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Trequarti, settequinti, estremo (nel vecchio rugby, una magnifica terza linea), modello perfetto per Michelangelo fosse venuto al mondo cinquecento anni prima, voce bassa, cuore impavido e buono, l’unico azzurro a stringere in pugno l’Oscar di attore protagonista nel 6 Nazioni. E’ capitato nel 2011.

A 35 anni Andrea Masi, l’ultimo magnifico prodotto del Galles d’Italia, l’Abruzzo, dice addio e coinvolge sino alla commozione chi ha avuto a che fare con lui: compagni di squadra, allenatori, presidenti, giornalisti, suiveur. Tutti lo ricorderanno con addosso la maglia azzurra per 95 volte e, in un caleidoscopio che ha iniziato a mescolarsi quando era poco più che adolescente, con i colori di Aquila, Viadana, Biarritz, Racing Parigi, Aironi, Wasps. L’ultima maglia è antica e gloriosa.

Andrea è stato forte, calligrafico, fragile. Se la sorte fosse stata più benigna, se non lo avesse tempestato di frecce come un san Sebastiano, gli avrebbe concesso un cursus honorum più lungo, più vasto, lo avrebbe portato a concorrere per un Oscar più importante di quello assegnato dal vecchio Torneo.

Il passo finale è stato celebrato dalle parole di Alfredo Gavazzi e di Dai Young e da tutti quelli che lo ricorderanno lancia in resta. Coraggioso in campo, mite fuori. Un cocktail che chi l’ha conosciuto, ha potuto gustare a fondo. (Cim.)

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