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A dieci anni dall’attentato in cui Aristide Barraud fu vittima insieme ad altre cinquecento persone, ripubblichiamo qui l’articolo che Paolo Ricci Bitti scrisse per Allrugby nel 2021.

Un rugbista non affonda

“L’amore è più forte della morte, pace a tutti”. A sei anni dalla notte di Parigi ripartiamo ancora da qui, da quella prima frase che Aristide Barraud inviò a fine 2015 agli amici in Francia e in Italia una volta dichiarato fuori pericolo dopo gli attentati costati la vita a 130 persone, fra le quali la veneziana Valeria Solesin, e il ferimento di altre 368, fra le quali lui stesso, che allora aveva 26 anni, e la sorella minore Alice.

“Sì, è sempre un buon punto di partenza, anche se ormai non penso più, quasi mai, all’attentato, preso come sono dal presente e dal futuro”.

Alla notte del Bataclan e del ristorante Piccola Cambogia ha dovuto però ripensare durante il processo ai terroristi in corso a Parigi: ha guardato negli occhi i terroristi alla sbarra?

“Sì, ma senza provare nulla che sia paragonabile a rabbia o a vendetta. Sono stato orgoglioso di fare il mio dovere di cittadino e di testimoniare al processo. Lo dovevo soprattutto a chi da quella notte piange persone care. E alla Giustizia del mio paese che affronta il fatto di sangue più grave dalla fine della II guerra mondiale: mi sono trovato coinvolto in un episodio della Storia della Francia e ho grande fiducia nei giudici. Io e mia sorella non abbiamo mai avuto dubbi sul fatto di testimoniare. Ma non ho mai cercato e non cerco rivalse o risarcimenti di alcun tipo. Non ho mai espresso odio, non ho mai lasciato che il veleno dell’ira circolasse nel mio corpo. È un capitolo che ha dato una svolta imprevista alla mia vita, un periodo con fasi durissime che ho tuttavia archiviato anche raccontandolo nel libro ora tradotto benissimo e con grande amore da Meno Occhipinti. Mesi, anni, di dolore, speranze, delusioni come quella di dovermi arrendere all’evidenza di non potere più giocare a rugby dopo averci provato con allenamenti strazianti, deliri da psicofarmaci per reggere le sofferenze. Poi, nel mio corpo segnato dai colpi di mitra e nel mio cervello assediato da mille sentimenti, è arrivata, è tornata la Pace. Ringrazio il Cielo di essere sopravvissuto e affronto nuove esperienze, sempre e comunque con lo spirito di un rugbista che non affonda mai”.

Ringrazia il Cielo e anche Serge Simon, ex nazionale francese e ora vicepresidente federale?

“Sempre, perché se sono vivo lo devo probabilmente all’assurdità dell’incontro con lui quella notte. È strano essere vivo per un’assurdità”.

Quella notte – ha raccontato per la prima volta all’Equipe in una magistrale intervista ad Alex Bardot – l’istinto del rugbista di alto livello le ha fatto fare scudo alla sorella non appena vide con la coda dell’occhio i lampi della raffica di mitra. Alice venne ferita a un braccio, ma non è stata in pericolo di vita mentre lei era a terra con il torace, i polmoni e una caviglia crivellati di colpi: aveva perso quasi tutto il sangue tanto che i primi soccorritori, nonostante le urla disperate di sua sorella e dei suoi amici, erano passati ad altri feriti che avrebbero avuto più possibilità di sopravvivere. In quel momento è arrivato Serge Simon, pilone e medico, che stava cenando nei pressi.

Barraud in bello stile al piede (foto di Alfio Guarise)

“Si è chinato su di me e ha cercato di tamponare con le mani le emorragie dal torace. Non so con quali forze, ho aperto per un istante gli occhi e gli ho detto: “Serge Simon, presidente di ProVale (il sindacato dei giocatori professionisti francesi, ndr), sono in regola con il pagamento delle quote!”. Ci può essere una frase più assurda di quella in una serata così infernale? Lui, di fatto, neanche mi conosceva. Poi i miei amici mi hanno raccontato della sua faccia esterrefatta di fronte a quel giovane moribondo che gli parlava di quote associative. La sorpresa irreale di vedere Simon, ne sono certo, mi ha dato la scossa per non cedere. E poi Simon ha convinto i paramedici di un’ambulanza a portarmi in ospedale dove mi hanno salvato. In verità non volevano nemmeno operarmi perché ero davvero in condizioni disperate, poi un chirurgo, guardando l’ecocardiogramma, ha detto ai colleghi: “Proviamoci, questo ha il cuore di un bue. Sarà uno che fa sport”. E dopo qualche giorno in terapia intensiva sono stato dichiarato fuori pericolo. Sono vivo grazie a un incontro assurdo”.

Dopo sei anni sua sorella Alice, acrobata, porta con successo i suoi spettacoli nei teatri francesi mentre lei è tornato definitivamente a Venezia, nel quartiere universitario di Dorsoduro, dove si è trasferito dallo scorso autunno con la fidanzata Nina. L’anello all’orecchio è un omaggio ai trascorsi veneziani dell’amato Corto Maltese.

