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Kieran Crowley pare il candidato numero uno per sostituire Franco Smith sulla panchina della Nazionale. Pubblichiamo qui l’intervista pubblicata sul numero 137 di Allrugby all’indomani della sua premiazione come miglior coach del PRO14, stagione 2018/2019.Alcuni passaggi sono inevitabilmente datati, ma il ritratto e la figura dell’uomo restano vivi ed attuali per capire il suo pensiero e il suo modo di intendere il rugby 

Kieran Crowley a tutto campo, dopo la stagione che lo ha visto premiato come miglior coach del PRO14.

di Gianluca Barca

Metà maggio alla Ghirada. È una bella serata di primavera e tutto intorno fervono i preparativi del Trofeo città di Treviso di minirugby, giunto alla quarantunesima edizione.
Kieran Crowley dal suo ufficio affacciato sui campi si gode il clima di festa: la sua Benetton per la prima volta nella storia è giunta ai quarti di una competizione internazionale e lui è stato premiato come miglior coach del PRO14.
Contento?
“Non posso dire di non esserlo per come è andata la stagione in generale – osserva -, ma il risultato dell’ultima partita con il Munster brucia. Avremmo meritato di vincere, siamo stati puniti da qualche errore, abbiamo sprecato qualche occasione di troppo, qualche scelta non è stata corretta, un rimbalzo qui, uno lì è andato a nostro sfavore, ma nel complesso penso che avevamo fatto abbastanza per vincere. È una sconfitta che non mi è ancora andata giù, ma nell’insieme certo la stagione è stata positiva”.
Il momento più bello, la soddisfazione più grande?
“La gioia, la felicità che ho visto intorno a me, negli occhi di tanti, dei giocatori, dei tifosi, il giorno che ci siamo qualificati per i play off. L’aver riportato il pubblico allo stadio, aver ricreato entusiasmo e aspettative intorno a questa squadra, sono i premi per il nostro lavoro”.
È stato il risultato più importante per te come allenatore?
“È stato una bella soddisfazione, ma c’è ancora tanto da fare. Per me fu una soddisfazione anche arrivare secondi ai Mondiali U19 del 2006. Quelli dell’anno dopo li vincemmo, ma la squadra era così forte (Whitelock, Crotty, Dagg…ndr) che fu fin troppo facile arrivare a quel traguardo. Nel 2006 (Nuova Zelanda sconfitta in finale 13-17 dall’Australia, ndr), invece, credo di aver ottenuto un grande risultato”.
Ti ha sorpreso il titolo di “best coach” del PRO14?
“Beh, diciamo che all’inizio di stagione nessun allenatore si pone come obiettivo quel traguardo. È un riconoscimento che mi fa piacere perché mette in evidenza il lavoro di tutto lo staff, dei preparatori, dei medici, di tutti quanti. Quello che abbiamo ottenuto è frutto di uno sforzo collettivo, portato avanti nel tempo. Tre anni fa il numero di giornate perse per infortunio, moltiplicato per il totale dei nostri atleti, era tre volte più alto della media delle squadre della Premiership. Oggi siamo scesi più o meno ai loro livelli”.
Kieran Crowley è nato 57 anni fa a Kaponga, una cittadina nella parte sud del Taranaki, in Nuova Zelanda. Nella sua carriera è stato All Black (numero 848), campione del mondo (1987 nella prima edizione del Torneo), poi selezionatore della Nazionale neozelandese, allenatore dei Baby Blacks U19 (2006 e 2007), infine, prima di arrivare a Treviso, è stato ct del Canada.
È legittimo chiedersi perché il riconoscimento delle sue qualità tecniche, che oggi lo fanno uno degli allenatori più richiesti sul mercato internazionale, sia arrivato a quasi sessant’anni.
“Mah, nel nostro lavoro molto dipende dall’incrocio di momenti e opportunità. Avevo fatto il selezionatore degli All Blacks, avevo guidato la nazionale U19, volevo uscire dalla mia confort zone, provare una sfida diversa: accettai di andare in Canada. Dovevo starci quattro anni, sono rimasto otto. A volte le cose capitano senza che tu le programmi in modo particolare”.
Bella esperienza quella con i canadesi?
“Bella con qualche frustrazione, perché il movimento locale era molto debole, l’attività amatoriale, non era facile organizzare il lavoro, alcuni ragazzi giocavano all’estero. Poi, con l’inclusione del rugby nel programma olimpico, le risorse sono state concentrate sul Seven, insomma c’erano parecchi problemi”.
Ciononostante nel 2015 a Leeds, ai Mondiali, deste parecchio filo da torcere all’Italia.
“E onestamente ancora penso che quella partita avremmo dovuto vincerla. L’avevamo preparata molto bene, riuscimmo a contenere il peso della mischia degli Azzurri, andammo due volte in vantaggio, 10-0, poi 15-13 all’inizio del secondo tempo, non approfittammo di un paio di occasioni, ci lasciammo sfuggire un’opportunità”.
