A 92 anni se n’è andato Billy Boston: da poco re Carlo aveva firmato la sua nomina a cavaliere. Negli ultimi tempi la testa di Billy non funzionava molto: chissà se ha capito l’onore che gli era toccato, chissà se ricordava cosa era avvenuto a casa sua, più di 70 anni fa.
“Offriamo 1.000 sterline, signora”, prende la parola con una certa sicurezza Joe Taylor, manager dello Wigan, aristocrazia della Rugby League. “Converrà che è una bella cifra”, sottolinea Billy Gore, il suo vice. “Per 1.000 non se ne fa niente”, replica Nellie Boston: molti anni passati a Cardiff non hanno cancellato l’intraprendenza irlandese. Taylor e Gore rilanciano subito: “1.500, è un mucchio di soldi”. Nellie chiede tempo, si apparta, rivolge a Billy un’occhiata decisa , lo vede un po’ tremebondo e spara la sua bordata. “Ora torniamo da loro e chiediamo il doppio. Sei d’accordo?”. “Mamma, fai tu”. “A 3.000 Billy firma”. Taylor e Gore accettano.
E questa fu la grande battaglia di Angelina Street, Tiger Bay, Cardiff, la stessa strada dove era cresciuto, negli stessi anni, Joe Erskine, campione dei pesi massimi per la Gran Bretagna e per un Impero in liquidazione, in possesso di una bella collezione di scalpi: -Pastrano, Cooper, Chuvalo ,- e quel pomeriggio del 1953 fu anche la fine del sogno di Billy Boston: all’Arms Park non avrebbe mai giocato. Eppure era grosso, veloce, a 19 anni terribilmente promettente, un’ala devastante. A quei tempi come lui se ne vedevano pochi.
A Neath, dove gli allungavano sottobanco cinque sterline a match, lo avevano capito. Ma la controindicazione, almeno per la Union, era che Billy proprio bianco non era: Nellie aveva sposato John, marinaio della Sierra Leone e insieme avevano popolato casa e quartiere con la loro prole: undici figli, William, per tutti Billy, stava più o meno a metà dell’elenco.
Non è che in Galles ci fosse l’apartheid ma che in nazionale giocassero dei non bianchi, dei neri, era, come si può dire, fuori luogo: Charvis, Walker, Faletau sono figli di altre epoche. Oltre a Billy ce n’era un altro paio con ambizioni e con mezzi interessanti, Johnny Freeman e Colin Dixon e anche loro “andarono a Nord”. Era la formula per definire il passaggio dalla Union dei dilettanti alla League dei professionisti, dal XV al XIII: chissà perché sono sempre stati usati i numeri romani.
Lo scisma avvenne, in tarda età vittoriana, nel 1895, a Huddersfield, dove oggi sorge un bel museo dedicato all’altro rugby e a quelli che, orrore, giocavano per soldi, gli idoli, gli eroi delle classi lavoratrici che vivevano ed erano sfruttate in città affumigate. Un paio di generazioni prima, un altro transfuga gallese di palese radice irlandese, Billy O’Neill (sui programmi, in nome della gallesità, a volte lo privavano della O’ e magari anche di una elle e lui si arrabbiava) raccontava che quando lo Warrington sconfisse 10-3 l’Australia durante il tour del 1908-1909 dei Kangaroos, c’erano 5.000 spettatori ma potevano essere molti di più: filande e industrie erano in sciopero, si tirava la cinghia e quel biglietto era un lusso cui si doveva rinunciare. Prima di saltare il fosso, O’Neill vinse un Championship e due Triplici Corone, ma non venne selezionato né per il match passato alla storia con gli All Blacks, quello della meta non meta di Bobby Deans, né per il primo contatto con gli Springboks. Cymru first, una cosa del genere. Si rifece battendoli sonoramente, 17-0, con il Cardiff. Poi andò a Nord.
Torniamo a BB, Billy Boston: per la partita d’esordio contro il Barrow – è il 1954 – Billy di spettatori ne trascina 8.000, segna una meta e dà l’avvio, con Eric Ashton, a uno dei più formidabili sodalizi della storia ovale. I numeri delle maglie nella League sono strani: Billy, ala destra, portava il 2; Eric, centro, il 3. Postilla: sarà anche lo sport della working class, degli irlandesi immigrati, dei sacrileghi ma molti anni dopo i due vecchi compari figureranno nell’elenco degli Honours, firmati dalla Regina che, a occhio, una partita di League non l’ha vista mai. Billy e Eric, Mbe. Quasi dei sir. E dopo, per Billy, anche un cavalierato. E nel ’95, otto anni prima dei Wooward’s boys, gli eroi del XIII sono diventati una serie di francobolli per celebrare il centesimo anniversario “ab league condita”. Il valore più alto è dedicato a Brian Bevan, l’australiano che per lo Warrington segnò 620 mete, e 670 in totale. Questi numeri vanno tenuti d’occhio.
Di Billy qualcuno ha scritto: è stato l’Oscar Peterson del rugby. Perché un po’ gli assomigliava e soprattutto perché sapeva improvvisare usando l’immensa tastiera del prato. Qualcun altro ha sottolineato la sua grande umiltà: mai recitato da star, da primo della classe. Ne avrebbe avuto il diritto, ne aveva i numeri. Impressionanti. 478 mete in 487 partite con lo Wigan, 571 in 562 match giocati in carriera. Dopo Bevan (che dal nome doveva avere genitori o nonni gallesi), Billy Boston, l’ala pesante che fece ammattire australiani e neozelandesi nel tour del ’56: 36 mete in 18 partite, meglio di un mitragliatrice Gatling. I record in realtà sono due: c’è quello statistico e c’è quello storico: Billy è il primo non bianco a far parte di una squadra britannico al di là del mare. Overseas, come dicono loro. I Kiwis lo ricordano con terrore: in un partita gli entra il poker.
C’è una sua statua a Wembley e a Wigan hanno raccolto 90.000 sterline e hanno fuso un monumento in bronzo, il club gli ha dedicato una tribuna (Billy Boston Stand) e qualche anno fa anche il Galles lo ha onorato. A premiarlo, Jonathan Davies che scavalcò la barricata del dilettantismo, andò a Nord e poi molto a Sud nel regno della League, l’Australia, per ritornare, nel meriggio di carriera, al vecchio codice che stava cambiando i suoi canoni.
