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Si chiama Lehopoame Leota. È alto un metro e settantacinque, pesa centotrenta chili e le dimensioni dei suoi polpacci si avvicinano a quelle del petto di un uomo caucasico medio. È nato in Australia da una famiglia di origine pasifika e all’inizio di maggio ha compiuto 20 anni, ma li ha festeggiati a Parigi, visto che gioca con il Racing 92, che l’ha prelevato appena maggiorenne dalle giovanili dei Reds.

Quest’anno, malgrado la giovane età, ha giocato cinque partite in ciel-et-blanc: una di Top 14 a settembre e tutte le gare della fase a gironi di Challenge Cup, alternandosi tra il ruolo di tallonatore e quello di pilone destro. Le prospettive future, per un giocatore con quelle caratteristiche fisiche, sono notevoli, ma attorno a questo ragazzo sta entrando in gioco qualcosa di più grosso nei delicati rapporti tra la Francia e l’Australia, almeno per quanto riguarda la palla ovale.

Leota, infatti, è stato convocato per il Junior World Championship, il mondiale giovanile in Georgia. Giocherà con la nazionale australiana under 20, uno dei due giocatori convocati dall’estero assieme all’altro prima linea Kingbenjamin Swerling-Finaipepe, 19enne del Castres.

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Sebbene nessuna selezione nazionale giovanile abbia la possibilità di catturare i giocatori da un punto di vista di eleggibilità, la chiamata per il duo di piloni è un chiaro segnale della volontà della federazione australiana di non costringersi all’autarchia.

Da tempo, infatti, le squadre professionistiche francesi fanno scouting e reclutamento aggressivo in Australia, in particolare tra i giocatori con famiglie originarie delle isole del Pacifico. Un’attività che, con l’introduzione Oltralpe dello status di JIFF, riguarda persone sempre più giovani.

La qualifica di JIFF, giocatore formato in Francia, si ottiene con almeno tre anni di militanza nei club transalpini. Le squadre del Top 14 e degli altri campionati professionistici hanno una serie di obblighi legati al numero minimo di JIFF da schierare in ogni gara e in stagione. Una norma pensata per incentivare i giocatori francesi, ma che ha finito per rendere più precoci le acquisizioni dei giovani talenti stranieri, che così possono arrivare in prima squadra già con la qualifica di giocatore formato in Francia.

L’Australia, tramite il presidente della federazione, si era lamentata di certe azioni predatorie nei confronti dei migliori talenti del Paese da parte dei club professionistici francesi non molto tempo addietro.

Adesso, Rugby Australia ha deciso di cambiare strategia. La nazionale U20 ha sempre selezionato solo giocatori militanti in patria, come del resto fa la nazionale maggiore, con l’eccezione di un paio di profili per volta. La federazione ha dichiarato che tali selezioni dall’estero saranno limitate numericamente, per proteggere la filiera domestica. Va notato che, tra i numerosi giovani australiani nelle squadre espoirs francesi, c’è un’alta componente di prime e seconde linee, ruoli particolari che richiedono caratteristiche fisiche peculiari e verso i quali c’è un’importante competizione e dove il movimento australiano dimostra particolare vulnerabilità.

Per questi profili adatti ai ruoli specifici del rugby union, i club professionistici europei sono un avversario più temibili per la federazione australiana di quanto non lo sia la concorrenza del rugby league.

Attraverso la moral suasion della partecipazione all’attività internazionale U20, Rugby Australia spera di mantenere una connessione con i propri giovani talenti che possa un giorno portarli a rappresentare i Wallabies e a tornare ai lidi patri, invece che poter vestire il bleu con il gallo rosso della FFR cucito sul petto.

In qualche modo, come ha scritto il giornalista australiano Paul Cully sul Sydney Morning Herald, ripagare i club francesi con una moneta simile, sfruttando a costo zero le loro strutture, competenze e sistema formativo per ottenere un domani giocatori da impiegare nel proprio alto livello.

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