Poi arrivò l’offerta da Treviso.
“Un’altra sfida, la possibilità di misurarsi con una realtà nuova”.
Il primo aspetto su cui hai insistito appena arrivato in Italia.
“La necessità di fare un salto di qualità dal punto di vista fisico. Questa è stata la prima cosa su cui ho lavorato. In questi tre anni siamo passati da un tempo effettivo di 20/25 minuti ai 42 dei play off con il Munster. Non puoi giocare a quei livelli di intensità se non hai un’adeguata preparazione atletica. E poi l’aspetto mentale, la convinzione nei tuoi mezzi: l’anno prima del mio arrivo la squadra era finita ultima, aveva vinto solo tre partite (su 22 ndr). Se ti abitui a perdere, il tuo atteggiamento in campo non può che diventare una conseguenza di quell’abitudine, pensi: ‘abbiamo perso le partite precedenti, perché non dovremmo perdere anche oggi?’. C’era bisogno di creare un sistema e dare una direzione ed è quello a cui abbiamo cominciato a lavorare da subito”.
Il primo anno non sono calate né le mete al passivo (addirittura 92 contro le 79 dell’anno prima), né è migliorato l’attacco (35 mete come nel 2016).
“Per fare passi avanti ci vuole tempo, ci vuole pazienza. Il lavoro di allenatore prevede una buona dose di ottimismo e la capacità di nascondere le frustrazioni e le delusioni. Non è che non ti puoi arrabbiare, ma devi cercare di non darlo troppo a vedere. Devi essere positivo. Il secondo anno, durante il Sei Nazioni sono arrivate un paio di vittorie e poi, a fine stagione, è arrivato il successo sul Leinster, un passo avanti molto importante nella costruzione delle nostre convinzioni”.
Quand’è che quest’anno avete capito che era arrivata la svolta?
“Abbiamo battuto i Dragons, la prima giornata, e poi vinto di nuovo contro Cardiff, con una rimonta finale all’ultimo minuto. Poi, è vero, abbiamo perso qualche match ma abbiamo capito che potevamo comunque restare fino alla fine in partita contro qualunque avversario (Scarlets, Edimburgo, ndr). A gennaio e durante il Sei Nazioni abbiamo vinto tre o quattro match molto importanti, abbiamo pareggiato a Belfast, è cresciuta l’autostima, piano piano abbiamo trovato fiducia. Una volta, quando i Nazionali andavano in raduno per noi era finita, quest’anno invece abbiamo approfittato al massimo delle finestre internazionali. La rosa si è allargata e anche la sua profondità”.
L’importanza degli stranieri.
“Enorme, giocatori come Monty Ioane, Ratuva, “DD” Duvenage hanno dato un contributo molto importante. È gente che ha l’”x factor”, qualcosa che non puoi costruire perché è istintivo”.
Farebbero comodo anche all’Italia…
“Farebbero comodo a chiunque. Ogni squadra cerca di avere quei giocatori: Mata è l’arma in più di Glasgow…”.
Siete la squadra che durante la stagione ha effettuato il maggior numero di off load. Era una strategia prestabilita?
“Penso che l’off load sia essenziale per rompere le difese avversarie. Certo, è un tipo di gioco che necessita di una certa attitudine e abitudine, e anche della capacità di capire quando si può forzare una situazione e quando invece è meglio non rischiare”.
Vi siete allenati particolarmente su quello?
“Certo, ci sono movimenti, esercizi, azioni che ripetiamo in velocità e che servono a migliorare la tecnica e la capacità di prendere decisioni sotto pressione. Alleniamo molto anche la tecnica individuale, penso a quanto Herbst per esempio è migliorato nel passare la palla da quando è arrivato qui. In Nuova Zelanda la tecnica individuale viene allenata ogni giorno, a tutti i livelli. Si allenano anche i Barrett, mica solo i giovani”.
Sei stato selezionatore degli All Blacks, cosa guardi per prima cosa quando osservi un giocatore?
“Il suo apporto alla squadra (work rate), poi certo anche le abilità individuali e altri fattori, ma il contributo al collettivo è la prima cosa che mi interessa verificare”.
Cosa deve avere invece un buon allenatore?
“Leadership, capacità di dare direzione, pazienza”.
Hai avuto dei modelli?
“Ho cercato di prendere un po’ da tutti: Brian Lochore era un grande manager, John Hart più ‘bang, bang, bang…’ Io cerco di ispirare tranquillità, se posso lascio le emozioni agli altri”.
Come vedi il rugby italiano?
