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Irlanda sei nazioni 2026

Ci sono due ragioni principali per le quali l’Irlanda ha perso a Parigi. La prima è perché ha offerto una prestazione molto negativa al placcaggio. La seconda è perché il suo pur sensato piano tattico di calciare tanto e sempre contestabile, al fine di guadagnare terreno evitando di sbattere addosso agli energumeni transalpini, non ha funzionato: hanno perso praticamente ogni singola sfida area.

Entrambe sono cause di breve periodo, che sembrano risolvibili nel corso dei 9 giorni che passano tra la prima e la seconda gara del Sei Nazioni, tra la sfida alla Francia a Parigi e l’arrivo dell’Italia all’Aviva Stadium.

Difficile immaginare una squadra così in difficoltà nelle situazioni di scontro fisico a Dublino, tra le mura amiche e con quei giocatori a disposizione, che non si sono improvvisamente trasformati in una banda di brocchi. Difficile altrettanto anche immaginarla così in difficoltà in un frangente di gioco in cui ha sempre fatto molto bene: nel 2025 è stata la seconda squadra al mondo per calci recuperati, tradizionalmente l’Irlanda è forte in aria.

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D’altra parte si è trovata di fronte una squadra con tre giocatori schierati dietro che sono tre estremi: Attissogbe e Bielle-Biarrey spesso giocano con la 15 sulla schiena nei rispettivi club, oltre a Ramos. La Francia, poi, ha segnato un paio di mete che, malgrado la data corrente, potrebbero benissimo aver già vinto il titolo di meta dell’anno: l’assist di mancino al volo di Ramos per Bielle-Biarrey, dopo calcetto a scavalcare la difesa di Dupont; il pilone Gros e il seconda linea Guillard che orchestrano il gioco al largo come avessero la doppia cifra sulla schiena per mandare in meta l’altro seconda linea Ollivon con un passaggio visionario all’interno.

Insomma, i media irlandesi sono sempre inclini alle esagerazioni e hanno partorito fiumi di bytes sui grandi problemi del rugby irlandese dopo la batosta di Parigi, ma la verità è che l’isola di smeraldo possiede una squadra che è incappata in una avversaria a cinque stelle, ma ancora rimane forte, malgrado stia attraversando un indubbio momento di calo.

È indubbio anche il fatto che questa squadra abbia dei problemi di medio e lungo periodo.

La rosa irlandese è costituita di giocatori che non sono molto in forma, fatta qualche eccezione. L’ala Tommy O’Brien e il flanker Nick Timoney sono stati tra i più brillanti a Parigi e stanno facendo molto bene anche in stagione. Tadhg Beirne gioca bene sempre, anche in Francia è stato il migliore dei suoi. Denunciano qualche difficoltà in più alcune pietre angolari della squadra: in seconda linea il redivivo Joe McCarthy è stato un fantasma, in terza Josh van der Flier è da tempo che non assomiglia neanche al giocatore che per alcune stagioni è stato il coltellino svizzero del pack irlandese, dietro Garry Ringrose vive un momento di anonimia.

Sono, in più, mancano tanti giocatori importanti: Andrew Porter (e nel ruolo di pilone sinistro anche le seconde scelte Paddy McCarthy e Jack Boyle), Bundee Aki, Robbie Henshaw, Mack Hansen, Hugo Keenan. Tadhg Furlong è rientrato in gruppo per la prossima gara, ma il 33enne ha giocato solo 116 minuti di rugby da novembre a febbraio e in generale appare usurato dalle mille battaglie e dall’impegno con i British & Irish Lions della scorsa estate.

L’Irlanda accusa inoltre il peso del parziale ricambio generazionale. Nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso i principali leader della squadra: Johnny Sexton, Peter O’Mahony, Conor Murray sono stati tutti e tre capitani della nazionale, ma Cian Healy è un altro senatore che ha lasciato il rugby da poco. La leadership di Caelan Doris appare chiara, ma il gruppo dei veterani che lo sostiene è inevitabilmente indebolito.

L’allineamento di scarsa forma, infortuni e ricambio generazionale ha creato una congiuntura che espone da una parte i limiti della formazione irlandese (la nazionale A ha preso una batosta contro l’Inghilterra venerdì, 52-14; la nazionale U20 è arrivata ultima al Sei Nazioni lo scorso anno) e dall’altra quelli dello staff tecnico e dirigenziale, colpevole di aver sempre privilegiato gli obiettivi del presente rispetto a quelli del futuro e che oggi si trova con una generazione di validi giocatori che non hanno avuto sufficiente esposizione al livello internazionale.

