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Nelle “premiéres” nessuno meglio dei giapponesi che, venendo da un arcipelago danno il massimo quando sentono aria di mare: a settembre, all’Hove Seafront di Brighton, strapparono le cornine agli Springboks scatenando un interesse e un entusiasmo che scossero le fondamenta tolemaiche del rugby; undici mesi dopo, allo stadio Deodoro di Rio, nel match inaugurale e al 17° tentativo contro i padroni i nero, battono gli All Blacks (poi sconfitto 19-21 anche dalla GB): il formato è a 7 e così qualcuno propone che gli autori dell’impresa vengano battezzati Brave Bonsai. Coraggiosi alberelli, in una traduzione approssimativa: il bonsai non è propriamente un alberello.
La vittoria dei giapponesi (quel 14-12 è costato caro a Sonny Bill Williams, grave danno al tendine d’Achlle sinistro e fuori per un periodo tra i sei e i nove mesi) si è trasformata in benzina sul fuoco che arde attorno all’ovale olimpico.
Charlotte Caslick, la trecciolona (si può dire trecciolona?) anima dell’Australia d’oro, è salita sulla cresta di un’onda degna della Gold Coast, e ai piani alti di World Rugby hanno già cominciato a trattare con il Cio per una conferma del Seven ai Giochi sino al 2024 e magari anche oltre.
Il 7 è globale, esotico e potrebbe regalare alle Fiji la prima medaglia della storia olimpica degli isolani. Così, l’inglese Ben Ryan, ct dei satanassi del Pacifico, monta la guardia a tavola (perché non si ingozzino) e non molla la presa su telefonini che si è fatto consegnare. Li fa risparmiare e garantisce tranquillità.
Il successo del rugby a 7 contribuisce a far partorisce l’ipotesi che possa farsi avanti una candidatura del cricket in formato twenty’s, che ha il dono di risolvere un test in un giorno. Se il rugby ha allargato i suoi confini, il cricket li ha già vastissimi: tre miliardi abbondanti, nel globo, fremono per quel vecchio gioco.
Secondo solo al calcio.
G. Cim.

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