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Giusto due anni fa stavamo lavorando al numero 187 di Allrugby. Un numero come un altro per tutti voi, un numero molto speciale per la nostra redazione. Dopo 17 anni decidevamo di intervenire sull’impianto grafico della rivista. Necessitava di un aggiornamento. Quindi meno fotografie a pieno, testi rigorosamente su fondo bianco, inserimento di un font graziato e un sommario finalmente parlante, capace di dare indicazioni per navigare nella rivista, online e sul cartaceo. In ultimo, basta fotografie in copertina.

Il perché è presto detto, a volte “scadevano” prima dell’uscita, a volte un infortunio al protagonista ci gettava nello sconforto (o nell’imbarazzo) e poi, diciamocela tutta, le foto di rugby sono spesso molto simili l’una all’altra. Un placcaggio, una meta, uno sfondamento. Il tutto vincolati dal formato verticale.

Per questo abbiamo deciso di commissionare ogni numero a un artista diverso. Francesco Sacco ha esordito, con un ritratto figurativo dell’allora neo allenatore della Nazionale, Gonzalo Quesada. Poi è stata la volta di Iron Sign (aka Matteo Pagni), protagonista anche l’anno successivo per la cover dedicata a Parisse hall of famer. E ancora, Irene Redaelli, Sara Ciprandi, Silvio Vancini, Nina Fiocca, Pier Luca Freschi.

Poi un giorno nella mail della redazione è arrivata una mail da Luca D’Urbino che abbiamo presto scoperto essere un illustratore molto quotato in Italia ma anche nel resto del mondo. Si proponeva per una cover, la 194. Permesso accolto. E dato che è piaciuta molto, abbiamo ripetuto l’esperimento qualche mese dopo. Ed ecco quindi la cover che è stata selezionata dalla Society of Illustrators di New York, la 202 dello scorso maggio.

Vi riproponiamo una breve intervista che è uscita sulla nostra newsletter (se non siete iscritti, fatelo a questo link: https://www.allrugby.it/iscriviti-alla-newsletter/)

Dopo 22 anni passati a giocare in tutti i ruoli possibili (tranne l’estremo!), Luca D’Urbino ha portato la stessa passione e versatilità nelle sue illustrazioni. Dalle maglie dei NatiScombiNati alle copertine di Allrugby, il suo segno racconta il rugby con creatività e freschezza. Nell’intervista ci parla del suo percorso, del legame tra sport e arte e di come trasforma la sua esperienza in immagini che restano impresse.

Il tuo rapporto con il rugby?

Ho giocato a rugby per 22 anni, dagli 8 ai 30, è stata una parte enorme della mia vita e della mia crescita.

Per via delle tante vicissitudini del rugby milanese, ho vestito diverse maglie senza mai veramente cambiare squadra. Ho iniziato nel 96 al Milan rugby, poi Amatori & Calvisano, Amatori Milano, Grande Milano e infine Cus Milano.

A livello seniores ho militato in Serie A e B. Non ne ho la certezza ma credo di essere l’unico essere umano ad aver giocato in Serie A sia come mediano di mischia che come tallonatore/pilone in stagioni distinte.

Considerando anche le giovanili ho giocato in partite ufficiali in tutti i ruoli, TRANNE che l’estremo. Non saprò mai cosa si prova.

Come e quanto il rugby si inserisce nella tua professione? 

Il rugby è stato stranamente importante per la mia crescita professionale. Già ai tempi dell’università aiutavo con le locandine del club e con la comunicazione in generale, potendo sperimentare coi software e i layout.

Ma il progetto più importante è la collaborazione decennale con i NatiScombiNati, la squadra di ruby a 7 più matta del mondo. Per loro ho disegnato diverse maglie da gioco, l’ultima delle quali è appena stata selezionata per il Premio Illustri.

Quasi mai mi è capitato di unire illustrazione per l’editoria e Rugby, quindi questa collaborazione con AllRugby mi fa enormemente piacere.

Qual è il procedimento creativo per un’illustrazione? 

Le mie illustrazioni hanno il compito di riassumere argomenti complessi in una singola immagine fissa. Di solito parto da degli elementi visibili estremamente riconoscibili, al limite del banale, che però combino in maniera nuova e inaspettata.

Come nascono le tue copertine di Allrugby, sei già alla terza e sono tutte diverse?

Per Allrugby ho puntato a un approccio più decorativo che concettuale. Ringraziando il team editoriale del magazine che me lo concede, sto sperimentando una varietà di stili che non ho spesso l’occasione di utilizzare in ambito commerciale, quindi si appaiono tutte diverse.

Luca D’Urbino alla scrivani di lavoro 

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