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La buona notizia è che quando leggerete questo articolo Jake Polledri potrebbe aver ricominciato a correre da qualche giorno. Quella meno buona è che non ha potuto farlo per un anno intero. Era il 14 novembre 2020 quando il suo ginocchio si piegò in modo innaturale nel match della Autumn Nations Cup, a Firenze, contro la Scozia. “Un crack tremendo, ho capito subito che era qualcosa di grave”, dice il giocatore. La diagnosi micidiale: “rottura del legamento crociato, anteriore e posteriore, frattura del piatto tibiale, lesione del nervo popliteo e altro ancora – elenca il giocatore -, cerco di essere positivo, poteva andare peggio: oggi potrei essere qui a raccontarvi che non potrò più giocare, invece la prognosi è ancora lunga ma favorevole, mi avevano detto 13 mesi, ne sono passati poco meno di 12, ci vorrà ancora un po’. Il ginocchio è a posto al 100%, l’unica cosa che ancora devo recuperare è il controllo pieno del piede che la lesione del nervo ha reso precario. Nei prossimi giorni ricomincerò a correre con un supporto che tiene la caviglia nella posizione corretta. Se le cose andranno bene, per Natale potrò ricominciare ad allenarmi con la squadra e a primavera tornare in campo. È una buona notizia, cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno”.
Sorridente, in buona forma, Jake parla dalla sua casa di Gloucester: è reduce dalla trasferta a Londra dove ha accompagnato la fidanzata Rebecca che ha preso parte alla London Marathon: “è stata bravissima – dice con una punta di orgoglio -, 4 ore e 1 minuto, io non ce l’avrei mai fatta. Mi sono accontentato di incitarla dal bordo della strada. Per una volta ho fatto da claque…”.
L’anno di Jake Polledri è stato duro: “duro, strano e anche doloroso – dice -, prima fisicamente, poi mentalmente: gli altri giocavano e io stavo a guardare, una cosa non facile quando il rugby è tutto quello che hai. In più ci si è messo il covid, l’impossibilità di viaggiare, insomma è un anno che non vedo e non sento i compagni della Nazionale, gli amici. Adesso spero di poter ricominciare un po’ a muovermi e di venire anche in Italia, magari per uno dei test d’Autunno. So che ci sono tante novità, staff nuovo, arriveranno dei ragazzi nuovi…”.
Kieran Crowley non ha mancato di fargli sentire il suo sostegno: “mi ha chiamato – racconta – ci siamo sentiti al telefono, si è informato di come vanno le cose, mi ha detto che mi aspettano, io ovviamente non vedo l’ora”.
Un anno senza rugby non ha messo Jake in depressione: “ho cercato di non abbattermi, ho avviato il mio business (vedi box), guardato un po’ di rugby, un sacco di serie tivvù (ride), Squid Game, Money Heist (La casa di carta), Peaky Blinders – a proposito è uscita la nuova stagione? -. Ho preso lezioni di italiano, un’ora alla settimana. Adesso lo capisco meglio, però non ho più avuto tante occasioni di parlarlo. Vedremo quando verrò in Italia”.
Confessa di non aver visto molto, invece, della tournee dei British & Irish Lions in Sudafrica. “Spesso in concomitanza con le partite lavoravo – racconta -, però ho sentito i commenti sul fatto che certi match sono stati piuttosto noiosi. I miei compagni di squadra che hanno preso parte al tour (Chris Harris e Louis Rees-Zammit, ndr) invece erano entusiasti dell’esperienza ed è giusto così, perché i Lions restano sempre una grande cosa, sia per il pubblico a casa che per i giocatori”.