“Conor O’Shea gli sta dando una direzione, un sistema. Ci sono giovani molto interessanti, anche qui a Treviso: Lamaro, Negri, Ruzza, Riccioni, per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Pettinelli è stato sfortunato a non trovare posto nel primo gruppo selezionato per i Mondiali. In due o tre anni sono sicuro che i risultati arriveranno. Ma bisogna lavorare tutti insieme e che i giovani si allenino ad alto livello e giochino il più possibile. È questo il problema più grosso per me qui in Italia. I ragazzi arrivano dall’Accademia con buone qualità, ma non sono preparati per l’alto livello, la differenza di intensità: il tempo di gioco reale cui sono abituati non è sufficiente. Devono stare in un ambiente competitivo al massimo e se il sabato non giocano devono poter scendere di categoria per andare comunque in campo con i loro club. In Nuova Zelanda la piramide funziona così: club, province, franchigie di Super Rugby, Nazionale. Se non giochi a un livello, devi poterlo fare nella categoria inferiore, dove però mi aspetto che un atleta che ha certe ambizioni faccia la differenza, si noti, quando lo mettono in campo. Di Stefano quest’anno da noi ha giocato poco, l’ideale sarebbe stato che quando per il week end non faceva parte dei nostri 23 potesse tornare in un club in Top12. Abbiamo in squadra Ratuva, Ioane, Hayward, Esposito: non è facile trovare spazio in quei ruoli, certe volte sarebbe stato utile far fare una partita o due a Sperandio a Mogliano, piuttosto che mandarlo in tribuna. Certo poi, se vai lì devi dimostrare di essere di un livello superiore, essere uno stimolo per gli altri, non abbassare l’intensità delle tue prestazioni. Ma sono ottimista, avete visto quanto sono cresciuti Lamaro, Ruzza, lo stesso Cannone, Zanon, Riccioni che l’anno scorso per un problema al ginocchio aveva giocato poco. È vero, ci sono ancora buchi in qualche ruolo, ma sono convinto che in poco tempo l’Italia avrà una squadra giovane e molto competitiva”.
Vi sentite spesso con O’Shea?
“Si certo, e periodicamente facciamo anche riunioni con Bradley delle Zebre, per valutare la situazione dei giocatori, condividere i programmi etc”.
Cosa manca ancora per far fare al rugby italiano il salto di qualità?
“Lavorare insieme: Benetton e Zebre dovrebbero avere la loro accademia dove far crescere i giovani che arrivano dai centri di formazione U18. Ragazzi che devono lavorare ad alto livello per capire quali sono le caratteristiche del rugby che li aspetta da adulti”.
Ma non tutti sono pronti per giocare nel PRO14.
“E infatti nel week end devono continuare a giocare nei loro club, come quest’anno è successo con i permit: Lamaro, Cannone, Crosato, Brugnara, De Masi. Quest’anno erano cinque, la prossima stagione saranno di più. Non è ancora un sistema perfetto, ma è semplice e si può fare subito. All’estero magari hanno le seconde squadre, ma con quelle i costi raddoppiano, raddoppiano le partite, le trasferte, qui non si può ancora fare”.
Cosa c’è nella tua vita oltre il rugby?
“In questo momento non resta molto tempo: tante partite, tanti viaggi, tanto lavoro, partite da preparare, avversarie da studiare. Mi piace leggere libri sulla leadership, anche di sport diversi, John Wooden per esempio (famoso allenatore NBA, ndr), seguo il football anche se non tifo per nessuna squadra in particolare. Guardo l’hockey su prato perché lo gioca mia figlia, cerco di capire come viene usato lo spazio, se ci sono idee da copiare. E mi piace conoscere quanto più posso dell’Italia, un paese fantastico: le Cinque Terre, non ne avevo mai sentito parlare, un posto meraviglioso. Sono stato in Sicilia, ma non ancora in Sardegna e in Puglia”.
Vivi una vita serena, o le partite ti danno ansia, preoccupazione?
La preoccupazione c’è sempre, magari ti svegli la mattina presto, o fatichi a addormentarti, e pensi ‘non dovevo fare quella sostituzione, ho sbagliato formazione…’ Ma c’è solo un modo per avere la coscienza tranquilla: aver fatto tutto e bene quello che potevi. Sapere che non hai lasciato nulla di intentato. Poi la palla rimbalza sempre dove vuole”.
Dove ti vedi in futuro?
“Ho un altro anno di contratto e in questo momento è l’unica cosa che conta. La vita degli allenatori è sempre incerta. La prossima sarà una stagione molto difficile: tutti ormai ci conoscono, non possiamo più nasconderci e a settembre c’è la Coppa del Mondo. Dovremo fare la preparazione senza i nostri internazionali che sono più di venti e mancheranno fino a novembre. C’è la Champions Cup che è un torneo molto, molto impegnativo. Studieremo la situazione, cercheremo di introdurre anche qualche novità, qualche variante nel nostro gioco. Dobbiamo provare a evolverci per forza”.
C’è una cosa che non ti piace dell’Italia?
“Una cosa che non mi piace non c’è. C’è una cosa che non capisco, che per me è incomprensibile, l’assenza dello sport a scuola, dei giochi di squadra. Ecco quello per me è proprio un fatto negativo”.

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