Lo spettacolo sugli spalti, lo spettacolo sulle tribune del Community Stadium, di York, piccolo ma tutto esaurito. Circa ottomila persone alla fine quasi incredule, sicuramente fortunate per avere assistito a una partita che ha regalato tutto quello che un appassionato di rugby può desiderare. Le mete (cinque per parte, nonostante il lavoro di difese piene di abnegazione), le giocate di classe, collettive e individuali, le prestazioni atletiche, l’intensità. Qualche errore, certo, ma “inevitabile” a certi ritmi. Un pareggio, cosa originale in sé. Trentuno a trentuno. Ma anche, e soprattutto, il pathos.
Se il primo tempo di Australia-Usa era finito 14-5, nonostante un equilibrio maggiore di quanto dicesse il risultato, con le sfavorite americane decisamente all’altezza della situazione, la ripresa ha regalato sette mete, due sorpassi e un controsorpasso. Accompagnato dall’entusiasmo crescente degli spettatori il punteggio si muoveva a elastico, allargando e riducendo la distanza tra le due squadre, fino all’ultima meta delle Aussies, segnata dalla poderosa Karpani (172 centimetri, 110 kg) ma non trasformata. Il che portava, appunto, al pareggio definitivo.
Grandi prestazioni di squadra, complessivamente buono il gioco al piede (sempre più imprescindibile), un livello generale molto alto di competenza rugbistica, alcune stelle più brillanti di altre. Tra loro non c’è la regina dei social, Ilona Maher, n. 13 Usa, (a destra nella foto) alcune volte incisiva per gli interventi difensivi ma non brillante in fase di attacco.
Player of the match è stata giudicata la terza linea statunitense Freda Tafuna, tre volte a segno con l’aiuto di tutto il pacchetto. Ottima prova in seconda linea della sua compagna Erica Jarrell-Searcy, efficace in touche e uscita come una fucilata da un raggruppamento per andare in meta da sola. Desiree Miller, ala australiana, ha catturato l’attenzione con una doppietta fatta di velocità e tempismo. Ma la “rising star” che merita una ideale copertina, secondo me, è la più giovane delle 46 giocatrici mandate in campo o in panchina.
Si chiama Caitlyn Halse, non ha ancora 19 anni, è australiana e gioca estremo (dire “estrema” suona un po’ troppo “estremo”). Ieri sera ha dimostrato una personalità e una presenza nel gioco da giocatrice fatta e finita. In più ha segnato due bellissime mete: casualmente quelle che, anche grazie alle trasformazioni di Samantha Wood, hanno portato a creare il massimo gap temporaneo tra le due squadre, nove punti). Una doppietta decisamente più importante rispetto a quella già realizzata contro Samoa. Finita la gara, Caitlyn ha praticamente saltato tutti i convenevoli ed è andata a rifugiarsi nell’affetto smisurato di parenti e amici, in una delle due tribunette sotto i pali. Una bambina felice, una campionessa.
https://youtu.be/_fcAMvPzvlE?si=0N_Nnaiei5WtY397
P.S. L’enfasi è sempre in agguato e chi scrive, dopo certe partite fuori dall’ordinario, deve esserne consapevole. Per questo chiamo a testimoniare Daniel Gallan, cronista del Guardian, che sul sito del suo giornale si è espresso così: «Non sto esagerando quando dico che è stato uno dei migliori match di rugby che ho mai visto. C’è una tendenza a lodare oltre misura il rugby femminile. Per compensare le ingiuste ineguaglianze, il palese sessismo e anni di scarsa considerazione. C’è anche una comprensibile esigenza di focalizzarsi meno sui risultati e sulla qualità del rugby e di mettere in luce le storie individuali delle ragazze coinvolte, di sostenere con passione quelle eroine che hanno sacrificato così per rappresentare i loro Paesi. Ma non è questo il caso. Si è trattato semplicemente di una battaglia brillante, da togliere il respiro. Due magnifiche squadre, che hanno prodotto momenti di magia, giusto con una dose di errori sufficiente a tenere le cose in bilico».
Freda Tafuna festeggia la prima delle sue tre mete nel match disputato allo York Community Stadium (Photo by George Wood – World Rugby/World Rugby via Getty Images)