Il rimpianto di non aver vinto molto con l’Italia. “La delusione più grande, la partita cui penso ogni tanto e che sono convinto avremmo dovuto vincere è quella con l’Australia a novembre del 2018 a Padova (7-26). Ripenso alla meta di Tebaldi che fu annullata dopo una lunga analisi fra arbitro e TMO (il giocatore era entrato nei quindici metri prima che finisse la touche, ndr). In quel momento avevamo preso una buona spinta e se fosse stata concessa quella marcatura, sull’onda dell’entusiasmo credo che il risultato sarebbe stato molto diverso alla fine. E poi sai quanto avrebbe significato per noi, per il nostro morale, per l’autostima, battere una grande squadra dell’emisfero sud? Ecco, quella partita resta un gran rammarico. E poi il mio debutto in Nazionale, contro la Scozia all’Olimpico, la prima maglia azzurra, tutta la mia famiglia in tribuna, quel “break” con l’assist per la seconda meta di Tommy Allan. Una partita che perdemmo per un calcio di punizione nel finale. Quante ne abbiamo perse di poco che avremmo potuto vincere…compresa quella del giorno in cui mi sono fatto male…Era la prima stagione in cui giocavo numero 8, un ruolo che mi piaceva moltissimo e nel quale avevo messo insieme credo una dozzina di partite in tutto. Era stato George Skivington, a Gloucester, all’inizio del campionato, a spostarmi in quella posizione. Era un bel momento, mi trovavo molto bene…vincevamo 17-14, mi sono infortunato sull’azione della meta del loro sorpasso. Altra occasione buttata…”.
Jake è nato e cresciuto in Inghilterra, la sua analisi sul perché di tante difficoltà per il rugby italiano è semplice: “i numeri, la profondità del movimento, solo a Gloucester e dintorni ci sono almeno 30 club, per dare un’idea delle possibilità di selezione che ci sono qui, di quanti giocatori sono disponibili per l’alto livello. In Italia puoi pescare da sole due squadre (Zebre e Benetton, ndr), basta che ci siano quattro o cinque infortuni e subito siamo in emergenza totale. Tuttavia la squadra è giovane, ci vorrà un po’ di tempo, ma sono convinto che alla fine i risultati arriveranno”.
È tornato nel giro Sergio Parisse, che non potrà essere in campo questo novembre per un infortunio: per rimpiazzare la tua assenza dovranno richiamare il vecchio capitano, gli diciamo. Ride. “Ho avuto la fortuna di giocare al fianco di Sergio, nel Sei Nazioni e al Mondiale. Ti rendi conto cosa vuol dire essere ancora lì, a quel livello, a 38 anni? È una leggenda del rugby, un grande giocatore, tanto di cappello davanti uno così”.
A Natale, Jake ha perso la nonna, il suo legame più forte con l’Italia: “quando ero bambino abitava sì e no a cento metri da casa nostra, per cui spesso andavo da lei. Non se l’è mai cavata gran che bene con l’inglese, non sapeva neanche fare lo spelling del mio nome! Però per noi lei era l’Italia, la sua cucina, i suoi ricordi. Era molto religiosa, ha avuto il covid ed è morta il giorno di Natale, credo che per lei questo avrebbe un significato speciale”. Quanto c’è di italiano in Jake Polledri? “Ovviamente essendo nato e vissuto in Inghilterra la mia cultura è un po’ diversa, ma quando vengo a Roma mi piace moltissimo capire la storia, visitare la città, ho cercato di vedere tutto quello che potevo, i monumenti, i musei. Tutto questo poi a meno di mezz’ora dal mare, per me è fantastico”.
L’esempio del padre che ha giocato oltre 450 partite con la formazione di Bristol. Chi scrive lo ha visto giocare contro l’Italia con la maglia dell’Inghilterra U23, nel 1979 a Brescia. “Lo hai visto giocare più di quanto abbia potuto vederlo io! – dice Jake -. Per me è sempre stato un motivo di ispirazione, mi ha sempre aiutato, sostenuto”. Padre e figlio hanno lavorato fianco a fianco anche nel lancio della produzione del sidro. Beviamoci sopra in attesa di rivedere Jake Polledri in campo, con la maglia del Gloucester e dell’Italia. Cheers!!

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