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Baptiste Serin

Se sarà selezionato per la partita contro la Scozia, e tutte le indicazioni dicono che sarà così, Baptiste Serin otterrà la sua cinquantesima presenza con la maglia della Francia, a dieci anni di distanza dalla prima.

“Vengo da lontano – ha detto il mediano di mischia in conferenza stampa – so quanto lavoro ho fatto per tornare in nazionale. Era qualche anno che non disputavo questa competizione e nella mia testa ho quasi l’impressione di far parte di quelli che hanno appena esordito: tutto quello che arriva lo prendo con piacere e con tanta voglia di fare.”

Sarà con ogni probabilità scelto per far parte della panchina nella partita destinata a decidere un bel pezzo del Sei Nazioni 2026, così come nelle tre giornate precedenti, in cui ha accumulato un totale di 34: 22 in un colpo solo contro il Galles, gli altri 12 divisi nel finale delle gare contro Irlanda e Italia. Per il cinquantesimo cap bisognerà vedere quanto la Francia avrà bisogno fino in fondo di Antoine Dupont, essere il suo rimpiazzo significa essere spesso condannati a uno scampolo di gara, se non al rimanere seduti per tutti gli ottanta minuti.

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Malgrado un talento abbagliante e una propensione per lo spettacolo assai accentuata, Serin si è abituato, nel corso della carriera, a non essere la prima scelta. Con la Francia ha giocato un solo Sei Nazioni da titolare della maglia numero 9, quello del 2017: era la nazionale di Guy Noves, un XV de France in pieno ricambio generazionale e con le idee non molto chiare.

Per il resto ha sempre dovuto lottare per ogni minuto di gioco. Prima con Morgan Parra e Maxime Machenaud, poi con Antoine Dupont e, ultimamente, anche con Maxime Lucu, Nolann Le Garrec e Baptiste Couilloud per essere lui la seconda scelta dedita a rimpiazzare il marziano in caso di bisogno. Dopo un periodo in cui ha giocato soltanto da rincalzo nei test estivi della Francia, in questo Sei Nazioni è tornato protagonista.

Nonostante la sua presenza episodica e discontinua a livello internazionale, comunque, Baptiste Serin si è conquistato dentro e fuori dai confini dell’Esagono uno stuolo di cultori. Sarà, probabilmente, per quel talento straordinario nel far succedere cose rare su un campo da rugby, abbinata ai morbidi riccioletti biondi, a quella faccia un po’ bohemien, da liceale furbetto ma paraculo. O da artista rinascimentale: uno scultore di gesti tecnici, le sue piccole opere d’arte.

I calci d’esterno a uscire, sbananati. I passaggi al contrario, chistera, come dicono i francesi. La finta di passaggio e poi via, sono già oltre. La capacità di giocare con le guardie attorno al punto d’incontro, facendole impazzire ogni volta. I grubber con l’ovale appena toccato, morbido, giusto per andare oltre quel difensore. Una collezione di magie davvero lunghissima, come lunghissima la traiettoria per arrivare a questi 50 sudati caps, che ancora non sappiamo se poter festeggiare o meno.

La speranza è di vederlo ancora, costantemente alle prese con la sua rincorsa alla maglia numero 9 della nazionale francese. Magari alla prossima Rugby World Cup. “Ma è così lontana la coppa del mondo – dice lui – Meglio che mi concentri sul presente.”

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