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Brutte notizie da Vancouver: il pattinaggio di velocità italiano ha fatto un bel passo indietro rispetto ai Giochi di Torino 2006, dove Enrico Fabris vinse due medaglie d’oro e una di bronzo. Il rugby che c’entra? C’entra, eccome. Perchè oggi si fanno i conti con la consistenza del ghiaccio azzurro e si scopre che 250 praticanti e 80 agonisti (ottanta!) non bastano a tenere il passo, per esempio, con l’Olanda che di pattinatori ne ha 168 mila e di agonisti 1.400. Salta fuori, dunque, che Fabris è stato una magnifica eccezione, il classico fiore nel deserto, una specie di 13 al totocalcio, che com’è noto non si pianifica, al massimo si imbrocca.

E così i meriti di un movimento che quattro anni fa produsse una medaglia ogni venticinque atleti tesserati, ossia la capacità di trarre il massimo dal minimo, oggi diventano i suoi limiti, la sua condanna.

Bene, con l’avvento della Celtic League, per la quale da Dublino è arrivato nei giorni scorsi il consenso finale, il rugby italiano ha eletto il pattinaggio a modello da imitare.

Perchè la scelta di mandare due squadre a competere nel torneo celtico equivale a circoscrivere a 60/70 atleti il nostro professionismo ovale, riconoscendo al resto del movimento uno status semi-amatoriale dal quale sarà possibile cavare magari tanto entusiasmo, certo non altrettanta qualità. Fuori dalla cerchia di coloro che faranno parte del giro Magners, e dei quali, se tanto mi da tanto, almeno un terzo saranno stranieri o nati all’estero, gli altri infatti per mantenersi dovranno studiare o lavorare, visto che il ridimensionamento prevede per il futuro S12 budget inferiori al milione di Euro: diviso per trenta giocatori fa una media di 25 mila euro all’anno. Non abbastanza per dedicare la propria vita al rugby e nutrire ambizioni di alto livello. E’ questo il motivo per cui nel numero di Allrugby che avete fra le mani abbiamo proposto la ricetta del baseball: franchigie territoriali e razionalizzazioni delle forze. Con la possibilità dei giocatori di muoversi fra i vari i campionati in funzione di una crescita personale e di un miglioramento delle proprie prestazioni. Questo, indipendentemente dalla partecipazione alla Celtic League che, quando scriviamo, non ha ancora ottenuto la definitiva ufficialità.

Certo, con la partecipazione alla Celtic League, nel breve periodo, Treviso e Aironi saranno più competitive che in passato, soprattutto se ritorneranno in Italia i Perugini,i Bortolami, gli Orquera, Ongaro. Non i Parisse e i Castrogiovanni che difficilmente si muoveranno da Parigi o da Leicester. Ma poi, passate le prime tre o quattro stagioni, da dove arriveranno i nuovi talenti, i nuovi Bergamasco, i nuovi Masi? Da squadre che si allenano con i ritmi del dopo lavoro e raccoglieranno solo gli sponsor che non possono permettersi né la Nazionale, né la Magners League? Questo è il rischio grave di un progetto che finora ha tracciato la cornice, ma non il contenuto. Un progetto ritagliato su misura per i Fabris di oggi, per far vincere loro le medaglie che il pattinatore azzurro conquistò alle Olimpiadi del 2006. Ma dopo Torino viene Vancouver e dopo il 2006, il 2010. E poi verranno il 2014 e il 2018. Beato chi ci arriva.

 

Gianluca Barca