Infine, il tema tecnico generale: l’Irlanda gioca un rugby che non funziona più come un tempo. Andy Farrell ha ereditato una squadra che con Joe Schmidt giocava con un sistema offensivo piuttosto rigido: una organizzazione dettagliatissima e maniacale di dove ogni giocatore deve essere, in quale momento e con quale ruolo. Sebbene il tecnico inglese abbia leggermente allentato le redini, ha continuato sul solco del suo predecessore, tanto che, si dice in Irlanda, alcuni giocatori come Joe Carbery e Jack Crowley avrebbero avuto o hanno limitato spazio perché tendono a uscire dalla struttura imposta, con capacità di improvvisazione poco gradite dai vertici dello staff.

Un sistema che non funziona come prima per vari motivi: l’assenza di uno dei migliori numeri 10 di sempre, Jonathan Sexton, è uno; che abbia finito per incepparsi spesso anche in passato contro squadre in grado di battere il potere fisico irlandese è un’altra realtà che ora si presenta più spesso, dato il calo generale delle condizioni della squadra; l’evoluzione del rugby dalla Rugby World Cup 2023 è un’altra ragione, con gli attacchi che oggi riescono a battere le difese soprattutto da situazioni rotte, più che da un progressivo multifase capace di stritolare gli avversari, con la conseguenza che anche il Leinster si sta allontanando da quel tipo di gioco, con diretti effetti sul rendimento della nazionale costruita a immagine e somiglianza della provincia più vincente.

Il tentativo che lo staff tecnico sta operando di cambiare un po’ pelle ma non troppo, trovando parziali aggiustamenti come la continua ricerca di calci contendibili contro la Francia (l’Irlanda ha sempre calciato tantissimo e anche per contendere il possesso, ma non così tanto), ha finito per togliere un po’ di identità alla squadra.

In una intervista all’Irish Independent Ronan O’Gara ha detto di capire bene quello che sta succedendo alla nazionale di cui un tempo vestiva la maglia. Ha riassunto bene la situazione comparandola a ciò che sta accadendo a lui a La Rochelle, dove guida un club che ha di recente conosciuto grandissimi successi ma che sembra arrivato alla fine di un ciclo e fatica a rinnovarsi.

“Questo è esattamente ciò che accade – ha spiegato – quando hai avuto successo e l’hai perso, perdi fiducia e le cose vanno fuori dal tuo controllo. È come cercare di nuotare controcorrente.”

“Uno degli elementi più sottovalutati dello sport è la fiducia in sé stessi. Ci sono giorni dove fai una attività in campo e viene tutto facile. Altri dove la stessa cosa sembra difficilissima. Ora come ora la narrazione attorno all’Irlanda è negativa. È una situazione difficile: una squadra che sta invecchiando, fuori forma e con la gente fuori sempre pronta a dire la propria, cosa che peraltro sono pienamente intitolati a fare e spesso anche a ragione.”

“Diventa un circolo vizioso che ti mangia le energie mentali e che, quando alla fine arrivi alla partita, non ti consente di avere le riserve di carica che vorresti per poter dare tutto quello che puoi.”

Proprio quest’ultima dichiarazione di O’Gara fa pensare alle parole piccate di Andy Farrell dopo la prestazione contro la Francia, quando ha detto che mai avrebbe pensato di dover assistere a una partita dove all’Irlanda è mancata attitudine e determinazione. Sono parole che denunciano più di altre la situazione scricchiolante in cui si trova l’Irlanda.

Eppure, prima che il pavimento ceda e la nazionale in verde crolli nel seminterrato sembra che il tempo debba assestare altri colpi. A Dublino l’Italia dovrà avere la forza di trovare il modo di far male ai padroni di casa, perché le cose che hanno funzionato contro la Scozia, come mischia ordinata e rimessa laterale, sono andate bene anche per l’Irlanda a Parigi. Sui secondi palloni provenienti dai contrasti aerei sia Irlanda che Italia non hanno fatto benissimo nella prima giornata.

irlanda sei nazioni 2026
A Parigi l’Irlanda ha vinto tutte le proprie mischie senza perderne nessuna ed ha avuto ottime percentuali anche in rimessa – fonte: Opta Analyst

E in più l’animale ferito è il più pericoloso, specie se quell’animale di battaglie ne ha viste tante e porta con sé un bel numero di cicatrici.

La prestazione contro l’Italia darà la misura vera del grado di fragilità di questa Irlanda. Di quanto tempo ancora può avere questo gruppo e di quanto può funzionare proseguire sul sentiero tracciato da Farrell e soci verso la Rugby World Cup 2027. Gli Azzurri hanno molto meno da perdere, soltanto il loro sogno da continuare a cullare.

In copertina: una azione di Italia-Irlanda del Sei Nazioni 2025 – ph. Danilo Di Giovanni/Federugby via Getty Images

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