Damian McKenzie, insanguinato come uno dei guerrieri che seguivano William Wallace, decide la partita: il nome è scozzese ma Damian detto Smiling è neozelandese. La prima volta della Scozia è ancora rimandata, ma la giornata sarà ricordata per l’intensità, per un rovesciamento delle sorti che respirava nell’aria, sino allo scioglimento che regala agli All Blacks la vittoria nella seconda tappa per lo Slam contro le vecchie Union.
120 anni, 100 anni di Murrayfield, 33 contatti, una sola vittoria… militare, nel ’46, che non rientra nelle statistiche. Scozia-Nuova Zelanda è dentro questi semplici binari: i Blue Navy con i Neri non ce la fanno mai in un derby di molta storia e, a distanza di antipodi, di somiglianze nel paesaggio: quanti sono stati gli scozzesi, quasi due secoli fa, a trovare nel sud dell’isola sud uno scenario molto simile a quello natio?
Preliminari perfetti: il lamento della cornamusa, i papaveri del ricordo, il cardo, la felce, Flower of Scotland, la haka con Murrayfield che mugghia “Scotland, Scotland”. E subito un cancello aperto: lo trova, dopo meno di tre minuti, Lord detto il Lungo, che entra come Mosè nel Mar Rosso, corre solitario e porge a Roigard che depone dove deve deporre.
Gli scozzesi reagiscono, ci provano, organizzano una serie di cariche ma niente è facile contro la vitalità che sconfina spesso in furia di Lakai, Sititi e soprattutto di Fainga-unuku che strappa, avanza, crea scompiglio. Gli All Blacks (che giocano in bianco) vanno a pieno regime: due, tre cariche per aprire il gioco, mettere alla corda una difesa scozzese che riesce miracolosamente a girare attorno a un promontorio della paura senza subire danni.
Finn Russell ha una gamba sinistra che viene abbondantemente rattoppata ma riesce a offrire uno dei suoi calci che partono come una carezza e diventano una lama. E’ l’inizio della fase che porta Graham a un passo: tenuto alto. Poco dopo proprio Graham, sgambettato stile calcio, obbliga Berry ad allungare un giallo a Carter. E così i blu si riportano nei pressi della linea e questa volta è Hutchison (convincente sostituto di Jones al fianco dell’aggressivo Tuipulotu) a finir sollevato. E in quella parentesi temporale secondo tradizione molto black (tra il 38’ e le appendici del tempo scaduto) i neozelandesi allungano: è Sititi a saltare facile Graham. Jordan, che ha sempre la testa lucida, lo segue con la sua corsa elegante e va sino in fondo.
Scotland the Brave, Scozia la coraggiosa: una vecchia marcetta. Schoeman e Dempsey la interpretano come due tamburi maggiori. Il drive piega le ginocchia dei Blacks e la palla è in mano ad Ashman. Savea fa crollare il raggruppamento e Berry lo spedisce fuori per 10’. E’ il loro momento: da una maul e da un colpo d’ariete vibrato da Tuipulotu si passa a un movimento armonico sull’asse Russell-Kinghorn-Steyn. In dieci minuti da 0-17 a 14-17.
E’ in quel momento che i blu vedono la prima volta: sembra materializzarsi quando Graham riesce a divincolarsi. La linea è lì, a un metro: perso il controllo della palla. Neozelandesi alle corde. Dempsey è scatenato, intercetta ma non ha abbastanza autonomia per arrivare sino in fondo. Il pari arriva via piede di Russell dopo tre quarti di partita.
Dopo il terzo giallo (Sititi, avanti volontario), i Blacks decidono che non è più il caso di subire così. Sta per arrivare il lungo magic moment di McKenzie che inventa un 50-22 mirabile, sposta il polo del match e, di sviluppo in sviluppo, trova la coordinazione giusta per scivolare tra fianco e schiena e segnare a una mano. Accecato dal sangue non fallisce il piazzato che pone fine alla pugna.
Scozia – Nuova Zelanda 17-25 (primo tempo 0-17)
Scozia
mete: Ashman (46′), Steyn (51′); tr: Russell (47′ e 52′); cp: Russell (60′)
Nuova Zelanda
mete: Roigard (3′), Jordan (40′), McKenzie (74′); tr: B Barrett (4′, 41′); cp:
