Dopo aver incassato 102 punti nelle prime due partite del Sei Nazioni 2026, segnandone appena 19, il Galles ha chiuso la terza e la quarta giornata del Torneo perdendo di 3 e di 10 punti contro Scozia e Irlanda, due delle squadre che sabato 14 marzo si giocheranno la vittoria finale.
È questa semplice serie di risultati la migliore testimonianza del vertiginoso innalzamento delle prestazioni della nazionale gallese, attesa dalla gara più importante della propria campagna, quella contro l’Italia in casa sabato prossimo.
Una partita che giustamente preoccupa l’ambiente azzurro, euforico e rinvigorito dallo storico risultato contro l’Inghilterra, ma anche stanco e usurato dopo una competizione in cui è stato a così alto livello per tutte e quattro le partite.
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Anche a Cardiff, però, si accusa lo sforzo della partita della scorsa giornata: venerdì contro l’Irlanda il Galles si è profuso in uno sforzo da 241 placcaggi, con ben cinque giocatori oltre la fatidica soglia dei 20 interventi. Alex Mann, flanker che sta giocando un grande Sei Nazioni, ha stabilito il nuovo record per il numero di placcaggi in una singola partita del Torneo con 33. Il capitano Dewi Lake ne ha fatti 25 in 56 minuti, a cui si aggiungono 14 cariche palla in mano. Carichi di lavoro che lasciano scorie importanti, malgrado il giorno in più di recupero.
Contro l’Italia il Galles dovrebbe recuperare Aaron Wainwright, uscito malconcio dalla partita in Irlanda, e proverà a farcela anche Sam Costelow, mediano di apertura che può provare a contendere il ruolo di titolare a Dan Edwards, se la caviglia smetterà di dargli noie.
La partita si preannuncia niente affatto scontata. I padroni di casa beneficiano della motivazione extra di vedere l’opportunità di vincere una partita al Sei Nazioni dopo 15 sconfitte consecutive e hanno dimostrato con le ultime due prestazioni di essere al livello necessario per competere.
Per restituire competitività alla propria squadra Steve Tandy, capo allenatore del Galles dallo scorso settembre, è ripartito da ciò che sa fare meglio: serrare i ranghi della difesa. Prima di diventare head coach dei Dragoni, infatti, l’esperienza di Tandy si è formata in particolare come allenatore della difesa, ambito in cui è riconosciuto tra i migliori al mondo.
Prima ai Waratahs in Australia, poi alla Scozia, quindi selezionato da Warren Gatland nel 2021 per occuparsi della difesa dei Lions, Tandy è stato uno degli artefici della crescita della nazionale scozzese al fianco di Gregor Townsend, puntando su un sistema difensivo denso, ruvido, basato su una forte velocità di salita e capace di esaltare anche squadre che in altre aree del gioco vanno sotto nello scontro fisico.
Proprio quest’ultimo aspetto è quello che funziona di più per l’attuale Galles, una squadra con un talento limitato, con atleti non eccezionali fisicamente e atleticamente, ma con orgoglio, coraggio e spirito di sacrificio da vendere. I giocatori si spalleggiano l’un l’altro, la squadra esaspera la salita difensiva e chiude l’attacco ribaltando all’esterno, cercando di far tornare gli avversari dentro al campo, dove il pack è pronto a raddoppiare tutti i placcaggi, vincere le collisioni, fare il diavolo a quattro minacciando il possesso in ogni breakdown.
Se l’attacco ancora si affida a iniziative a tratti estemporanee per ottenere qualcosa, come la meravigliosa corsa di un pilone rubicondo a sbaragliare un disperato trequarti ala, la difesa del Galles è invece capace di tenere in partita la squadra, come successo contro Scozia e Irlanda.
Rhys Carre take a bow! Only 5 other starting props have ever scored tries in three successive tests: Chris Koch (South Africa 1953), Jona Qoro (Fiji 1969), Sergei Molchanov (USSR 1989), Rod Snow (Canada 1996) and Levan Chilachava (Georgia) in 2017.
— Stuart Farmer (@Stu_Farmer) March 6, 2026
La filosofia di Tandy si è allineata perfettamente con il DNA rugbistico gallese, che da che mondo e mondo si è basato sul semplice concetto di non mollare mai, anche se sei un piccolo angolo di mondo sconosciuto ai più che pretende di giocarsela contro le grandi potenze del globo (o dell’ovale).
È stato un lungo peregrinare, quello del Galles, per trovare l’adeguato sostituto a Warren Gatland. Quando la federazione si è resa conto che il ciclo del neozelandese andava verso l’esaurimento, aveva scelto di puntare su un altro neozelandese, Wayne Pivac, alla ricerca del santo graal del bel gioco. Un’idea romantica che affonda le radici nel mito dell’epoca d’oro del rugby gallese, quello degli Anni Settanta. Un mito non riproducibile nelle condizioni odierne, come ha dimostrato il fallimento dell’esperimento.
Dopo Pivac, il ritorno in auge di Gatland è servito solamente a disputare una dignitosa Rugby World Cup e a ritardare il momento del grande rinnovamento, necessario dopo il progressivo addio alla nazionale della generazione di giocatori artefice dei grandi successi. La WRU ci ha messo un bel po’ prima di individuare il successore definitivo, affidando la squadra ad interim a Matt Sherratt, che si è barcamenato per quanto poteva.
Alla fine, però, la scelta di Tandy appare ideale. Un allenatore con l’elmetto in testa, pronto a schierare la sua squadra in trincea e a far passare un pomeriggio durissimo a ogni avversaria. Il tecnico ideale per una squadra che si è dovuta rapidamente disilludere e riconciliare con la nuova realtà: i fasti del recenti passato non torneranno tanto presto, oggi c’è da dare battaglia senza quartiere, da piccola tra le grandi. Qualcosa che in Galles sanno fare da secoli.
In copertina: Steve Tandy in allenamento con il Galles all’Aviva Stadium – ph. Welsh Rugby
