilterra e Nuova Zelanda come semifinaliste di RWC 2025);

6 squadre qualificate come vincitrici dei sei tornei regionali 2027 (Africa, Sud America, Oceania, Asia, Europa e Pacific Four – vale a dire USA, dato che le altre tre sono già dentro); 

2 squadre qualificate sulla base della classifica del Sei Nazioni 2027;

2 squadre qualificate in quanto in posizione più alta nel ranking mondiale dopo WXV 2027; 

1 squadra qualificata in quanto in posizione più elevata nel ranking dopo WXV 2028. 

Da quanto sopra discende che le prime 13 qualificate a RWC 2029 lo saranno in virtù delle loro prestazioni in tornei che nulla hanno a che vedere con WXV. Inoltre, è estremamente probabile che le due squadre in posizione più alta nel ranking mondiale dopo WXV 2027 siano le due compagini del Sei Nazioni non ancora qualificate. Nemmeno possiamo dare per scontato che il WXV 2028 indichi almeno l’ultima squadra qualificata: formazioni come il Kazakhstan o il Kenya, escluse dal WXV, potrebbero tranquillamente finire la stagione in una posizione di ranking superiore a quella di squadre tipo Samoa o Hong Kong – o Brasile nel caso non vincesse il torneo regionale sud-americano. 

Insomma, mentre porterà sicuramente partite eccitanti e nuovi spunti di interesse, le informazioni sinora disponibili sollevano qualche interrogativo sulla capacità del nuovo formato di allargare e consolidare il rugby femminile su scala globale. 

Nella foto del titolo la spagnola Amalia Argudo in meta contro le Fiji nel WXV 3 del 2024 a Dubai, (Photo by Christopher Pike – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

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