“Sì, ho sempre amato l’Italia che mi ha accolto con grande affetto fin dall’arrivo a Piacenza. In queste settimane ho presentato in molte città l’edizione italiana del mio libro e l’accoglienza è sempre molto calorosa. Indimenticabile la serata a Treviso con i giocatori del Mogliano. Ora abito a Venezia e mi sono anche accordato con un club locale per insegnare skills ai bambini. Non posso più giocare, ma resto un rugbista in tutto e per tutto, il mio corpo è intriso di rugby che è fondato su grandi valori formativi e sociali, anche se poi non sempre i giocatori, che sono uomini, ne sono all’altezza. Intanto, grazie a un amico di Massy, abbiamo avviato un progetto in Burkina Faso per avvicinare i giovani al rugby. Il loro entusiasmo è fenomenale, c’è pure tanto talento, qualche ragazzo farà stage a Tolosa, è magnifico. Sono orgoglioso di loro così come del fatto che il libro anche in Italia è già stato adottato in molte scuole e anche da facoltà di Psicologia. Psicologia a cui devo molto del mio recupero dopo l’attentato. Ed è bellissimo se la mia esperienza diventa utile anche a una sola persona che si trova in difficoltà. Non era quello a cui pensavo quando scrivevo quelle pagine, a volte di getto, a volte soffrendo per ogni parola. Ma resta un privilegio e una grande responsabilità diventare d’esempio per gli altri anche se non lo si è voluto essere. Così come è magnifico riuscire a trasmettere la passione per il rugby: allenare è come essere genitore o insegnante di quei ragazzi”.  

Però per un lungo periodo si è tenuto lontano da rugby nonostante tanti media francesi le chiedessero, a buon ragione, di raccontarlo.

“Sì, avevo cominciato a farlo, poi ho preferito inseguire altri progetti, sia pure con la stessa grinta del giocatore. In realtà ho ripreso a fare cose che già facevo insieme alla carriera di giocatore. Intanto scrivere un romanzo che prima o poi uscirà con la stessa casa editrice di “Mais ne sombre pas”. E poi documentare la vita delle periferie come avevo cominciato a fare quando studiavo Cinematografia alla Sorbona. Sono cresciuto nella banlieue parigina e ne sono sempre stato orgoglioso”.

È diventato uno street artist e in Francia c’è perfino chi cita Banksy.

“Lusinghiero, ma sono paragoni esagerati. E poi non si sa chi è Banksy, mentre io lavoro allo scoperto”.

E poi c’è il “corto” B5 (Batiment 5), le tours tombent” (Le torri cadenti, ndr) accolto molto bene dalla critica. Emozioni e denuncia sociale, da vedere.

“Grazie. insieme ad altri artisti abbiamo decorato, scritto frasi e poesie sui muri, attaccato fotografie, realizzato murales su un grande palazzo abbandonato a Montfermeil, periferia nord est di Parigi: una di quelle utopie urbanistiche finite tristemente. Prima che venisse demolito, abbiamo ridato vita a quel palazzo e dignità alle persone che vi hanno abitato. Cerchiamo di trasmette, con quelle parole, con quelle immagini, il valore dell’inclusione, del rispetto per ogni cittadino, anche quello delle periferie. Il video lo trovate facilmente su Youtube”.

Nella foto del titolo Aristide Barraud, contro il Petrarca con la maglia del Mogliano nel campionato 2014/2015 (foto di Alfio Guarise)

Scheda 

Mais ne sombre pas 

Ci sono voluti il coraggio e la sensibilità di Meno Occhipinti, fra gli animatori della piccola Operaincerta di Ragusa, per rompere il muro della colpevole indifferenza delle grandi case editrici italiane pubblicando “Ma non affondo” di Aristide Barraud (176 pagine, 15 euro). Alla traduzione del best seller francese “Mais ne sombre pas” (ispirato dal motto latino di Parigi), Edition du Seuil, 2017, ha pensato lo stesso Occhipinti con passione e grande rispetto dei sentimenti forti, terribili, meravigliosi, trascinanti espressi dall’ex mediano di apertura di Stade Francais, Massy, Lyons Piacenza e Mogliano. E anche della nazionale Under 20 francese con la quale vinse il Sei Nazioni del 2009. Nel 2016, come ha poi confermato l’allora ct dell’Italia, Jacques Brunel, Barraud avrebbe debuttato per l’Italia nel Sei Nazioni dopo avere brillato la stagione precedente in Eccellenza con il Mogliano di Kino Properzi e Galon. Ma la raffica di kalashnikov di un terrorista islamico dell’Isis a Parigi la sera del 13 novembre 2015 ha deciso diversamente. Abbiamo perso un giocatore di rugby di grande eleganza. Abbiamo guadagnato – con l’anticipo di qualche anno perché comunque il percorso del “banliusard” era scritto – uno scrittore, un artista, un fotografo, un documentarista in cui la grinta per un placcaggio o la raffinatezza di un calcetto a seguire si manifestano appunto con altri mezzi. 

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